Teoria della gestalt e rappresentazioni fenomeniche di strutture ambientali complesse

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Felice Perussia (1986). Teoria della gestalt e rappresentazioni fenomeniche di strutture ambientali complesse.

In: Schmidt di Friedberg P., a cura, Gli indicatori ambientali. Valori, metri e strumenti nello studio dell’impatto ambientale, Milano: Angeli, 453-470.

 

La ricerca psicologica ha fornito numerosi contributi empirici, sui temi relativi alla valutazione soggettiva dell’ambiente, sia in campo nazionale (cfr. Amerio 1983, Perussia 1983) che internazionale (cfr. Bianchi e Perussia 1980, Perussia 1980). La prima impressione che questa vasta letteratura fornisce è però quella di un certo disordine, che appare ricco di dati ma non altrettanto compiutamente organizzato attorno ad una strategia epistemologica consapevole (Levy-Leboyer 1980). La carenza di un sistema teoreticamente esplicito, che faccia da supporto alla ricerca sul campo, rappresenta anzi uno dei limiti più frequentemente denunciati dagli stessi psicologi dell’ambiente.

Sono però molte le “scuole” teoriche coinvolte nella psicologia ecologica (Cesa-Bianchi 1980). In particolare: vengono a volte chiamati in causa modelli interpretativi vicini a quelli della teoria gestaltista. Ciò avviene tuttavia in forma piuttosto indiretta e, in non pochi casi, senza che si espliciti chiaramente il rapporto di discendenza da questa tradizione. Qualsiasi concetto scientifico vede però indebolito il suo potenziale euristico se lo si propone come un modello “naturale”, derivato dal senso comune, invece che come una scelta complessa e teoreticamente strutturata.

Ho già suggerito in altra sede (Perussia 1982) alcune delle ragioni per cui mi sembra che la ricerca in psicologia ambientale, lungi dal contrapporsi alla tradizione psicologica, ne rappresenti anzi uno sviluppo coerente. In questa occasione, procedendo oltre lungo la medesima via, cercherò più specificamente di evidenziare alcuni dei classici concetti gesta1tisti che sono chiaramente parte di questo settore della psicologia.

Bozzi (1972) sottolinea efficacemente come spesso, nell’approccio scientifico, si tenda a fare riferimento ai soli lavori più recenti; il che produce una sorta di oblio dei fondatori a favore di un esagerato interesse per i loro più tardi epigoni. Tale dimenticanza si trasforma in rimozione a proposito della teoria della gestalt, di cui vengono talora ripresi i costrutti senza specificarne l’origine, o al più facendo riferimento agli allievi degli allievi e dimenticando i maestri. Così, in psicologia, si parla di feedback senza citare Kohler, di dissonanza cognitiva senza riferirsi ad Heider e di pensiero produttivo ignorando Wertheimer.

A ben vedere, questa sorta di attiva distrazione coinvolge talora gli stessi gestaltisti. Ad esempio: Koffka (1935) è attento a notare (p. 73) come Kohler abbia omesso di fare riferimento al modello, che potremmo definire di isomorfismo psicofisico ante litteram, proposto da Mach (1886); in compenso si dimentica di citare sia Meinong che Von Ehrenfels. Del resto, le filiazioni scientifiche sono una matassa inestricabile, che rischia di svilupparsi all’infinito verso predecessori sempre più incerti. Si scopre infatti che la teoria della gestalt, solitamente riferita a Wertheimer e Kohler e Koffka e Lewin, viene anche ascritta al lavoro di Mach (e non per il postulato dell’isomorfismo, da Von Ehrenfels 1890), di Brentano (Mucciarelli 1979), di Husserl (De Toni 1967), di Goethe (Spearman 1937), per tacere della scolastica aristotelico-tomistica (Mcore 1933-34), e via dicendo. Non è altresì sempre facile distinguere l’invenzione di concetti scientifici circostanziati dalla più generica costruzione di un quadro filosofico di sfondo.

E’ comunque vero che, pur essendovi talvolta il vezzo di fare del gestaltismo per iniziati (cioè solo tra le righe), la non esplicitazione dei principali autori di tale scuola, in testi che pure ne utilizzano i costrutti, risulta sospetta. Benché il riferimento a modelli che fanno ormai parte della storia non richieda necessariamente di citarne ogni volta la fonte (analogamente alla consuetudine di usare molte leggi fisiche o biologiche ignorandone gli inventori), in un campo dove il modello teorico di riferimento ha tanto peso come in psicologia, è difficile che capiti di riferirsi al condizionamento operante senza fare cenno a Skinner o di veder attribuire il concetto di sviluppo psicosessuale a Fromm.

La psicologia gestaltista pare dunque una delle più bistrattate, tanto che c’è da chiedersi se non si sia creata una vera e propria incomprensione linguistica tra i suoi utilizzatori “consapevoli” e quelli “inconsapevoli”. Il dubbio è ben evidenziato da Kanizsa (1978, p.39), il quale rileva come la teoria della gestalt sia stata talmente distorta che, oramai, “la sua immagine più diffusa è proprio quella che risulta da una combinazione di luoghi comuni deformanti e di definizioni stereotipate che si possono leggere correntemente nelle discussioni più o meno scientifiche, e che si tramandano da un trattato generale ad un altro e che, a forza di essere ripetute, sembrano rappresentare la genuina teoria, senza che nessuno si preoccupi di andare a controllare cosa veramente hanno detto i proponenti della teoria stessa”.

Kanizsa identifica (e ribatte con opportune argomentazioni) i dieci principali fraintendimenti relativi a questa falsa irnnagine, e cioè che la psicologia della gestalt sia una teoria: della percezione, riduzionista, innatista, che rifiuta l’analisi, vitalista, che nega l’azione dei fattori motivazionali della percezione, che nega l’azione dell’esperienza passata, per cui la regolarità equivale a simmetria, per cui i problemi si risolvono mediante l’insight (Kanizsa 1978). E’ appunto rifacendosi a tale stereotipo inconsistente, invece che ad un esame dei contributi originali, che molti psicologi ambientali hanno preferito dimenticare una parte delle proprie origini a favore di formulazioni che, pur gestaltiste nella sostanza, non rientrano in questo fantasioso schema.

La più tipica distorsione della teoria della gestalt si ritrova puntualmente anche in psicologia ambientale. Essa consiste nel descrivere questa complessa versione della psicologia generale in poche parole, secondo cui: “l’affermazione più importante è che: l’intero è più della somma delle sue parti”.

La fortuna di questo slogan consiste fondamentalmente nel fatto di suonare allettante come un’offerta speciale, e di andare bene per tutte le occasioni. Il risvolto negativo del suo attuale successo consiste invece nel banalizzarne il significato col render lo generico e sibillino.

In realtà, come afferma Wertheimer (l925,p.2) “la ‘formula’ fondamentale della teoria della gestalt potrebbe venire espressa in questo modo: ci sono degli interi (wholes) il cui comportamento non è determinato da quello dei loro elementi individuali, ma dove le parti-processi (part-processes) sono esse stesse determinate dall’intrinseca natura dell’intero. E’ appunto l’aspirazione della teoria della gestalt quella di determinare la natura di questi interi”. Ovvero, in versione più sintetica, “le proprietà del tutto non sono il risultato di una somma delle proprietà delle sue parti”, mentre” la proprietà di una parte dipende dal tutto nel quale è inserita” (Kanizsa 1978, p. 45-46).

Il chiarimento di questo punto centrale, al di là della correttezza filologica, aiuta ad utilizzare il concetto di gestalt nei suoi termini di modello scientifico invece che di semplice proverbio popolare. E I altresì la corretta formulazione, e non lo slogan, che sta alla base della prescrizione fondamentale (e tipica della psicologia ecologica) secondo cui “dobbiamo rinunciare a trattare i fatti separatamente e considerare invece gruppi di fatti nelle forme particolari delle loro connessioni” (Koffka 1935, p. 32).

Un’altra distorsione molto pervicace è quella secondo la quale la psicologia della gestalt si occuperebbe esclusivamente di percezione. Ora: i contributi dei gestaltisti allo studio dei fenomeni percettivi sono stati certamente fra i più notevoli, ed in questa linea si sono mossi anche i maggiori gestaltisti italiani (basti pensare à Benussi, Musatti, Metelli e Kanizsa). La psicologia italiana è del resto stata, ed è, internazionalmente nota anche come psicologia gestaltista della percezione.

E la teoria della gestalt ha fornito una serie notevole di contributi in altri campi, ed in particolare in quello della psicologia sociale. Soprattutto negli Stati Uniti d’America, Come è stato rilevato sia da Ancona (1954) che da Kanizsa e Legrenzi (1978,introduzione), la psicologia della gestalt pare a volte confondersi con la psicologia sociale (si pensi a: Lewin, Heider, Brown, Ash, Katona, Festinger, Sherif e Sherif, Krech e Crutchfield, ecc.).

Inoltre: non c’è ragione di dimenticare gli ampi contributi non percettologici degli stessi padri della psicologia gestaltista. E’ infatti sufficiente prendere in mano il più classico trattato nel settore (Koffka 1935) per constatare che esso dedica non più di quattro capitoli all’orga­nizzazione visiva, mentre occupa i rimanenti undici a sviluppare tutti i temi abitualmente presenti in un compendio di psicologia generale. Non ci vuole insomma che un pò di buona volontà per giungere almeno alla stessa constatazione di Wertheimer (1925, p.l): “Che cos’è la psicologia della gestalt ed in che cosa consiste? La teoria della gestalt è stato il prodotto di investigazioni concrete nel campo della psicologia, della logica e dell’epistemologia”, e non una semplice elencazione di qualche legge dell’organizzazione visiva.

Va altresì sottolineato che lo studio della “grammatica del vedere” (Kanizsa 1980), pur riferendosi specificamente al problema della percezione, utilizza i risultati della ricerca in questo campo per affrontare aspetti molto più generali della psicologia. In particolare: un tema caratteristico della ricerca gestaltista sulla percezione come quello delle ‘illusioni’ viene utilizzato in primo luogo come un modo per evidenziare, e quindi analizzare, la più generale frattura che esiste tra il ‘fisico’ e lo ‘psicofisico’ o, forse meglio, tra le diverse versioni in cui lo psicofisico si presenta. L’illusione percettiva svolge allora una funzione in qualche modo simile a quella dell’atto mancato in psicoanalisi: a prima vista un oggetto marginale e pedante di ricerca, una occorrenza casuale, in realtà la spia su cui è possibile costruire uno sviluppo teorico assai complesso.

Resta però il fatto storico che l’intervento gestaltista, pur disponendo di un ventaglio assai vasto di possibilità, si è biforcato per lo più lungo queste due strade: percezione e psicologia sociale. Ciò ha fatto sì che molti psicologi ambientali non abbiano nemmeno pensato di avvicinarsi ai contributi di tale scuola, una volta che si sono trovati a riscoprire l’ambiente.

Un’ipotesi gestaltista basilare, nel campo della ricerca psicologica, è la distinzione fra ambiente comportamentale, ambiente geografico e campo psicofisico sviluppata da Koffka (1935). Il rapporto fra tali costrutti è assai complesso; qui mi limiterò ad accennarvi in termini in cui esso viene coinvolto nella psicologia dell’ambiente.

Koffka (1935) mette in luce come “la realtà fisica non è un dato, ma qualcosa di costruito” (p.45): da una parte vi sono le cose quali si collocano nel mondo, dall’altra vi sono le modalità con cui il soggetto se le rappresenta, ed entrambe queste realtà si influenzano reciprocamente in un sistema dialettico che non è spiegabile tenendo conto di una sola delle due. In particolare: sul piano delle rappresentazioni, “non possiamo confidare nell’esistenza di una coordinazione punto a punto tra il mondo oggettivo ed il mondo fenomenico” (Koffka 1924, p.155).

Tale assunto introduce una distinzione, fra i due concetti di ambiente, che Koffka (1935) preferisce non definire puntualmente ma esprime piuttosto con degli esempi. Sulla base dei primi fra questi (che peraltro non sono esempi ‘percettologici’), e cioè l’episodio del cavaliere che attraversa senza saper lo la superficie gelata del lago di Costanza e quello del cane che invece affonda in un fosso ghiacciato su cui pure era transitata la lepre che stava inseguendo, l’autore conclude: “distinguiamo dunque tra un ambiente geografico e un ambiente comportaID2ntale. viviamo tutti nella stessa città? Sì, se intendiamo ‘nella’ in senso geografico, no, se intendiamo ‘nella’ in senso comportamenta­le” (1935, p.38).

Viene dunque evidenziato il fatto, essenziale per la psicologia dell’ambiente, che” il mondo fisico esiste per l’organismo sotto forma di ambiente (surroundings) suo proprio – cui possiamo riferirci come al suo mondo fenomenico, benché, naturalmente, per l’organismo tale ambiente risulti come un ambiente perfettamente reale” (1924, p.152).

La differenziazione fra le due sfere non va però raccolta come una dicotomia e soprattutto, nell’ambito della teoria koffkiana, va risolta nel modello del campo psicofisico. Questo deve essere affrontato nella sua totalità poiché, se da un lato “il comportamento ha luogo. in un ambiente comportamentale da cui è regolato”, dall’altro “il comportamento avviene in un ambiente geografico”, e quindi “l’ambiente comportamentale dipende da quello geografico” (1935, p.41).

Dal punto di vista della ricerca, tuttavia, “vanno considerati comportamento solo quei movimenti dell’organismo che avvengono in un ambiente comportamentale. I movimenti che avvengono solo in un ambiente geografico non sono comportamento” (1935,p.42). Cosicché “l’unico sistema di riferimento che ci mette in grado di descrivere il comportamento vero e proprio è l’ambiente comportamentale” (p. 49). Quindi, anche se ” l’ambiente comportamentale è il corrispettivo di una porzione soltanto del complessivo campo ambientale agente” (p.80), resta il fatto che “se non si descrive il campo ambientale non si conosce ciò che occorre spiegare” (p.84).

Sul piano epistemologico, “la relazione tra ambiente geografico, o configurazione dello stimolo, e comportamento risulta estremamente semplificata se si introduce come anello di collegamento l’ambiente comportamentale; in tal modo infatti la relazione viene spezzata in due relazioni diverse, quella tra ambiente geografico e ambiente comportamentale e quella tra quest’ultimo e il comportamento” (1935, p.44). In tale prospettiva “l’ambiente comportamentale è cioè un mediatore tra ambiente geografico e comportamento” (p.46).

Da questo insieme di corrispondenze (qui solo richiamate) emerge appunto la necessità di studiare, per spiegare il comportamento, la coscienza che si ha dell’ambiente. Ciò deriva dal fatto che le cose non “appaiono come appaiono perchè sono quelle che sono” (1935, p.88) ma traggono, secondo la teoria della gestalt, le ragioni della propria apparenza dell’organizzazione del campo.

“Se le cose apparissero quali appaiono perchè sono quelle che sono, non esisterebbe il problema cognitivo della percezione nel suo costituirsi. La percezione porterebbe alla conoscenza dell’ambiente geografico, salvo in certe condizioni fuori del comune” (1935, p.90). Invece, “anche se in una certa misura riproducono alcune delle proprietà degli oggetti reali, gli oggetti percettivi sono ben lontani dal costituirne delle repliche perfette” (p.393).

Così, mentre “è facile scrivere una psicologia in cui non compaia la coscienza, se non si riconosce che l’ambiente, anche il proprio, è un ambiente comportamentale (conscio) e non geografico (fisico)” (1935, p. 46), una psicologia che si renda conto della distinzione fra ambiente geografico ed ambiente comportamentale deve invece collocare tale coscienza (ambientale) al centro della propria indagine. Ed è questa appunto l’aspirazione della psicologia ecologica.

Un altro motivo tipicamente gestaltista che affiora nella ricerca sulla soggettività ambientale è quello del carattere ‘fisiognomico’ delle rappresentazioni dell’habitat. Infat­ti, in primo luogo: “per descrivere in modo adeguato l’ambiente comportamentale dobbiamo indicare non solo gli oggetti in esso compresi, ma anche le loro proprietà dinamiche”(Koffka 1935, p.54). In secondo luogo: “una descrizione degli oggetti entro il nostro ambiente comportamentale sarebbe incompleta e inadeguata se non prendessimo in considerazione il fatto che alcuni di essi sono attraenti, altri repulsivi, altri ancora indifferenti, intendendo i termini attraente e repulsivo nell’accezione più ampia” (p.371).

Come sottolinea Kohler (1947,pp.158-159): “nella vita comune noi siano realisti ingenui. Non ci capita neppure lontanamente di ritenere le cose intorno a noi come puri e semplici corrispettivi, dati nella percezione, di cose fisiche. (…) Di conseguenza, tutte le caratteristiche che cose e persone debbono alla organizzazione percettiva comunemente si prendono come caratteristiche di queste cose e persone in se stesse”.

Inoltre, benché i dati di coscienza siano verosimilmente il prodotto di meccanismi biologici inerenti al nostro corpo, noi siamo spontaneamente indotti (appunto dalla struttura del campo psicofisico) ad attribuirli a realtà che ci sono esterne. Tale separazione, a rigor di termini soggettiva, fra luogo dei processi fisici che producono l’esperienza e punti di riferimento dell’esperienza stessa è ben delineata da Ash (1952, p.317): “il nostro campo contiene una quantità di oggetti e di caratteristiche che ad essi appartengono ben chiaramente, e che noi non confondiamo con le nostre caratte­ristiche. Tutte le esperienze sono senza dubbio mie, ma soltanto una piccola frazione di esse si riferisce a me”.

Ne deriva dunque una segmentazione dei fatti ambientali che non avviene solo per quel che concerne le loro caratteristiche ‘fisiche’ ma anche in relazione alla loro qualità. Nella concreta esperienza fenomenica le due componenti (spaziale ed affettiva) sono inscindibilmente connesse.

Il carattere fisiognomico dei dati di natura è appunto una delle ragioni che hanno indotto i teorici della gestalt a tenere conto di fattori che sono tipici anche della moderna psicologia ambientale. Come sottolinea Kohler (1947, pp.160­161) “sono ben pochi i soggetti in grado di udire il rombante ‘crescendo’ di un tuono lontano come un fatto sensoriale neutro; alla massima parte di noi esso suona ‘minaccioso’. In sede di percezione, le varie condizioni del tempo meteorologico risultano analogamente compenetrate di caratteristiche psicologiche. Allo stesso modo parliamo di giorni ‘tranquilli’ e ‘agitati’, ‘tetri’ e ‘lieti’. Aggettivi consimili si attribuiscono a paesaggi naturali, a vedute di città e di paesaggi e via dicendo”. Analogamente, anche Ash (1952, pp.195-196) sottolinea la presenza costante di qualità espressive nell’ambiente: “il cielo, le montagne ed il mare, la terra stessa esprimono gioia, potenza e minaccia. Queste qualità danno un carattere di drammatica realtà alla nostra esperienza ambientale e determinano il nostro modo di affrontare le cose. Parrebbe che le caratteristiche che noi chiamiamo espressive siano tra le prime che osserviamo ed alle quali rispondiamo”.

E’ dall’insieme di questo sistema dinamico-fisiognomico che deriva uno dei postulati dell’ecopsicologia, e cioè quello secondo cui “noi ci vediamo come radicati nell’ambiente circostante” (Ash 1952, p.318). Mentre vi è, in qualche modo, “un bisogno di essere ‘orientati’ verso il mondo, di sentirsi parte di esso, di non agire alla cieca. Gli uomini vogliono che il mondo abbia per loro un significato, vogliono sentirsi in rapporto significativo con il loro ambiente”.

Koffka (1924) riteneva che la psicologia, alla fine dell’Ottocento, attraversasse un momento di crisi: “la principale debolezza della psicologia sperimentale era la sua lontananza dalla vita” (p.149).

E’ anche per ovviare a tale limite che la psicologia gestaltista ha sviluppato la sua più tipica metodologia di ricerca, quella fenomenologica. Essa consiste “nell’esame spregiudicato, ‘ingenuo’, dei dati di coscienza così come essi vengono vissuti in modo immediato nella percezione o nel pensiero” (Kanizsa 1978, p.47). Ciò è derivato dalla considerazione secondo cui “le reazioni originarie devono essere studiate così come esse sono e non meramente sotto l’aspetto di ciò che diventeranno quando l’analisi verrà loro applicata. Solo in questo modo saremo in grado di trovare le loro leggi specifiche” (Koffka 1924, p.155). “Invece di descrivere un ‘unità data enumerando gli elementi nei quali può venire analizzata noi sosteniamo che gli interi sono ciò che sono precisamente nel loro specifico carattere di insiemi e che le loro parti – poiché essi quasi sempre contengono delle parti – non sono solo pezzi collocati assieme, ma vere e proprie parti organiche” (pp.156-157).

Questo metodo ha avuto notevole sviluppo. In particolare, come è stato notato, “in psicologia sociale difficilmente possiamo fare un passo senza far riferimento all’esperienza diretta. Noi agiamo e scegliamo sulla base di quanto vediamo, sentiamo e crediamoi significati e valori sono parti delle nostre azioni. (…) Per poter comprendere l’azione umana è necessario quindi comprendere il modo cosciente nel quale le cose accadono ai nostri occhi. (…) La descrizione dell’e­sperienza diretta è quindi il necessario primo passo nell’indagine, per l’identificazione dei fenomeni che ci interessa capire. (…) I fatti dell’esperienza ci forniscono l’oggetto delle nostre indagini” (Ash 1952, pp.68-69).

L’uso sistematico del metodo gestaltista è stato autorevolmente definito una “fenomenologia sperimentale” (Kanizsa 1984). Buona parte della ricerca in psicologia ambientale potrebbe analogamente venire indicata come una “fenomenologia sul terreno”, ed essere quindi impiegata senza perdere d’occhio il riferimento alla ricca esperienza metodologica dei gestaltisti.

Ha scritto Koffka (1924, p.153) che: “ogni descrizione io possa fornire del mio ambiente, di questa stanza, della gente al suo interno, e così via, questo è, per la psicologia, il fatto da cui partire”. E credo che non pochi psicologi ambientali (se questa affermazione venisse loro sottoposta in forma anonima) sarebbero ben disposti a sottoscriverla.

Un’ulteriore influenza gestaltista rilevante nella psicologia ecologica è quella della teoria lewiniana del campo. In realtà, benché lo scopo dichiarato di Lewin fosse “di sviluppare un sistema di riferimento utile tanto in situazioni sociali quanto in situazioni quasi-fisiche” (1938, p.210), egli viene ricordato per i suoi studi sulle relazioni interpersonali, particolarmente nel campo della dinamica di gruppo, ovvero per le sue istanze epistemologiche, e più raramente per i contributi alla definizione della rappresentazione soggettiva dell’habitat. Il suo modello topologico (Lewin 1936), basato su una descrizione dello spazio di vita come campo orientato da una struttura cognitiva dinamica (detenninata dal gioco di: bisogni, ragioni, valenze, forze, tensioni e locomozioni), è però molto vicino al concetto di rappresentazione dell’ambiente normalmente in psicologia ecologica (ed è l’unico modello gestaltista che vi viene citato spesso).

Baldwin (1967, pp. 98-99) ha sottolineato come “in una certa misura Lewin fu più radicale di altri teorici perchè non incluse esplicitamente nella sua rappresentazione l’ambiente fisico: l’ambiente psicologico non ha, per lui,. alcuna relazione ben definita con quello fisico. In un certo senso, secondo la sua teoria, l’individuo potrebbe agire anche se il mondo esterno non esistesse. Una cosa incide sul comportamento se è rappresentata nell’ambiente psicologico; se non vi è rappresentata, non incide sul comportamento e, in tal caso, non è pertinente a una spiegazione psicologica”. Tale apparente noncuranza per 1’habitat geografico (peraltro forse meno netta di quanto Baldwin affermi) rappresenta di fatto un ‘estrema riduzione del campo psicofisico alla componente fenomenica dell’ambiente comportamentale. Questo atteggiamento pone radicalmente l’accento sulla rilevanza del mondo ‘rappresentato’ (invece di quello ‘reale’) nel determinare il comportamento. La quale rilevanza viene sottolineata con instancabile insistenza dalla generalità degli psicologi ambientali.

Il valore per molti versi fondante (dal punto di vista della psicologia ecologica) che la teoria del campo può avere viene evidenziato dalla sintesi che ne fornisce Gallina (1978, p. 86), secondo cui il contributo di Lewin è consistito principalmente “nel rifiuto di operare una distinzione categorica tra soggetto ed oggetto; nella negazione di identità o realtà esistenti al di là o indipendentemente dall’operatore, dai suoi strumenti di osservazione e misurazione, dalle sue categorie (…) nel concepire la conoscenza come un processo di transazione continuo tra l’operatore ed i ‘fatti’ che esso conosce, nessuno dei quali può venire adeguatamente specificato se si prescinde dagli elementi costitutivi dell’operatore stesso”, in un modello dove “termini come ‘soggettivo’ ed ‘oggettivo’ risultano fuorvianti rispetto all’intenzione che fonda la teoria”.

Vista l’evidente continuità fra alcune convinzioni della psicologia della gestalt e alcuni atteggiamenti tipici della psicologia ambienta le (vi sarebbero altri punti di contatto, ma quelli indicati possono bastare a fornire un primo quadro di riferimento), appare davvero curioso come molti autori gestaltisti siano stati messi così in disparte. Ad esempio: nei volumi sull’argomento che sono stati tradotti in italiano (Ittelson 1973, Lee 1976, Kaminsky 1976, Bagnara e rnsiti 1978, Levy-Leboyer 1980) non vengono citati nè Von Ehrenfels, nè Werhteimer, nè Kohler, mentre Koffka appare solo negli ultimi due, e del tutto marginalmente. L’unico che viene richiamato con frequenza è appunto Lewin.

Si possono altresì evidenziare non pochi esempi di rimozione dei teorici gestaltisti. Uno, macroscopico, è lo scritto pionieristico di Lynch (1960) che, pur proponendosi esplicitamente di definire la “forma” della città quale si costituisce nell’immagine che ne hanno gli utenti e pur ricavandone un modello strutturale (che propone la percezione dello spazio urbano come uno schema di: percorsi, margini, quartieri, nodi e riferimenti) molto simile a certe leggi dell’organizzazione percettiva, cita Gemelli e Kilpatrick ma ignora qualunque gestaltista. Anche il percezionista Ittelson, in uno scritto di inquadramento teorico dell’ecopsicologia (1973 b), ignora tutti gli psicologi della gestalt, Lewin compreso. Ciò è particolarmente curioso se si leggono le sue ultime pagine, dove afferma: “infine, forse più importante di tutto, gli ambienti hanno sempre un’atmosfera, difficile a definire ma molto importante. (…) Prima di tutto, gli ambienti sono quasi senza eccezione vissuti come parte di una attività sociale. (…) Secondo, gli ambienti possiedono sempre una qualità estetica ben determinata (…) ambienti neutri esteticamente sono impossibili. Infine, gli ambienti hanno sempre una qualità sistemica. Le varie componenti e gli eventi si pongono in relazione reciproca” (p. 26). In conclusione: “l’uomo non è mai completamente sciolto dalla situazione in cui agisce, nè l’ambiente è indipendente dall’individuo. Non ha senso parlare di essi come esistenti al di fuori della situazione in cui vengono incontrati (…) tutte le parti della situazione entrano in gioco come partecipanti attive” (p. 30). Praticamente, come si vede, Ittelson riscopre il concetto di spazio di vita, di struttura organizzata, di fisiognomica del campo percettivo, ma senza alcun accenno ai gestaltisti.

Interessante è anche il caso di Barker, che l’autorevole rassegna di Craik (1970) indica come un pioniere della psicologia ambientale. Il suo maggiore contributo in questo senso consiste nella proposta del noto modello detto del “behavior setting” (Barker 1968). Tale modello, come evidenziano efficacemente Bagnara e Misiti (1978, pp. 14-17) nell’introduzione all’edizione italiana del testo, si propone chiaramente come uno sviluppo delle indagini di Koffka sul rapporto tra ambiente comportamentale ed ambiente geografico e di quelle di Lewin sullo spazio di vita. L’autore non cita però nessuno dei due, pur accennando (una volta tanto) ad Heider. Ciò è particolarmente curioso se si considera che Barker è un allievo diretto di Lewin e che proprio con il prodromo della teoria del behavior setting ha conseguito il “Kurt Lewin Memorial Award”. E’ notevole che in quest’ultimo scritto Barker sostenga la necessità di sviluppare, in opposizione (parrebbe tra le righe) al formalismo gestaltista lewiniano, un “naturalistic study” dell’uomo che sia più vicino alla effettiva realtà ed esperienza del comportamento (Barker 1963).

Lewin è invece molto apprezzato da Levy-Leboyer, nel suo fortunato ed internazionalmente noto manuale sulla psicologia dell’ambiente (1982). I motivi di tale apprezzamento sono tuttavia da ricercare nella convinzione dell’autore secondo cui “Lewin è stato il primo psicologo che ha proposto un insieme teorico coerente, corrispondente alle esigenze della psicologia dell’ambiente” infatti “Pur essendo uno psicologo influenzato dalla scuola della gestalt, Lewin non si è limitato allo studio dei soli processi percettivi. Al contrario, egli integra nel proprio schema teorico tanto i valori e i bisogni propri a ogni individuo che le sue caratteristiche cognitive e affettive” (pp. 18-19). Koffka viene invece citato (p. 20) per opporgli le argomentazioni di Chein (1954), considerato generalmente un capostipite ‘ante litteram’ della psicologia ambientale. Questi, ri tenendo ingiustificata la distinzione fra ambiente geografico ed ambiente comportamentale, vi sostituisce il nuovo concetto di “‘ambiente geocomportamentale’ composto di tutto quanto permette, nell’ambiente geografico, di dare una spiegazione del comportamento” (Levy-Leboyer 1980, p. 20).

Il caso di Chein è assai significativo del fraintendimento della teoria gestaltista nel campo della ricerca sull’ambiente. Il suo scritto (1954) nasce infatti esplicitamente come una confutazione di Koffka basata sulla constatazione secondo cui “ci sono fattori dell’ambiente geografico che influenzano il comportamento anche se non appartengono all’ambiente comportamentale nel senso in cui Koffka lo concepisce” (p. 116) e che appunto occorre sostituire alla dicotomia koffkiana questo concetto di ambiente “geobehavioral” o “objective-behavioral”. Non ha nessuna importanza il fatto che Koffka sia partito proprio dalla constatazione, che Chein sembra attribuire a se stesso, secondo cui “è impossibile spiegare in termini di ambiente comportamentale tutto il nostro comportamento” (Koffka 1935, p. 60) dato che “nella migliore delle ipotesi, l’ambiente comportamentale è il corrispettivo di una porzione soltanto del complessivo campo ambientale agente” (p. 80). Non ha nessuna importanza che il lavoro di Koffka sia stato costruito sulla necessità di non ridurre il comportamento all’effetto di una sola componente del campo. Similmente al caso di Ittelson, Chein preferisce reinventare da solo il campo psicofisico addirittura in opposizione alla teoria della gestalt.

In queste brevi note spero di aver reso una prima idea di quanto possa essere utile tenere conto anche del contributo gestaltista per una migliore comprensione dei modelli episte­mologici propri alla ricerca psicologico-ambientale. Benché la teoria della gestalt tragga giovamento da un confronto costruttivo con la teoria cognitivista (Kanizsa e Legrenzi 1978) essa rappresenta di per sé una struttura teorica utile per lo studio dell’ecologia soggettiva. La psicologia dell’ambiente, con la vastità dei suoi contributi, non può venire ridotta all’una o all’altra scuola psicologica, ma trae certo vantaggio da una chiarificazione puntuale delle origini teoriche da cui i suoi contributi effettivamente discendono.

Le distorsioni ed i fraintendimenti cui la teoria della gestalt va soggetta in psicologia generale sembrano essersi riproposti in una parte della psicologia ecologica. A questa deformazione fa però da contrappeso l’impiego inconsapevole, o almeno non esplicito, di modelli gestaltisti nella pratica della ricerca e dell’analisi. La psicologia ambientale parla soprattutto di rappresentazioni cognitive e di immagini, ma la psicologia della gestalt non è solo una teoria della percezione.

Ho già ricordato che una delle riserve più frequentemente espresse dagli psicologi ambientalisti riguardo alla propria disciplina concerne la sua scarsa consapevolezza teoretica, a dispetto della ricchezza di risultanze empiriche. Ogni affinamento della teoria non potrà quindi che riflettersi in una lettura più costruttiva, ed anche operativamente più efficace, dei risultati di una ricerca tanto vasta.

 

Riferimenti Bibliografici

 

  • Amerio, P. – Cinque anni di psicologia sociale nel Gip: Un’occasione di verifica e di riflessione, Giornale italiano di psicologia, 1983, 10 (2), pp.20l-2ll.
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  • Ash, E. – Social Psychology, edizione italiana: Psicologia sociale, Sei (Torino 1974), 1952 .
  • Bagnara, S., Misiti, R. eds. – Psicologia ambientale, Il Mulino, Bologna, 1978.
  • Baldwin, L. – Theories of Child Development, ed. it.: Teorie dello sviluppo infantile, Angeli (Milano 1971), 1967.
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