Teoria del Codice Ingenuo

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Riferimento bibliografico:
Perussia F., “Premesse per una teoria del Codice Ingenuo”. In: Perussia F., a cura, Materiali di psicologia sociale e della personalità, Vol.1., Torino: Celid, 1997, 137-160.


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Felice Perussia

Premesse per una teoria del codice ingenuo

 


ABSTRACT
Premises for a theory of Naïve Codex – We present a conceptual model of reference for the construct “Naïve Codex. After a historical review on remarkable moments of the search on the relationship between description (psychology) and prescription (law) of behavior, we underline, between the other, like law as such could represent a point of useful reference for psychological search, since it contains a complete naïve theory of personality. The approach of psychology (the rules of behavior as subjectivity) and that of law (the rules of behavior as norm) doesn’t seem to present differences indeed remarkable. Then it results interesting to develop a juridical theory (in psychological field) equally in which we speak about a psychoanalytical, a behaviorist, or a otherwise theory. Law psychology, connected but not coincident with juridical psychology, can take advantage of a comparative analysis of the ways according to which each of us structures (second varying criterions for groups of actors) his Naïve Codex, intended as: the whole of the acquaintances not formulated or almost-formulated or implicit on the laws and the juridical norms (rights, duties, sanctions) that regulate the relationships between the individuals in the community, as like they are expressed in our experience and in our daily language.

 

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   Una parte rilevante del lavoro che l’Unità di ricerca sulla psicologia sociale e della personalità sta svolgendo in questi anni ruota intorno al tema del diritto come psicologia e della psicologia come diritto. Ho sviluppato parzialmente alcune considerazioni che stanno alla base di tale impostazione in studi e ricerche precedenti (Perussia, 1987, 1988; Perussia e Benso, 1995, in corso di pubblicazione; Perussia, Benso e Lovisolo, 1997). Potrà dunque essere utile, a questo punto, presentare una sintesi schematica e qualche sviluppo di quanto accennato nelle diverse sedi. Riprenderò dunque in parte quanto sviluppato in quelle occasioni (non sempre facilmente accessibili al lettore), fornendone un quadro in parte ricapitolativo e in parte di ulteriore sviluppo. Tenterò cioè di produrre, in questa occasione, uno schema sintetico che aiuti a chiarire meglio il costrutto in esame, procedendo lungo una strada rispetto alla quale il presente intervento rappresenta solo una ulteriore tappa di percorso.

 

Psicologia e diritto


Quale sia il significato e la funzione della normativa giuridica è questione complessa e controversa almeno da quando una qualche forma di diritto esiste. Altrettanto complessa è la questione del modo in cui gli individui sviluppano la propria percezione della liceità o meno di un comportamento, ovvero delle cause cui attribuire tale comportamento, ovvero della gravità delle deviazioni (i comportamenti illeciti o criminali) rispetto al comportamento giudicato lecito o normale.Da che esiste un interesse per i rapporti fra la psicologia e il diritto, esiste anche una controversia sulla possibilità o meno di collaborazione fra le due discipline. La psicologia (le regole del comportamento come soggettività) e il diritto (le regole del comportamento come norma), ovvero il movimento psicologico e il movimento giuridico (in quanto testimoni mondani di tali due polarità concettuali e simboliche) percorrono generalmente strade vicine ma separate.Successivamente al costituirsi della nuova psicologia scientifica, si rilevano due posizioni principali in tema di rapporti fra psicologia e diritto. La prima tende a considerare i due settori come paradigmi sostanzialmente incompatibili, la seconda propone il primo come potenziale supporto al secondo.La prima impostazione ritiene che psicologia e diritto debbano seguire percorsi differenti, a motivo della loro diversa natura (eminentemente descrittiva nel caso della psicologia ed eminentemente prescrittiva nel caso del diritto). Tale impostazione ha come effetto di sviluppare un interesse reciproco tra psicologia e diritto in termini più che altro di confronto culturale. In questo senso: le due discipline si stimolano reciprocamente, ma non collaborano.La seconda impostazione sostiene invece che c’è una possibilità, da parte della psicologia, di fornire strumenti utili al diritto, specie ai fini della formulazione del giudizio in sede penale. Vengono portati vari esempi sulla capacità della psicologia di fornire strumenti al diritto. Tra questi: lo studio, in termini di psicologia giuridica e criminologica, dei comportamenti devianti, della loro valutazione in quanto rappresentazioni sociali, del modo in cui la percezione degli atti in senso lato criminali gioca all’interno del sistema giudiziario. A questi si aggiunge lo studio della dimensione psicologica del processo, particolarmente del processo penale, specie attraverso lo studio della testimonianza, dei procedimenti cognitivi di chi esprime il giudizio (giudici e giurie), degli stereotipi e dei meccanismi di attribuzione coinvolti. A questi si affianca poi lo studio del processo di acquisizione delle norme e del pensiero morale, in termini di psicologia dello sviluppo, ovvero la ricerca sulle concezioni di ciò che è bene e male per il soggetto nel suo crescere da bambino ad adulto.Entrambe le impostazioni rappresentano uno studio del diritto dal punto di vista della psicologia piuttosto che una osservazione della psicologia da un punto di vista giuridico. E’ infatti assai meno diffusa, o del tutto assente, l’idea che il diritto in quanto tale possa rappresentare un punto di riferimento utile per la ricerca psicologica.Quest’ultima rappresenta invece la posizione da cui trae spunto (in parte) la strategia di lavoro di cui tratto in queste note. Essa nasce in primo luogo dalla forte predisposizione, che nutro da sempre, a leggere i codici come se fossero un manuale di psicologia, ovvero dall’idea, in poche parole, che il diritto sia una forma di ricerca psicologica, euristicamente utile alla psicologia come qualsiasi altra forma di teorizzazione sul comportamento e sulla soggettività. In tale prospettiva, si può parlare di una teoria giuridica (in campo psicologico) allo stesso modo in cui si parla di una teoria psicoanalitica, di una una teoria comportamentista, cognitivista, psicosociale, sistemica o quant’altro.

 

La psicologia del diritto


In generale: anche la forma concreta del diritto, quale la conosciamo oggi, può essere indagata principalmente secondo due prospettive. L’una fa riferimento al diritto, l’altra alla psicologia.La storia del diritto, intesa sia come storia dei codici e delle istituzioni sia come storia delle teorie, ovvero delle filosofie del diritto, rappresenta anche una storia delle teorie della personalità implicite nella costruzione delle norme condivise (ovvero obbligatorie) della convivenza sociale. Il diritto viene generalmente considerato come un fondamento della società. Il modello umano che vi viene descritto, e su cui si basa tanto il legislatore quanto il giudice, viene presentato come la rilevazione ovvia e oggettiva della natura umana, con tutta la sua mutevolezza, che (storicamente) va dalla legge del taglione alle convinzioni illuministe sui delitti e sulle pene, al modello della prevenzione e della riabilitazione del reo. In questo senso, la teoria giuridica, in psicologia, si offre principalmente a una lettura filogenetica, connessa all’evoluzione del paradigma umano nei diversi momenti della storia, della società e della cultura quale viene cristallizzato e normato specie all’interno del diritto positivo.L’approccio più tradizionalmente psicologico al diritto preferisce piuttosto una lettura ontognetica. L’accento viene posto meno sulla storia del diritto e più sulla sua biografia. In psicologia prevale cioè l’idea della morale come processo evolutivo, nel senso che il ragionamento morale sarebbe il prodotto di una evoluzione, appunto, di un qualche tipo, che si sviluppa dalla nascita (dell’individuo) all’età adulta. In questo senso, ha un rilievo minore lo sviluppo (storico-sociale) della teoria giuridica nei diversi momenti dell’evoluzione umana (intesa come evoluzione della specie).In termini di psicologia dello sviluppo, si è cercato dunque di identificare degli stadi che ogni bambino attraverserebbe, dall’infanzia all’età adulta, nella sua interiorizzazione delle norme che regolano il vivere civile, di quelle stesse norme cioè che i giuristi chiamerebbero appunto diritto. Gli autori considerati più rappresentativi di tale prospettiva evolutiva sono sicuramente Piaget (1932) e Kohlberg (1963, 1964, 1968, 1971, 1973, 1976).Secondo il modello di Piaget, tutte le forme di ragionamento umano attraverserebbero alcuni stadi successivi, indipendentemente dall’oggetto di tale ragionamento, sia esso matematico, morale, logico, scientifico, o che altro. In generale: si partirebbe da una forma di pensiero egocentrico (in cui il bambino confonde il proprio punto di vista con la realtà) e realistico (in cui gli elementi concreti e visibili della realtà prevalgono su qualsiasi riferimento simbolico e astratto). Solo con il successivo avvento del pensiero logico-formale verrebbero meno le differenze tra bambino e adulto. Questi stadi verrebbero percorsi, salvo difetti genetici, più o meno da tutti gli individui tra l’infanzia e l’adolescenza.Il modello di Kohlberg non è molto diverso da quello di Piaget, salvo riferirsi in modo più specifico al tema dello sviluppo morale invece che a quello dello sviluppo cognitivo in senso lato. Secondo questo autore vi sarebbero sostanzialmente sei stadi, riducibili a tre (ciascuno caratterizzato da due livelli): lo stadio pre-convenzionale, basato sul semplice rispetto dell’autorità, secondo cui ci si conforma alle norme per timore delle punizioni o per interesse; quello convenzionale, basato sul conformismo, in cui vengono interiorizzate le norme sociali ovvero le aspettative degli altri e particolarmente dell’autorità; quello post-convenzionale, basato su una concezione più filosofica di purezza morale, in cui si afferma una morale personale basata su valori sviluppati personalmente al di là delle convenzioni. Questi stadi non verrebbero percorsi da tutti gli individui, bensì da un numero inversamente proporzionale al livello qualitativo dello stadio oltre che all’età.Nel complesso, tentando una sintesi delle due concezioni, vi sarebbe un passaggio evolutivo, legato alla crescita individuale, da giudizi morali eteronomi a giudizi morali autonomi. I giudizi morali eteronomi (che sarebero tipici dell’infanzia) sono basati sull’autorità esterna dell’adulto, anche in quanto agente di socializzazione per la cultura di appartenenza, che pone delle regole incondizionate e sacrali da rispettare in sè. Qui il bene coincide con l’obbedienza, la lettera di una norma prevale sullo spirito di questa, la responsabilità è essenzialmente oggettiva ovvero legata alle conseguenze materiali. Le valutazioni sul bene e sul male si collegano a un’idea di giustizia retributiva, in cui all’atto si lega necessariamente una sanzione.I successivi giudizi morali autonomi (che sarebbero tipici dell’adolescenza e dell’età adulta) sono invece connessi alla convinzione dell’esistenza di una reciprocità necessaria delle regole per tutti i pari. Il risultato finale sarebbe una moralità teoretica, basata su regole interiorizzate che trovano la propria ragione nel rispetto di un accordo reciproco. Qui il bene coincide con la conformità a una regola astratta. Lo spirito di una norma prevale sulla sua formulazione letterale. La responsabilità è essenzialmente soggettiva ovvero legata alle intenzioni. I giudizi si collegano allora a un’idea di giustizia distributiva, in cui premi e punizioni rispettano necessariamente un principio di equità fra gli attori.Sia il modello di Piaget che quello di Kohlberg sono stati sottoposti a numerose critiche e revisioni specie mettendo a confronto i dati e le ipotesi di questi due atuori con molte altre ricerche (tra gli altri: Pettel e Mendelsohn, 1966; Kuhn et Al, 1974; Kurtiness e Greif, 1974; Shayer e Wylman, 1978; Hoffman, 1979; Di Blasio et Al, 1983; Logan, Snarey e Schrader, 1990; Killen e Hart, 1995). In generale, sono stati rilevati svariati limiti concettuali, metodologici, di contradditorietà dei risultati, specie quando vengono rilevati da ricerche di altri autori successivi o con metodologie maggiormente analitiche.Benchè i modelli di Piaget e di Kohlberg risultino in sostanza relativamente poco convincenti, essi rappresentano tuttavia un interessante e originale modo di approccio che continua a influenzare l’impianto base di molti studi in materia. Inoltre, questi modelli, anche se sono stati notevolmente ridimensionati dalla ricerca psicologica più avanzata, hanno avuto larga diffusione negli strati meno scientificamente sofisticati della psciologia, per cui restano un punto di riferimento importante.A queste teorizzazioni si sono ispirate anche alcune scale normalizzate che cercano di rilevare sistematicamente la presenza degli stadi di cui parlano Piaget e Kohlberg, quali, tra le più note, laDefining Issues Test (DIT) di James Rest (1973,1974), la Sociomoral Reflection Objective Measure di Gibbs et Al (1984), ecc. O anche altre scale meno utilizzate ma altrettanto interessanti, a partire dalla Attitude Toward the Law Scale di Katz (1931). Alcune di queste sono revisionate in Brodsky e O’Neal Smitherman (1983).Diverso è il modello dello sviluppo del senso morale, ovvero della giustizia (la norma, il senso morale, il lecito e l’illecito, il bene e il male, ecc) secondo Freud e l’approccio psicoanalitico in genere. Pur senza entrare nel dettaglio di tale impostazione, se ne possono accennare alcuni spunti fondativi.Anche il modello psicoanalitico, come quello cognitivista, si collega all’idea di uno sviluppo universalmente condiviso (le leggendarie fasi: orale, anale, fallica, di latenza e genitale), indipendentemente dalla cultura di appartenenza, in cui la predisposizione genetica (sotto forma di prescrizione quasi-biologica a procedere dal concreto all’astratto, ovvero dal piacere alla realtà, piuttosto che di fase edipica) determina il comportamento, anche se i suoi contenuti possono subire variazioni contingenti. Il diritto (la morale), in una prospettiva psicoanalitica, è essenzialmente disagio della civiltà, negazione della natura animale a favore dell’armonia sociale. Il rapporto tra genitore e figlio, tra principio della realtà e principio del piacere, viene concepito principalmente come un modo per piegare la base istintuale (fondamentalmente: sessuale e aggressiva) a una necessità nuova e diversa. Di qui un sentimento profondo di incompiutezza cui l’idea di un criterio assoluto fornisce elementi di rassicurazione. Il Codice (nel senso giuridico del termine) può essere letto allora più che altro come un contenitore, come un punto di riferimento che aiuta nel fare fronte alle ansie persecutorie e depressive. L’istanza normativa per eccellenza è il Super-Io, mentre il concetto di dovere è legato anche al concetto di Ideale dell’Io.Nella concezione psicoanalitica, il rapporto con il diritto (bene e male) è complicato anche dalla presenza di vari costrutti rilevanti che agiscono principalmente in termini relativistici: l’ambivalenza affettiva, i meccanismi di difesa, la sovradeterminazione del sintomo, ma soprattutto la dimensione inconscia del pensiero. Questi elementi rendono assai difficile l’identificazione della norma interna, poichè tendono a presentare il comportamento e la soggettività come riferentesi per definizione a un costrutto interno e (dialetticamente) al suo contrario. Il tema, pure assai stimolante, è troppo complesso per affrontarlo in questa sede.Al di là delle varie teorie psicologiche di riferimento, qui appena evocate attraverso due esempi (cognitivista e psicoanalitico), la ricerca ha messo in luce vari aspetti interessanti che gettano nuova luce sul diritto soggettivo (in senso psicologico).Ci vorrebbe una intera monografia, di dimensioni cospicue, per sviluppare compiutamente il tema. In questa sede mi limiterò a ricordare qualche dato che possa aiutare a capire la complessità del problema, e a rendere l’idea di quanto la rappresentazione del diritto sia questione assai più complessa di quanto la psicologia ingenua (dei giuristi così come degli psicologi) tenda generalmente a dare per scontato.Il vissuto della giustizia, ad esempio, sembra collegarsi in particolare alla capacità di decentrarsi, riuscendo a entrare nel punto di vista dell’altro. Il tema è stato indagato specie con ricerche che utilizzano la tecnica del role-playing ovvero delrole-taking (Selman, 1971, 1974; Flavell et Al 1968; Mason e Gibbs, 1993). In base ai dati così raccolti, gli autori ritengono di evidenziare come, attraverso un processo evolutivo basato però sull’esperienza e sull’apprendimento, il bambino riuscirebbe a entrare nei panni dell’altro e a sviluppare quel sentimento di giustizia non egoriferita che si avvicina ai livelli più elevati degli stadi evolutivi proposti dalla psicologia genetica. In un certo senso (psicoanalitico), questi dati sembrano proporre l’idea del sostituirsi di una visione (evoluta) radicata nell’Io, e anche nel Super-Io, a una visione (rudimentale e primaria) che origina principalmente dall’Es. In un altro senso (psicosociale) si può parlare di un sostituirsi della rete-sistema sociale e culturale all’egotismo solipsistico (narcisista) infantile. In quest’ultima concezione, il giusto e l’ingiusto non sono più strumentali al principio del piacere dell’individuo egocentrato, ma vengono relativizzati alla presenza di un mondo di interessi e intenzioni interagenti (la testimonianza dell’altro). Questo produce un conflitto cognitivo (assai potente in termini motivazionali), ovvero la capacità-volontà di ascoltare l’altro e i suoi punti di vista come elemento non semplicemente contrastante ma anche arricchente il proprio punto di vista.Tale capacità si connetterebbe in particolare allo sviluppo delle relazioni interpersonali, particolarmente quelle di amicizia (Yussen e Steven, 1977; Selman, 1981), che non erano state prese in considerazione nelle storie da valutare di Kohlberg.Kohlberg utilizza, come metodo di elezione, quello delle interviste libere poi sottoposte ad analisi del contenuto. Se si utilizzano invece questionari quantitativi a scelta multipla, basati sulla valutazione di brevi storie a dilemma morale, come fa ad esempio Rest (1973, 1974) con il suoDefining Issues Test, le valutazioni dei soggetti risultano molto più mescolate all’interno delle diverse età nonchè più precoci. Si ottiene così un profilo morale, che indidica la diversa presenza di tutti quanti gli “stadi” contemporaneamente a ogni età, invece che una semplice evoluzione dal meno al più (come prospettato da Piaget e da Kohlberg). Ad analoghi risultati giungono numerosi altri autori (McGeorge, 1974; Salili, Mahen e Gillmore, 1976; Holstein, 1977; White, Bushnell e Regneimer, 1979; Di Blasio et Al, 1983). Si è insomma visto che quelli che vengono proposti come stadi successivi di pensiero morale sono in realtà compresenti in soggetti di diversa età (Turiel, 1969), per cui si può dire che questi rappresentano un campionario di archetipi mescolati fra loro cui il soggetto attinge contemporaneamente, piuttosto che i gradini di una scala evolutiva.Ad esempio: se si chiede a dei maschi adulti di valutare vari dilemmi di ragionamento morale come se venissero presentati a ascolatori filosofi o invece a ascoltatori uomini di affari, i soggetti fanno riferimento a criteri che appartengono a stadi morali differenti, come se avessero una gamma di possibilità cui attingere variamente di volta in volta (Carpendale e Krebs, 1992).Un altro esempio di ricerca: conducendo un test di giudizio morale, in particolare relativo alla guida in stato di ubriachezza, con dei soggetti in un setting (bar, pub) dove sono normalmente presenti degli alcoolici e intervistando gli stessi (e altri, di controllo) in un contesto accademico (generalmente a scarsa presenza alcoolica), si ottengono livelli di giudizio morale diversi, più bassi in termini di maturità morale là dove si consuma alcool specie da parte di quelli che hanno bevuto di più (Denton e Krebs, 1990). In particolare: nel contesto accademico ci si presenta come moralmente più integri e poco portati alla guida in stato alterato, mentre quasi tutti i soggetti del pub, che pure hanno bevuto molti alcoolici, se ne tornano a casa guidando la propria macchina.Altri autori hanno rilevato che, utilizzando storie da valutare meno astratte e più vicine alla reale vita quotidiana dei soggetti di quelle utilizzate da Kohlberg, le strategie cognitive messe in atto appaiono più differenziate (Freeman e Sue, 1975; Yussen e Steven, 1977). Altri ancora, con una ricerca longitudinale sviluppatasi nel corso di 20 anni, hanno rilevato che esiste una correlazione diretta stabile nel tempo, dalla adolescenza all’età adulta, fra utilizzo di meccanismi di difesa più maturi e stadi di giudizio morale più elevati (Hart e Chmiel, 1992). Si è visto poi, con un campione di ragazzi olandesi, che livelli più alti di giudizio morale sono correlati chiaramente con atteggiamenti-tratti antiatuoritari e, in misura minore, antietnocentrici (VanIjsendoorn, 1989). Una indagine sul pensiero morale di 50-96enni mostra come i problemi morali di tali soggetti piùo meno anziani, specie col crescere dell’età, siano essenzialmente riferiti ai rapporti con i familiari relativamente a questioni di appoggio e assistenza da ricevere, e che il loro atteggiamento al riguardo si basa su di una morale decisamente pragmatica in cui non trovano grande posto i conflitti morali interiori quanto piuttosto i modi per risolvere il problema (Rybash, Roodin e Hoyer, 1983).Si è visto che esiste una certa diversità di risposta connessa con il sesso del soggetto, specie se si fanno valutare storie anche con soggetti femminili e non solo maschili come faceva Kohlberg (Jacob e Karen, 1975), dove si vede, ad esempio, che le donne sono più stabili nella valutazione di storie con maschi e femmine, mentre gli uomini raggiungono livelli morali più elevati, ma solo con storie a protagonista maschile. Da varie altre ricerche risulta che le donne sono più internalizzate moralmente degli uomini (Hoffman, 1979). Utilizzando il modello di Kohlberg con adolescenti delinquenti e non, si rileva che i delinquenti (maschi e femmine) esprimono un livello di giudizio morale inferiore ai non delinquenti, ma che i maschi, delinquenti e non, raggiungono un livello morale comunque inferiore alle femmine (Gregg, Gibbs e Basinger, 1994).Livelli elevati di ragionamento morale presuppongono anche un livello di performance scolastica elevata, nel senso che una riuscita scolastica alta non risulta una condizione sufficiente ma almeno necessaria perchè siano presenti tali stadi di alta valutazione morale negli adolescenti (Narvaez, 1993). Analogamente, mettendo in relazione il livello di ragionamento morale di studenti con vari indici autoriferiti collegati al rapporto coi genitori, a esperienze sociali, ecc, si rileva che ciò che si correla meglio con il presunto stadio di ragionamento morale è semplicemente il numero di anni in college (il gradescolastico) (Finger, Bourdin e Baumstark, 1992).Bond e Pang (1991) hanno messo in rilievo, con una sottile analisi comparativa, che con ricerche sullo sviluppo morale basate su strumenti occidentali, del tipo di quelli qui più volte citati, molti aspetti di culture diverse da quella occidentale possono risultare del tutto invisibili. Gli autori, con riferimento alla cultura cinese e al Tao, mostrano come gli item utilizzati manchino completamente di riferimenti importanti per i cinesi ma che agli occidentali, compresi quelli che conducono ricerche transculturali, non vengono neanche in mente.Anche se si prende in considerazione quella che viene generalmente considerata come la prima e principale agenzia normativa per ogni individuo, e cioè la famiglia (seguita dai gruppi di appartenenza, con sullo sfondo il sistema normativo sociale), il cosiddetto sviluppo morale si presenta in termini più complessi e relativizzati.Esiste un evidente connessione tra i pattern di giudizio morale dei genitori e quelli dei figli, anche se, almeno nell’adolescenza, la correlazione risulta essere più forte per le femmine che per i maschi, mentre l’influenza-correlazione è maggiore con i padri che con le madri, come mostra Speicher (1994) analizzando dati di ricerca già pubblicati sia degli anni ’30 che degli anni ’50. Alcune ricerche hanno mostrato come l’influenza dell’adulto dipenda almeno in parte dal rispetto e dalla pressione sociale che questi riesce a esercitare (Di Stefano, Levorato e Simion, 1973; Simion, 1977). L’influenza del genitore dipenderebbe anche dal tipo di attività che questi svolge per cui, ad esempio, si è visto che se la sua attività principale (la sua professione) è più umanitaria, come avviene ad esempio nel caso dei medici, i figli sviluppano un livello morale più attento a principi universali (Fleishman, 1974). Adolescenti che descrivono le proprie relazioni intrafamiliari come più positive mostrano anche un livello di ragionamento morale più elevato di quelli che descrivono le relazioni all’interno della famiglia d’origine come meno positive (Speicher, 1992).Secondo un’altra analisi, che confronta varie ricerche precedenti (Hoffman, 1979), risulta che: il bambino interiorizza le indicazioni morali dei genitori in misura maggiore se questi gliele trasferiscono in modo affettivo che in modo impositivo; l’influenza dei genitori riguarda più le dichiarazioni sulla moralità che non l’interiore convincimento dei bambini; con la crescita e andando verso l’adolescenza, l’influenza parentale diminuisce a favore di quella dei pari, la quale tende a proporre modelli in genere antagonistici rispetto a quelli genitoriali.Si potrebbe procedere a lungo riportando esempi di come l’ipotesi di uno sviluppo morale lineare non stia molto in piedi una volta che la si mette a confronto con la ricerca. Per il momento, tuttavia, mi fermo, limitandomi a sottolineare come vi siano molti dati che propongono una lettura del tema del diritto soggettivo (sempre inteso in senso psicologico) come molto più sfumato, e molto meno determinato in termini evolutivi, di quanto una parte della psicologia dello sviluppo abbia proposto.

 

L’analisi del Diritto


I modelli cognitivisti-evoluzionisti di Piaget e di Kohlberg, pur nelle loro differenze, si collegano alla ideologia positivista del progresso senza fine e della naturale tendenza dell’essere umano a raggiungere gli standard attuali delle società industriali avanzate attraverso un processo evolutivo che non viene definito in termini di socializzazione bensì in termini di spontanea vittoria maturativa del bene sul male (o almeno del meglio sul peggio). La condizione attuale della cultura europea coinciderebbe cioè con il bene e, limitandosi alla giustizia e al pensiero morale, con il diritto naturale. Nel caso di Piaget, più positivista scientista anni ’30, l’accento viene posto sulla vittoria finale della morale occidentale, nel caso di Kohlberg, che risente dell’atmosfera più scettica tipica degli anni ’60, l’accento viene posto invece sull’affermarsi dell’individuo contro l’autorità e le convenzioni. Per entrambi questi autori, esiste un livello inferiore di partenza e un livello di arrivo in qualche modo (moralmente) superiore cui tendere.Entrambi questi autori si riferiscono altresì al modello cognitivista. Il modello cognitivista (in generale) è sostanzialmente un tentativo di conciliare il modello intuizionista con quello razionalista. I contenuti di coscienza vi si affermano infatti in termini sostanzialmente intuitivi, attraverso il funzionamento incontrollabile e spontaneo del software cognitivo, ma appunto attraverso un software è cioè attraverso una forma di razionalità. Nel caso specifico del senso morale, i valori vengono qui riconosciuti in termini fenomenici e immediati, ma la ricerca pretende di identificarne le strategie di ragione.In entrambi i casi, il riferimento concettuale è il modello generale dell’ideologia cognitivista, secondo cui l’evoluzione delle norme (le procedure di elaborazione), qualsiasi esse siano, non avrebbe tanto un carattere cumulativo legato all’apprendimento quanto piuttosto consisterebbe di stadi che si succedono l’uno all’altro attraverso una sequenza di assimilazioni e accomodamenti (una versione più aggiornata di software si sostituisce di volta in volta alla precedente). La condizione adulta non risulterebbe cioè tanto da una forma di socializzazione alla cultura di appartenenza, ovvero di scelta, quanto piuttosto da uno sviluppo genetico spontaneo e inevitabile, che coinvolge contemporaneamente e reciprocamente tutti gli aspetti del pensiero: rappresentazioni del mondo, capacità di ragionamento e di calcolo, logica, morale, e via dicendo. In tali modelli ha un certo rilievo anche l’interazione con l’ambiente sociale circostante, ma solo come catalizzatore di un copione logico interiore che aspetta solo di essere stimolato.Tutto ciò riconduce inevitabilmente al tema del bene e del male, cioè del diritto. E tutto ciò si connette al tema della colpa, ovvero dell’azione compiuta con intenzione malefica e non semplicemente agita come prodotto delle circostanze subite. Inevitabilmente: il bene, il male e la colpa si collegano all’idea della libertà. Senza il concetto di libero arbitrio, infatti, è impossibile pensare alla colpa, poichè, in assenza di una qualche possibilità di scelta, l’azione non può mai essere colpa (intenzione di produre il male) ma soltanto necessità (effetto delle circostanze, del fato, dell’intervento divino).Il libero arbitrio coincide con la volontà e quindi con la colpa. E’ possibilità di scegliere o anche di non scegliere, salvo che, strutturalmente, la non scelta è sempre una scelta anch’essa. Ma, siccome la libertà è anche potenzialmente bruta, allora nasce l’idea del de servo arbitrio di Lutero, secondo cui l’uomo non è in grado di scegliere il bene da solo poichè non è sufficientemente equilibrato, per cui la sua scelta è sottoposta a un criterio morale. Di qui il suo pessimismo tardo-medievalista secondo cui l’unica giustificazione della libertà e della morale è data dalla fede che si esprime da sola, senza mediazione del sacerdote. Di qui il concetto di arbitrarietà come arbitrio mal posto e quello di moralità (da Lutero a Kant a Freud) come criterio della morale.Riducendo la vita (ontogeneticamente o filogeneticamente che sia) a una sequenza temporale, ciò che precede è sempre potenzialmente il male, la colpa. Ciò che segue è sempre potenzialmente il bene, l’illuminazione, la redenzione. Anche il percorso psicoterapeutico (per non fare che un esempio parallelo all’idea di un percorso naturale del diritto soggettivo e dell’evoluzione dalla colpa alla moralità) tende a proporsi come superamento del senso di colpa basale (peccato originale, complesso edipico, senso di inadeguatezza) attraverso un percorso (l’esperienza misterio-terapeutica) che porta al bene (vittoria dell’Io, che è ragione, acquisizione della libertà-felicità) in quanto liberazione dalle passioni (il narcisismo primario, l’Es, l’errore) e dagli obblighi (il Super-Io) percepiti come non necessari. La rinascita è dunque liberazione dalla colpa, ovvero da una libertà che è anche peccato e quindi non bene e non felicità, per conquistare una libertà corretta (genitale), atemporale e senza colpa.Anche in senso cristiano, la libertà è il complementare necessario della colpa. Adamo, nel paradiso terrestre, è e basta. Solo il suo atto di libertà, che è contemporaneamente di colpa, lo trasforma propriamente in uomo. In questo senso, presente anche nei miti precristiani (così come in innumerevoli altre concezioni religiose), la libertà è caduta da un livello superiore, come bene evidenzia il caso di Lucifero.Il modello classico dice dunque che l’essere è. Da questo punto di vista, nella condizione umana non c’è qualcosa di identificabile come libertà, ma solo il fatto di essere. In alternativa, la libertà è liberazione, per lo più dai sensi, dalle passioni, dalle necessità materiali. In questo senso, anche la liberazione rivoluzionaria in chiave marxista è elevazione dal bisogno e dalle passioni, ovvero dalla piattaforma materiale della vita quotidiana. La libertà è il poter agire di propria volontà senza costrizioni, al di fuori dai limiti imposti dal sistema di produzione. Tutto ciò riporta a definizioni circolari, poichè presuppone la definizione di ciò che libertà non è. Libero è il contrario di non libero e viceversa.Nella concezione cristiana, come in altre religioni di origine orientale, il circolo è: essere, libertà-colpa come cedimento alle passioni, liberazione dalle passioni stesse attraverso la spiritualità, la purificazione, la redenzione. La libertà diventa allora un percorso. La punizione, come espulsione dall’Eden, purgatorio o detenzione e pena, diventa parte di un percorso (anche temporale) di passaggio da un inizio miticamente perfetto a una conclusione (la fede, il regno di utopia, il socialismo) che è pure miticamente perfetta, ma acquisita.A queste fantasie (pure fondative) si collega il mito del buon selvaggio, che vive secondo natura ed è libero quindi di essere buono, non potendo essere cattivo. Qui la libertà è libertà naturale del bene. Nella fantasia contemporanea il buon selvaggio è l’animale, parametro di ciò che è giusto. L’errore, il peccato, coincidono allora con la civiltà e la scelta, invece che con l’abbandono spontaneo alla natura. Di quì: l’animismo imperante, connesso al movimento ecologista (a forte caratterizzazione darwiniana), dove l’animale è espressione di sesso e di aggressività ma non in termini di bene e di male, ovvero di merito e colpa, bensì in termini di azione senza giudizio, di amoralità.A queste impostazioni si contrappongono in parte i modelli della terza forza, la loro convinzione dell’uomo come ricercatore del bene (dell’amore, ovvero dell’amore del bene e del bene come amore), la convinzione che il male (l’infelicità) sia antitetico alla spontanea tendenza del soggetto che cerca il bene in quanto felicità, e viceversa. In tale prospettiva l’uomo tenderebbe al bene, ovvero al giusto, per una forma di passione, poichè sente intuitivamente il bene e ne è attratto. In un certo senso: il bene è un oggetto d’amore, e di un amore assoluto.Nei movimenti contemporanei, la purificazione è avvicinamento alla natura, dove la natura è percepita come criterio di razionalità, e la libertà diventa necessità. La libertà è libertà, accettazione della necessità, secondo Spinoza della ragione, secondo Leibniz, e prima di lui gli scolastici in genere, di Dio. La differenza tra libertà e licenza sta dunque nel riferimento alla passione e all’istinto ovvero alla ragione. Libero è colui che supera l’istinto, licenzioso è chi vi si abbandona. Libero è chi si fa spirito. Licenzioso è chi si fa corpo. Kant chiama la licenza arbitrium brutum, e cioè la libertà della bestia, mentre definisce l’adesiono alla legge come arbitrium liberum. Di quì: il principio kantiano e vittoriano della morale come imperativo categorico, come legge che si basa solo sulla propria razionalità. La legge come forma assoluta, che non si interessa a volontà e intenzioni, nè a contesti e casi particolari, ma solo alla possibilità di affermarsi di un formalismo assoluto (integralista e fanatico) e quindi trascendentale.La libertà, per Kant come per Freud, è liberazione dalla condizione naturale (il patologico) per raggiungere la liberazione razionale (necessità morale). Nel caso di Freud è infatti ben curioso che egli, una volta identificata la natura originariamente polimorfa perversa dell’essere umano, proponga la soluzione delle sofferenze umane (la libertà-felicità) nella negazione di tale natura invece che nella sua accettazione. Egli propone infatti che l’accettazione razionale della bestia sia la strada per abbandonarla (dove è l’Es sarà l’Io). La purezza della morale, tanto sottolineata da Rousseau come da Kant, è prima di tutto un mondo senza colpa, la possibilità di negare il senso di colpa basale (sessuale e aggressivo) che ci portiamo dentro.Analogamente: il crimine pone il problema della felicità-piacere dell’uno che contrasta con la felicità-piacere dell’altro. E’ il problema del limite della libertà dell’uno nella libertà dell’altro. Il ladro, il violentatore, l’aggressore, trovano il proprio compimento in un’azione che presuppone il danno per la vittima. E la vittima, generalmente, si sente colpevole del male che ha subito.Il concetto della felicità, e della sua ricerca, si complica altresì con l’intervento del concetto di principio del piacere. In esso la felicità può coincidere con una realtà materiale. E’ il problema eterno, per porlo con il vescovo Berkeley, se sia meglio essere un maiale soddisfatto o un filosofo insoddisfatto. La risposta immediata, e cioè la prima (il maiale soddisfatto) è puramente nominalistica (meglio essere soddisfatto che insoddisfatto), e non tiene conto della impossibilità (presunta implicitamente da Berkley) di essere soddisfatti in termini puramente materiali. Da questo punto di vista, la soddisfazione materiale è per definizione inferiore alla grandezza del (necessariamente insoddisfacente) anelito morale e intellettuale, cioè spirituale, del filosofo.Il problema ha trovato, sin dai tempi di Epicuro per arrivare all’umanesimo rinascimentale e allo spiritualismo orientaleggiante dei nostri tempi, una soluzione paradossale. La felicità come atarassia, come fuga dalla materia e dal corpo, implicitamente riconosciuto come il più potente degli stimoli. La felicità come altra faccia di uno scetticismo ascetico e pessimista.Un’altra soluzione è stata trovata nella coincidenza del bene con l’utile e nell’idea della morale come principio diffuso e condiviso, ma affatto necessario, che l’individuo può tranquillamente aggirare, purchè lo faccia bene, nella ricerca della felicità individuale. Di quì l’amoralismo spiritualistico di Machiavelli e di Guicciardini, ovvero la morale-religione come oppio dei popoli degli enciclopedisti, fino allo spirito protestante del capitalismo.Nel contempo, se la norma è il prodotto di un contratto necessitato da una forza maggiore, allora la morale si traduce in gestione dell’utilità (economia) e gestione della contrattazione (politica) ovvero, con Marx dopo Hegel, in economia politica (materialismo storico). La posizione di entrambi giudica piuttosto inutile la contrapposizione tra fenomeno e noumeno di cui tanto parla Kant, preferendovi piuttosto la concreta realizzazione storica nelle istituzioni (la famiglia, lo stato, i rapporti di produzione) che, nella loro natura ontologica di leibniziano unico mondo possibile, sembrano risolvere il probema della dialettica fra tesi e antitesi in una sintesi che trova il proprio senso nel solo fatto di esistere (tutto ciò che è reale è razionale).Si noti che Schopenauer sosteneva che la libertà dell’uomo sta proprio nel suo inconscio, per cui l’uomo crede di non essere libero mentre in realtà quello che è libero è il suo inconscio (essenzialmente una forma di incoscio della specie e quindi non individuale). Di qui l’idea della libertà come negazione della volontà di vivere; volontà di sopravvivere comunque che, con Darwin e il movimento biologico, coinciderà appunto con la volontà della specie (il gene egoista). Si pensi al dibattito sul pornografico e sull’erotico. Dove l’erotico è la spiritualizzazione dell’eros: il corpo è sublimato, anche come realtà fisica, ma senza rappresentazione del sesso agito. E il pornografico è il corpo ridotto a strumento accessorio, ancorchè necessario, del sesso agito.Dopo di che: il determinismo ottocentesco con tutti i suoi riflessi sulla morale del nostro secolo e sull’idea della conoscienza come scienza, ovvero come prodotto necessario della oggettività del mondo invece che come libera lettura, interpretazione e vissuto da parte del soggetto. Di qui la convinzione (morale) che vi siano condizioni necessarie per il verificarsi del fatto, ovvero l’idea che il fatto sia determinato necessariamente da qualcosa che lo precede (la mistica determinista delle cause e degli effetti). Di quì Il continuo circolo dialettico fra la libertà (che presuppone la volontà), la colpa e la negazione della colpa, ovvero il riferimento alle situazioni come determinanti e quindi discolpanti del soggetto.Questo elemento è fortissimo in sede giudiziaria, ed esplosivo nel processo minorile, dove è quasi sempre possibile immaginare una causa senza colpa. Come è ben noto a chiunque abbia mai seguito il procedere dei tribunali per i minori, l’azione del soggetto (non adulto) viene praticamente sempre tradotta (specie alla luce delle perizie psicologiche) in una necessità subita che trascende totalmente la possibilità di una intenzionalità dell’individuo (immaturo proprio nel senso di una sua sostanziale incapacità a volere ovvero di una sua assenza di libero arbitrio), con conseguente scarsissima disposizione (dellozeitgeist più che del singolo giudice) a emettere verdetti di colpevolezza e quindi a punire in qualche modo il reo (che in effetti non viene percepito come tale). Di quì, anche, la rivalutazione del pazzo (che il pensiero ingenuo da sempre equipara al selvaggio e al minore): da carcerato a malato. Il sorvegliare e punire come modello contemporaneamente della pazzia e della criminalità prescientifica. Il prevenire e comprendere come modello successivo (e migliore) per entrambi.Ma il determinismo, oggi, è più spesso probabilismo. Dopo la crisi dei fondamenti e il principio di indeterminazione, il determinismo è solo la probabilità che diventa stabile perchè determinata da una molteplicità di elementi già al livello apparentemente più elementare (quello della fisica atomica). Così: se viene giudicato impossibile cogliere la determinazione al livello minimo dell’atomo, è però possibile farlo a livello del macro fenomeno, ovvero dei corpi complessi quali si presentano alla nostra esperienza sensibile. Viene dunque salvato il principio casualistico dell’atomismo microfisico di democritea memoria, ma portandolo all’indietro e sostituendovi un determinismo macrofisico. Con buona pace del fatto che nessuno ha mai visto un atomo, con la reinvenzione moderna di questo costrutto si cerca di fare rientrare dalla finestra quel sogno di cogliere il noumeno che da tanto tempo era stato buttato fuori dalla porta.Tornando più specificamente alla teoria generale della psicologia, e alla teoria generale del diritto, può essere utile sottolineare come, per entrambe le tradizioni, in risposta all’enorme complessità di quanto qui appena accennato, si sia verificata una fuga nella prassi, attraverso un tentativo di sovrapposizione dell’azione alla riflessione. Lo psicologo anestetizza la propria coscienza nei laboratori; il giurista nei tribunali. Entrambi tendono a dimenticare la propria natura di soggetti critici, cioè analitici, del mondo. Entrambi tendono a rimuovere il fatto che la dimensione applicativa (al processo di laboratorio, alla ricerca dei fatti rilevanti) del proprio agire nel mondo ha senso solo in relazione alla radice concettuale di ciò che pretendono (pretendiamo, visto che sono uno psicologo anch’io) di applicare. Entrambi hanno scelto di dimenticare, attraverso un processo che ricorda il sistema dei meccanismi di difesa, che non esiste niente di più pratico della teoria.

 

Il Codice Ingenuo


Venendo invece a un più lucida identificazione di quanto sta alla base della nostra ricerca, varrà la pena di evidenziare alcuni presupposti teorici del lavoro in atto, anche rifacendomi a quanto precedentemente espresso in altre sedi.Una prima e più basale convinzione è che fra l’approccio del diritto e quello della psicologia non vi sia alcuna differenza davvero rilevante. Entrambi gli approcci studiano il comportamento. Entrambi descrivono le azioni umane cercando di trovare criteri oggettivi, o almeno condivisi dalla comunità, per definirle esattamente. Entrambi si preoccupano di oggettivare e di operazionalizzare il comportamento in termini tendenzialmente scientifici. Entrambi giungono a formulare giudizi relativi al carattere positivo o negativo dell’agire. Entrambi definiscono una normalità e una devianza.Esistono vari livelli principali di identificazione delle norme che definiscono il comportamento lecito e/o illecito all’interno di una società. Tra questi è possibile, in prima approssimazione, identificare, quanto meno: quello del singolo soggetto, quello della opinione pubblica, quello della legge, quello della giurisprudenza. Tali strategie normative sono tendenzialmente differenti tra di loro, con vari possibili gradienti di divaricazione, legati a fattori diversi che coinvolgono sia variabili di natura individuale sia variabili di natura collettiva. Ciò può avvenire a molteplici livelli. Ad esempio: secondo gli specifici modelli di elaborazione cognitiva individuale; secondo la psicodinamica intrapsichica del singolo individuo; secondo dinamiche di natura psicosociale e in senso lato culturale.Qualsiasi valutazione del comportamento coinvolge problemi di percezione interpersonale e, più in generale, di psicologia dell’attribuzione. Sullo sfondo, è presente la convinzione secondo cui tutte queste modalità di definizione delle norme comportamentali possono essere indagate nei termini della psicologia dell’attribuzione (cfr: Heider, 1958; Gulotta, 1982; Gorra, 1983). Ogni strategia di determinazione normativa è infatti fondamentalmente una modalità attraverso cui definire le cause dei comportamenti (chi ha fatto che cosa è perchè) ovvero le relative conseguenze (strategie preventive, deterrenti e punitive).Si pensi, in una relazione di coppia, al caso del colpire il partner con un corpo contundente e con una certa violenza. Prendiamo, ad esempio, il caso di una pentola data in testa. E’ evidente che se il colpo è inferto da una donna a un uomo, la cosa sembra avere un peso. Se è inferto da un uomo a una donna sembra averne un altro. Lo stesso vale per uno schiaffo: se messo in atto da parte di una donna è comportamento giustificabile, se messo in atto da parte di un uomo è violenza.Chiunque abbia agito fisicamente la propria emotività con un partner sa che, nel caso della espressione di aggressività, mentre la donna agisce col preciso intento di assalire (colpire o, più spesso, mordere) l’uomo agisce essenzialmente col solo fine di contenere l’assalto e le sue conseguenze. La diversità di comportamento è percepita in questi termini dai due attori sia con riferimento a se stessi sia con riferimento all’altro, in un quadro attributivo una volta tanto uniforme.Si tratta probabilmente di una differenza in termini di ruolo ascritto ovvero di identità di genere culturalmente condivisa. Poichè (come tutta la letteratura di ricerca al riguardo evidenzia con efficacia) l’identità di genere maschile prevede uno stile comportamental-cognitivo più strumentale che affettivo ovvero una certa tendenza all’aggressività, il dare una pentola in testa o uno schiaffo è percepito come (ciecamente) aggressivo. Poichè l’identità di genere femminile prevede uno stile comportamental-cognitivo più affettivo che strumentale e in sostanza non contempla che marginalmente l’espressione di aggressività, il dare una pentola in testa al fidanzato o al marito è percepito come non aggressivo (ma, eventualmente, espressivo e comunicativo). La differenza tra attore maschile e attore femminile non sta nell’azione in sè, ma nella sua contestualizzazione e interpretazione. Il primo è considerato intenzionato in modo diverso dal secondo. E’ come se, per definizione, l’azione femminile comprendesse un’attenuante e quella maschile un’aggravante.Il problema, a prima vista semplice (nell’ottica dell’ottimismo scientista), è invece molto intricato. Si pensi alla distinzione aristotelica fra causa materiale (l’ubi consistam del fenomeno), formale (la forma ideale nella testa di chi la agisce), efficiente (lo strumento con cui tradurre la materia dell’ubi consistam in forma concreta), finale (l’obiettivo che trasforma la potenza in atto e completa la realizzazione del fenomeno). Si pensi al dibattito medioevale sulla difficoltà ovvero impossibilità a distinguere causa ed effetto, specie in connessione con la impossibilità, poi sottolineata da Hume, di stabilire, stanti due eventi contemporanei, quale sia la causa e quale l’effetto.Tali riflessioni portano, con Kant, alla convinzione della natura soggettiva, fenomenica ovvero aprioristica del principio di causalità (inestricabimente legato ai concetti di tempo e di spazio). Il tutto con sullo sfondo l’idea della inconoscibilità del noumeno e quindi della necessità di basare il nostro rapporto col mondo su postulati (appunto: lo spazio, il tempo, la causalità, la moralità) che non pretendono di raggiungere una impossibile conoscenza bensì solo di realizzare la libertà dello spirito che si afferma in modo indipendente dalla natura. Ed è dalla prospettiva kantiana (con quanto di aristotelico contiene in sè) che muove la psicologia dell’attribuzione, secondo cui l’ordine causale non è presente ontologicamente nella realtà, bensì rappresenta una categoria a priori, un portato della struttura dell’osservatore, ovvero un software presente nella testa di chi guarda.La freccia causale viene fortemente rilanciata dal positivismo, a partire da Stuart Mill e dal suo concetto di causa come “antecedente invariabile e incondizionato di un fenomeno”. Questo è ovviamente un pregiudizio, che tuttavia funziona. Tra fine ‘800 e inizio ‘900 appare infatti empiricamente evidente il successo della interpretazione tecnico-scientifica pure nella sua evidente crisi epistemologica. In termini novecenteschi, lo abbiamo già ricordato, si parla allora di natura probabilistica, del legame o ordinamento causale, all’interno di un meccanismo infinito di cause-effetti che si rimandano l’un l’altro in un gioco dialettico percepito, a questo punto, come sistema basato su retroazioni e causalità circolari. In tale prospettiva la freccia causale non esiste più se non convenzionalmente, ma, dovendo conciliare il successo della scienza-tecnica con la sua inconsistenza epistemologica, il modello statistico-probabilistico offre una brillante via d’uscita. Di qui tutto il dibattito contemporaneo sul pensiero debole, la scienza (e il diritto) come ideologia, la necessità di contestualizzare la conoscenza. A questo proposito si noti, per inciso, come sia nel diritto sia nella scienza si utilizza lo stesso concetto di legge per indicare la ricorrenza ovvero la regolarità dei fenomeni.Qualsiasi gruppo umano si struttura inevitabilmente attorno a delle regole. Talvolta queste rimangono implicite, mentre talaltra queste vengono codificate. In psicologia si parla a questo proposito di contratto. Nelle relazioni interpersonali tale contratto è spesso implicito. Nelle relazioni sociali questo viene piuttosto esplicitato sotto forma di veri e propri documenti scritti e di norme del diritto positivo. Anche all’interno della tradizione giuridica si parla del resto di contratto sociale (oltre che di contratto civile). In psicologia, con altre sfumature, si è parlato di artefatto normativo sociale (Calegari e Massimini, 1978).In molti casi i contratti espliciti e quelli impliciti coesistono uno accanto all’altro interagendo fra loro. Si pensi alle relazioni familiari, dove esiste una dinamica profonda di interazione (ampiamente studiata dalla psicologia delle relazioni familiari) ma anche un diritto di famiglia codificato (che esplicita, ad esempio, le norme relative alla eredità o al tipo di rapporti da intrattenersi fra i coniugi). Lo stesso vale per le interazioni amichevoli, che avvengono sulla base di presupposti impliciti (indagati dalla psicologia delle close relationships) ma che possono anche venire considerate in termini di diritto (ad esempio: il diritto civile relativamente agli scambi, che può venire chiamato in causa, poniamo, quando un amico chiede indietro un regalo a qualcuno che nel frattempo gli è diventato antipatico).Alla luce di queste considerazioni (e di altre da svilupparsi in altra sede) si possono cogliere le notevoli somiglianze tra approccio psicologico e approccio giuridico al comportamento. Presentiamo a questo punto alcune differenze tra i due approcci, la cui lieve entità è peraltro dimostrativa, per contrasto, della sostanziale somiglianza.Una (limitata) differenza fra psicologia e diritto sta nel prevalente riferirsi alla ricerca di base della prima e nella natura maggiormente applicativa del secondo. Tuttavia, nel loro occuparsi dei comportamenti, la psicologia può essere considerata una forma di ricerca di base sul diritto, mentre il diritto può essere considerato una forma applicativa della psicologia. Un’altra (limitata) differenza consiste nella maggiore tendenza del diritto a presentare le proprie teorie in forma codificata, mentre la psicologia tende a presentarle in forma maggiormente possibilista. Un’altra (limitata) differenza consiste nel diverso grado di coercizione sull’individuo attuato dalle due discipline. L’applicazione del diritto (il tribunale) produce conseguenze (la sentenza, la pena) forse più rilevanti e cogenti dell’applicazione (intervento, diagnosi, terapia) della psicologia. Un’altra (limitata) differenza consiste nella diversa credibilità sociale. Le formulazioni del diritto (applicato) devono essere accettate per definizione (di legge). Le formulazioni della psicologia vengono accettate, eventualmente, per intima convinzione.Gli esempi in questo senso si potrebbero moltiplicare ampiamente. E’ importante comunque sottolineare che i livelli sono diversi e interagenti. Basti pensare al drammatico e attualissimo tema della violenza all’interno della famiglia, dove sono presenti sia modelli di riferimento impliciti (ideologie educative, concezioni della relazione uomo-donna, immagini del concetto di violenza psicologica, effetti delle interazioni con i genitori, eccetera) sia modelli di riferimento codificati (da cui, ad esempio, la complessa discussione sulla definizione giuridica di un comportamento così complessamente interpersonale come la violenza carnale) (cfr: Caprara, 1987; Salvini, Storai e Turchi, 1994).I livelli sono diversi anche nel senso che l’individuo agisce in base a un proprio Codice di riferimento che può non coincidere, e spesso in effetti non coincide, con il Codice formale della società. Chi dà uno schiaffo a suo figlio non agisce tanto a livello (codificato) di patria potestà, di abuso dei mezzi di correzione o di violenza privata quanto piuttosto a livello (implicito) di convinzioni personali sul ruolo materno o paterno. Chi affitta un immobile al di fuori delle leggi (formali) sulle locazioni agisce soprattutto a un livello di concezione informale degli scambi tra privati individui. Anche qui gli esempi si potrebbero moltiplicare a dismisura.Dal punto di vista delle rappresentazioni sociali, esistono inoltre almeno due livelli principali di valutazione. Da una parte c’è la percezione del comportamento deviante (criminale) nei confronti del comportamento lecito (normale), dall’altra c’è la percezione del sistema sociale di mantenimento delle regole (esecutivo e giudiziario).Nella nostra cultura contemporanea la questione viene resa ulteriormente complessa dal fatto che sono sempre più compresenti, all’interno del nostro mondo, modelli di rappresentazione del comportamento culturalmente diversi. Ciò vale, ad esempio, per quel che riguarda le differenze subculturali connesse all’età, alla cultura, al genere, e via dicendo.Nel contempo, la società multietnica verso cui ci stiamo muovendo rapidamente pone gravi problemi di integrazione tra visioni normative del comportamento assai diverse tra loro. Il fatto che attualmente le carceri italiane (ordinarie così come minorili) siano affollate di soggetti che provengono da altre culture può essere meglio compreso anche alla luce di queste considerazioni.In linea di massima, comunque, è un portato della ricerca psicologica la convinzione secondo cui i soggetti agiscono nel proprio ambiente fisico solo attraverso la mediazione del proprio ambiente psicologico, cui in effetti fanno riferimento. Analogamente, agiscono in proprio e interagiscono con gli altri in base a meccanismi in qualche modo oggettivi di funzionamento della persona, ma avendo come punto di riferimento delle rappresentazioni soggettive di tale meccanismo. Questo tema, all’interno del diritto e delle sue applicazioni, si propone, da un punto di vista psicologico, come una questione di percezione interpersonale ovvero di teoria implicita della personalità, ovvero di epistemologia tanto psicologica quanto giuridica (Perussia, 1987; Quadrio, Castiglioni e Haller, 1994).In psicologia si parla di psicologia “ingenua” riferendosi alla percezione di una realtà quale si presenta fenomenicamente, in termini immediati, al soggetto, indipendentemente dalle osservazioni scientifiche in materia. Per esemplificare: è psicologia ingenua la percezione del comportamento che caratterizza il cittadino comune (contrapposta alla valutazione sistematica che ne da lo psicologo scientifico); è fisica ingenua la lettura dei fenomeni fisici quale viene vissuta con immediatezza nella vita quotidiana (contrapposta alla valutazione sistematica che ne fornisce il fisico di mestiere); è economia ingenua la percezione del sistema economico che ne ha una massaia al mercato (contrapposta alla valutazione sistematica che ne fornisce l’economista); e via dicendo.Le teorie ingenue del comportamento comprendono al proprio interno sia una componente constatativa, relativa al come la gente agisce, sia una componente normativa, relativa al come la gente deve agire. Quest’ultima si basa, in particolare, su criteri relativi sia a ciò che è auspicabile (ciò che è bene fare) sia a ciò che è censurabile (ciò che non si deve fare).Il diritto, a sua volta, è in parte una descrizione o constatazione, ovvero la traduzione formale di una regola morale diffusa, e in parte una prescrizione, ovvero lo sforzo da parte di quella che in effetti è una sottocultura (il parlamento, il sistema giudiziario, ecc) per fornire direttive ad altre sottoculture, ovvero alla società, sul comportamento da tenere.Il diritto positivo ha diversi limiti. Ad esempio: è esplicito, ma in un contesto dove i modelli impliciti hanno un considerevole rilievo. E’ rigido, in un contesto dove le scelte e le valutazioni sono invece dinamiche. E’ parziale, poichè viene sviluppato solo da una parte degli attori sociali. E’ per certi aspetti aprioristico, poichè si basa principalmente sul confronto fra la concreta e sfumata situazione oggetto del procedimento e la norma codificata (fattispecie astratta). E’ limitato, poichè riduce comunque il comportamento a una serie di categorie concettuali che, come ogni traduzione, ne circoscrivono e in parte ne stravolgono il senso. E’ potenzialmente viziato da un inevitabile meccanismo di autoriferimento, per cui il fatto di normare autoproduce delle strategie normative che derivano dalla struttura del processo normante (ovvero, in altre parole: il dibattito rischia continuamente di essere giocato sulla forma del diritto e non sulla sostanza degli oggetti cui si riferisce).Nello stesso tempo, una qualche forma di codificazione del diritto è necessaria al contratto sociale e alla possibilità di convivenza tra gli uomini nelle società complesse. I suoi limiti sono piuttosto i limiti appunto del contratto sociale che, come ogni contratto, si trova a dover ridurre l’infinita possibilità delle interazioni a categorie circoscritte.Dal punto di vista delle rappresentazioni sociali, esistono inoltre almeno due livelli principali di valutazione. Da una parte c’è la percezione del comportamento deviante (criminale) nei confronti del comportamento lecito (normale), dall’altra c’è la percezione del sistema sociale di mantenimento delle regole (esecutivo e giudiziario).In particolare, ad esempio, nel caso dei giovani, la rappresentazione del crimine ha particolare rilievo poichè, come è noto, gli adolescenti commettono molti reati, così come è altrettanto noto che la carriera delinquenziale inizia già nell’adolescenza, nel senso che la gran parte dei criminali esprime comportamenti illeciti sin da questa fase della vita.L’immagine del comportamento criminale ha a che fare, ad esempio, con la propensione ad attuare un crimine, ovvero con la decisione di denunciarlo quando se ne è testimoni. La disposizione al crimine è infatti verosimilmente correlata negativamente con la gravità percepita del crimine stesso, mentre la disposizione a denunciarlo è correlata positivamente a tale gravità percepita. Il nuovo processo penale (Gulotta, et Al, 1990) esalta altresì, tra l’altro, l’importanza della percezione collettiva del reato in quanto anche il giurato deve fare riferimento al dibattimento, che avviene in un contesto giuridico, ma giudica necessariamente anche in base al proprio Codice Ingenuo personale. La conoscenza della rappresentazione soggettiva del livello di gravità fornisce inoltre un punto di riferimento per interventi di prevenzione.Vi sono dati che mostrano come la valutazione dei comportamenti criminali, giudicata attraverso varie scale, subisce oscillazioni anche notevoli nel tempo, oltre che da una cultura all’altra e da un gruppo sociale all’altro, spesso con variazioni significative legate all’età, al sesso, al gruppo etnico di appartenenza, alla ideologia (Borg, 1985; Forgas, 1980; Lampe, 1982, 1984; Howe, 1988; De Leo e Patrizi, 1992). Tali valutazioni sono state indagate con riferimento a vari indicatori, quali l’incidenza dei singoli comportamenti criminali, il loro livello di gravità, la responsabilità da attribuire a chi li mette in atto piuttosto che al sistema sociale. Tutto ciò ha particolare rilievo nel caso degli adolescenti (De Leo, 1990; De Leo e Cuomo, 1983; De Cataldo Neuburger, 1984; Berti e Kirchler, 1994).La valutazione dei comportamenti criminali sembra altresì svilupparsi sin da un’età relativamente giovane e subire una evoluzione nel tempo, specie in relazione con gli stadi evolutivi del ragionamento morale (Arbuthnot, 1983; Sametz e Githen, 1984). Vi sono dati che mostrano come, anche intervistando soggetti che hanno compiuto dei crimini, tali valutazioni si correlino, ad esempio, con alcune caratteristiche di personalità dei soggetti (Gudjonsson, 1984).Si sono rilevate chiare differenze culturali nella strutturazione dei giudizi morali, ad esempio: fra bambini Israeliani, Statunitensi, Turchi, Cinesi di Taiwan e delle Bahamas (Logan, Snarey e Schrader, 1990), fra bambini della Repubblica Popolare Cinese, di Honk Kong e Inglesi (Ma, 1989), fra bambini israeliani cresciuti in città oppure nei kibbutz (Eisenberg, Hertz e Fuchs, 1990), fra adolescenti e adulti britannici ovvero cinesi di Hong Kong (Sachs, 1992), fra adulti Indiani e Statunitensi (Miller e Bersoff, 1992) e in molti altri casi di osservazione cross-culturale, anche interetcnica. La valutazione dei comportamenti criminali sembra altresì svilupparsi sin da un’età relativamente giovane e subire una evoluzione nel tempo (Arbuthnot, 1983; Sametz e Githen, 1984).Un primo rilevante problema che si pone è allora quello della identificazione di strumenti indicatori i quali evidenzino l’esistenza del costrutto Codice Ingenuo e permettano di metterlo a confronto, in termini possibilmente quantificabili, con altre forme di Codice rispetto alle quali il nostro si definisce appunto come Ingenuo. Il Codice Ingenuo può allora venire messo a confronto con il Codice Penale, il Codice Naturale, il Diritto Consuetudinario, l’applicazione effettiva del Codice nei tribunali e quant’altro.Tali considerazioni, tra l’altro, rilanciano il tema del confronto fra diritto codificato (romano) e diritto consuetudinario (anglosassone). Si tratta di un tema culturale epocale. Questo può essere espresso sotto forma di quesito: se esiste uno scollamento fra percezione delle norme da parte del pubblico e definizione delle norme da parte della legge, potrebbe essere più corretto, quanto meno in termini di efficacia (ovvero di teoria generale) del diritto, fare riferimento anche al Codice Ingenuo (come avviene di fatto con le giurie popolari arbitri assoluti del processo “all’americana”) oppure è preferibile mantenere come metro di paragone il solo diritto codificato (come tende ad avvenire nel processo di diritto romano)? In altre parole: la percezione soggettiva del diritto in essere, il Codice Ingenuo, non ha in teoria alcune interesse per il diritto codificato. Essa è invece rilevante per il diritto consuetudinario.Pur senza voler entrare nel merito di tale intricatissima questione, è evidente che il nostro diritto normativo si va modificando in senso consuetudinario. L’insistenza con cui i giudici sottolineano la necessità di tenere conto delle circostanze per ogni situazione ne è una prova indiretta ma evidente. Non è però ben chiaro, in termini di descrizione sistematica, quanto oggi pesi il riferimento alle circostanze (che vengono lette sempre necessariamente in termini soggettivi, e quindi potenzialmente ingenui) e quanto invece pesi il riferimento al Codice.E’ possibile altresì ipotizzare l’esistenza di più Codici Ingenui. Ad esempio: il Codice Ingenuo in senso lato, e cioè quello della Opinione Pubblica; il Codice Ingenuo giudiziario; il Codice Ingenuo delle singole Procure; il Codice Ingenuo degli avvocati; il Codice Ingenuo delle forze dell’ordine, e via dicendo.Queste ultime riflessioni ripropongono, in termini molto evidenti (e drammatici) anche il tema della certezza del diritto. E’ infatti opinione diffusa (ancorchè da verificare sistematicamente) tra gli operatori del diritto che le forme in cui il diritto viene applicato risentano di tradizioni locali (genius loci). Si dice ad esempio che, a seconda dei Fori di competenza ovvero a seconda dei singoli giudici, lo stesso reato possa tendere a venire valutato in maniera ricorrentemente diversa, e comunque in modo diverso dalla lettera del Codice. In altre parole: lo stesso reato potrebbe dare luogo a sentenze diverse in due Fori diversi. Ciò significa, tra l’altro, che il cittadino si trova in una situazione di sostanziale impossibilità a conoscere la situazione giudiziaria reale. Egli infatti deve basarsi su delle fonti certe, mentre l’uso effettivo di tali punti di riferimento normativi (impossibile da conoscere se non per contatto con la cultura locale che lo esprime, ovvero attraverso la ricerca) non è altrettanto certo.Il soggetto umano, anche nella sua versione professionalmente sofisticata (psicologo, giureconsulto, ecc) agisce come può, generalmente senza una lucida consapevolezza e problematizzazione del suo stesso agire. Ne consegue un continuo vagare da un modello all’altro, dove le implicazioni vengono incessantemente rimosse a favore di una scelta pratica che è soprattutto prevalenza di una istanza o dell’altra. Così il giudizio di valore, l’etica, nella loro realtà quotidiana, ovvero il Codice Ingenuo, si muovono continuamente in un vagabondaggio contradditorio tra affermazioni perfettamente incompatibili fra loro eppure tutte vere, cioè fra antinomie, che determinano in modo relativamente casuale e arbitrario un atto o una valutazione in modo opposto il momento dopo di quanto era stato affermato un momento prima.Le ricerche sulla evoluzione del giudizio morale, così come quelle che sottolineano piuttosto la rilevanza di fattori diversi dallo sviluppo genetico (specie quelli di apprendimento e sociali), implicano tutte, ancorchè raramente in modo esplicito, il fatto che il giudizio morale è relativo. In ogni caso, si tratti di una questione d’età oppure di genere o di chissà che altro, sta di fatto che i soggetti esprimono giudizi diversi, per individui o per categorie. Il senso di fondo è che il diritto non è un dato, bensì un’interpretazione.Un’altra implicazione riguarda il fatto che il giudizio morale è necessario. Si può discutere sulla natura della morale, sulle sue regole, sul modo di applicarla, ma tutti i ricercatori citati nelle pagine che precedono danno per scontato che una normatività vi sia e che l’uomo vi faccia spontaneamente riferimento nel proprio agire nel mondo. La norma viene cioè trattata come una forma di categoria a priori della nostra conoscenza, ovvero del nostro rapporto col mondo.Esiste un livello particolare del Codice Ingenuo, collocabile essenzialmente nella sua dimensione sociale. Tale livello riguarda il modo in cui, all’interno della società, il Codice Ingenuo viene ipostatizzato in leggi, norme e decreti. Questa forma di Codice Ingenuo prende, nel linguaggio comune delle culture europee, il nome di Codice per eccellenza. Mi riferisco, naturalmente, al Codice Penale, al Codice Civile, al Codice di Procedura Penale, al Codice di Procedura Civile, alla Costituzione e in genere alle leggi dello Stato. Dal punto di vista che caratterizza il presente saggio, il Codice legale, nelle sue varie forme, non è altro che un caso particolare di Codice Ingenuo.La ricerca sul Codice Ingenuo è una ricerca sulla fenomenologia. E’ rivolta fondamentalmente alla prassi e alla rilevazione di ciò che è. Essa tenta, conformemente alla speranza psicologica, di identificare il rapporto fra fenomeno e noumeno attraverso la testimonianza che ne dà il soggetto.Essa conferma la natura sostanzialmente e forse necessariamente inconoscibile della morale come entità assoluta, ma si occupa certamente di uno studio del comportamento morale. Non pretende dunque affatto di essere una scienza morale, bensì una scienza della moralità, della normatività. Come la biologia non pretende di conoscere il senso finale della vita, nè la fisica si propone come scienza della causalità ontologica, così la psicologia del diritto non ha l’ambizione di identificare la Norma, bensì soltanto di studiare le forme in cui la normatività si manifesta. In un certo senso: la ricerca sul Codice Ingenuo è una scienza dei costumi.In sintesi: l’ipotesi di ricerca caldeggiata in queste note riguarda l’esistenza di più Codici Soggettivi compresenti all’interno di una medesima cultura. Ciascuno di questi Codici rappresenta appunto una forma di Codice Ingenuo (o del Senso Comune), caratteristico, a seconda del livello di analisi in cui ci si colloca, per ciascuna cultura, ciascuna sottocultura, ciascun individuo. Ispirandoci a Heider (1958), definiamo allora come Codice Ingenuo: le conoscenze non formulate o quasi-formulate ovvero implicite sulle leggi e le norme giuridiche (diritti, doveri e sanzioni) che regolano i rapporti tra gli individui nella comunità, così come sono espresse nella nostra esperienza e nel nostro linguaggio quotidiano.E’ alla definizione empirica di tale costrutto (di tale Codice Ingenuo nelle sue varie forme) che viene dedicato il nostro lavoro nel campo della psicologia del diritto.

 

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RiassuntoPremesse per una teoria del Codice Ingenuo – Viene presentato un modello concettuale di riferimento per il costrutto “Codice Ingenuo”. Dopo una rassegna storica su alcuni momenti rilevanti della ricerca sul rapporto tra descrizione (psicologia) e prescrizione (diritto) del comportamento, si sottolinea, tra l’altro, come il diritto in quanto tale possa rappresentare un punto di riferimento utile per la ricerca psicologica, poichè contiene in sè una completa teoria ingenua della personalità. L’approccio dela psicologia (le regole del comportamento come soggettività) e quello del diritto (le regole del comportamento come norma) non sembrano presentare differenze davvero rilevanti. Potrebbe allora risultare interessante sviluppare una teoria giuridica (in campo psicologico) allo stesso modo in cui si parla di una teoria psicoanalitica, di una una teoria comportamentista, cognitivista, o quant’altro. La psicologia del diritto, connessa ma non coincidente con la psicologia giuridica, può allora avvantaggiarsi di una analisi comparativa dei modi secondo cui si struttura (secondo criteri variabili per gruppi di attori) il Codice Ingenuo, empiricamente rilevabile in quanto inteso come l’insieme delle conoscenze non formulate o quasi-formulate ovvero implicite sulle leggi e le norme giuridiche (diritti, doveri e sanzioni) che regolano i rapporti tra gli individui nella comunità, così come sono espresse nella nostra esperienza e nel nostro linguaggio quotidiano.

 

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