Storia del Soggetto

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Felice Perussia

STORIA DEL SOGGETTO: La formazione mimetica della persona

Torino: Bollati Boringhieri, 2000, pp.340

Collana: Manuali di Psicologia, Psichiatria, Psicoterapia

 

PRESENTAZIONE

(quarta di copertina)

Tutta la vita è interpretazione, e comunicazione. Analizzare un repertorio di mondi possibili alla luce di codici che in parte ci sono stati trasmessi e che in parte ci siamo costruiti. Mettere in scena attivamente i nostri progetti sul teatro del mondo.
Come nell’incalzare della tragedia greca, e nella contrapposizione tra i suoi protagonisti, deuteragonisti e tritagonisti, la storia di ciascuno evolve incessantemente attraverso il gioco delle molteplici istanze che muovono la mente. Il bambino d’oro che è dentro di noi si riflette eternamente nello specchio che cerca di attraversare. Ciascuno è lettore, così come è autore, della realtà.
Il dipanarsi della sorte che ci immaginiamo fluisce verso il futuro e verso il passato, inseguendo una felicità che sembrava perduta. Ma lo scorrere della matassa genera nodi e sofferenze di cui soltanto noi, ognuno per conto proprio, possiamo trovare il bandolo. La risoluzione della trama è racchiusa nella possibilità di capire e di condividere, ma anche nella capacità di coltivare la nostra daltonia.
La formazione personale è azione mimetica dell’individuo che dà forma al possibile, costruendo il suo stesso destino nel confronto con l’altro. Un viaggio infinito fatto di incontri e di confronti che sono narrazioni della nostra esistenza. L’unico modo per capire il soggetto è leggere la sua storia.

 

 

SOMMARIO

ALLA SCOPERTA DI IO

Il campo psicologico – Vivere, crescere, formare

TEORIZZANDO LA VITA

Divenire – Pensiero e azione – La chimica della mente – L’apparenza inganna – La grammatica dei sentimenti – Volere è sapere – Ecumenismo

UNO, NESSUNO, CENTOMILA

Bipolarismo, o della dialettica – Tripolarismo, o delle strutture – Multipolarismo, o dei complessi – La democrazia delle istanze

ATTORE, LETTORE, AUTORE

Codici normativi – Codici ingenui – Codici di codici

ATTRAVERSO LO SPECCHIO MAGICO

Confronti – La virtù sta nel mezzo – Protagonista, deuteragonista, tritagonista

PROTAGONISTA

Mimesi narrative – Il mondo, l’altro – Azione, reazione, interpretazione – Stili di vita, progetti, sceneggiature – Accorgersi di sè – Mimesi formali – Le età dell’acquario – La persona come mondo possibile – Il maestro di se stesso – Il bambino d’oro – Il potenziale umano

DEUTERAGONISTA

L’attore del cambiamento – L’altro, o della regola e dell’alternativa – Mimesi naturali – Mimesi professionali – Mimesi psicologiche – Storia del transfert – La conferma dell’inadeguatezza

TRITAGONISTA

Primo attore, regista, catalizzatore – L’apprendista stregone – Il piacere di esserci – Il ruolo dell’attivo – Il permesso di esistere – Spontaneità – Sciogliere i nodi – Raccontare – Incontrarsi – Individui – Daltonia

LA STORIA INFINITA
Ballando, ballando – Sì, viaggiare
Riferimenti bibliografici

 

 

ALLA SCOPERTA DI IO
(introduzione)

Guardare da vicino il proprio dolore
è un modo di consolarsi
Stendhal

Sin dagli inizi dell’umanità, il processo di evoluzione della persona è stato oggetto di interesse, teorico e pratico, da parte di ogni essere umano, indipendentemente dal costituirsi di una qualche disciplina specifica che se ne occupasse. Tutti noi abbiamo infatti seguito nell’arco della nostra vita, più o meno consapevolmente, un percorso di formazione ovvero di auto-formazione attraverso cui abbiamo preso forma di persona. Lo stesso hanno fatto quanti sono venuti prima di noi, da secoli e secoli, da millenni e millenni. Molti hanno riflettutto sul verificarsi di tale fenomeno e sui processi che ne stanno alla base. Molti ne hanno parlato. Alcuni ne hanno scritto.
Questo libro è dedicato a un esame [preliminare e introduttivo] di tale processo, detto appunto di Formazione Personale. Tale formarsi della persona viene concepito quì come coincidente con la storia del soggetto [in greco: istoria, termine che si ritrova anche in latino, sta per: indagine e ricerca], ovvero con la sua biografia, e in parte con la storia, ovvero con la molteplicità, dei modi in cui si è cercato di descriverla e di capirla.

Il campo psicologico

Ognuno è artefice del proprio destino
Appio Claudio

A cominciare dalla seconda metà, più o meno, del diciannovesimo secolo, il processo di formazione personale [come evento e come studio dell’evento] ha trovato un alleato potente, ancorchè non esclusivo, nel costituirsi della disciplina che ha scelto di definirsi come psicologia. Tale attitudine di analisi e di ricerca esisteva già almeno dai tempi degli antichi greci [e anche da prima], ma ha trovato, per una complessa serie di circostanze intellettuali e sociali, una particolare occasione di sviluppo specialmente in quest’ultimo secolo o poco più.
L’interesse per gli eventi che oggi definiamo come psicologici ha avuto in effetti una storia plurimillenaria, benchè eventualmente sotto definizioni disciplinari differenti. Il movimento psicologico, e con esso il tema della formazione personale, si è tuttavia ri-costituito, e per così dire è ri-nato, in tempi a noi vicini, specie nella forma che viene detta della nuova psicologia.
Il movimento psicologico moderno, dalla sua nascita ad oggi e cioè nell’arco di questi ultimi cento anni, ha acquistato un carattere affatto nuovo e particolare rispetto ai suoi inizi. Ho cercato di descrivere le grandi linee di tale evoluzione in precedenti lavori cui rimando [Perussia, 1994, 1999]. In questa sede mi limiterò a riassumere alcuni dei fenomeni che caratterizzano tale sviluppo della nuova psicologia, nei termini in cui interessano anche il tema della forma-azione, ovvero della storia, personale.
Il movimento psicologico [nella sua veste recente di nuova psicologia] è ri-nato nel secondo Ottocento come attività intellettuale e disinteressata cui si dedicavano pochi studiosi in laboratorio, secondo il modello delle scienze naturali. Nella prima metà del novecento si è consolidato nellintervento clinico, proposto sulla falsariga di una metafora bio-medica da attuare nel gabinetto di consultazione. Si è trasformato infine, nel secondo novecento, in unattività di servizio, attuata da un numero rilevante di professionisti nei contesti più disparati. Il tutto in un quadro di crescente rilevanza della dimensione anche economica della disciplina.
E’ avvenuto dunque che tanto il modello della ricerca di base quanto quello della [psico]terapia, intesa come cura di uninfermità mentale, sono apparsi sempre meno adeguati rispetto alla domanda in senso lato psicologica che emerge dalla società. Al modello dello studio scientifico disinteressato, e a quello del trattamento di una malattia, si è dunque sostituita una concezione della psicologia come intervento che facilita la competenza della persona. A questo proposito, sarà utile ricordare che loriginale greco therapon definisce il servitore, il compagno, laiutante; mentre therapeia indica: cura, servitù, assistenza, accompagnamento, scorta, servizio, compiacenza, servilismo [in alcune aree del mondo tedesco, per dare il benvenuto a qualcuno, gli si dice: servus!]. In questo senso, la terapia rimane sì un cardine del movimento psicologico. Ma in un senso progressivamente diverso, che forse indica qualcosa daltro.
Con levolvere novecentesco della psicologia, si è sviluppata la consapevolezza di una evidente inadeguatezza del concetto di terapia come modo elettivo della disciplina. Benchè l’immagine sociale diffusa della materia [tra il pubblico, ma anche tra molti addetti ai lavori] si avvicini a quella della medicina individuale in uno studio privato, la gran parte dell’attività degli psicologi si svolge in effetti come servizio sociale rivolto alle più diverse situazioni.
Quello che appare significativo è tuttavia il fatto che il tema della psicologia ha largamente trasceso il contesto di quella che si è auto-definita come competenza psicologica in senso tecnico. I concetti e i principi scientifici che le hanno permesso di affermarsi come una delle discipline, delle professioni e delle modalità di servizio più caratterizzanti di questo secolo sono diventati infatti patrimonio un po’ di tutta la cultura, anche molto quotidiana, del nostro tempo.
Ciò vale tanto da un punto di vista teorico quanto da un punto di vista pratico. Anche se la psicologia, come disciplina scientifica, accademica e applicativa, si è proposta come una competenza separata e in qualche modo esclusiva rispetto al resto della società, di fatto tutti [esperti e profani] parliamo liberamente e spesso con una certa competenza [almeno a nostro giudizio] di temi psicologici, ce ne costruiamo in qualche modo delle teorie e le applichiamo a noi stessi e a quanti incontriamo sulla nostra strada.
In psicologia si è andata affermando anche una tradizione di professionisti eminenti, ovvero di studiosi particolarmente rappresentativi e autorevoli, da utilizzare come fondamenta della disciplina. Tuttavia: se è vero che i grandi autori hanno fornito contributi determinanti alla comprensione della soggettività; è pure vero che tutti noi siamo però in qualche modo psicologi, studiosi di psicologia e terapeuti [anche se, spesso, non particolarmente eminenti].
Il caso della psicologia non è peraltro molto diverso da quello di altre competenze culturali. Capita infatti a tutti noi di attuare, in modo dilettantesco, ciò che per alcuni è una professione: intellettuale [come ad esempio nella filosofia o nella teologia o nella letteratura] e/o materiale [come ad esempio nella culinaria o nel giardinaggio] e/o fisica [come ad esempio nello sport]. Questo vale per la medicina, il diritto, l’economia, l’architettura e mille altre aree della conoscenza, ivi compresa naturalmente anche la soggettività umana.
Detto altrimenti: tutti noi riflettiamo sui grandi temi dellesistenza, sviluppiamo una nostra visione del sacro, raccontiamo storie, prepariamo cibi, coltiviamo piante, camminiamo, cerchiamo di debellare l’influenza, abbiamo opinioni su ciò che si può fare e su ciò che non si può fare, impieghiamo i nostri risparmi, arrediamo la casa, e via dicendo. Tutto questo avviene anche se non siamo professionalmente dei filosofi, dei sacerdoti, degli atleti, dei medici, dei magistrati, dei commercianti, degli architetti, degli impiegati, degli operai, dei guaritori, degli psicologi, o quant’altro.
In particolare, nella prospettiva [latamente neo-psicologica o post-psicologica] in cui si muove questo libro: tutti noi, che ce ne rendiamo conto oppure no, ci occupiamo di storia personale, sia nel senso che ci formiamo, sia nel senso che formiamo, sia nel senso che siamo formati. La differenza sta nel fatto che molti non ne derivano una professione, almeno non con linsistenza e la convinzione del professionista che la professa sistematicamente.
Benchè la dimensione psicologica della realtà faccia parte integrante della modernità e della contemporaneità [così come la post-psicologia della post-modernità], una vera e propria influenza tecnica degli psicologi nei diversi settori del vivere civile è molto meno diffusa e strutturata di quello che si potrebbe credere. Esiste cioè una curiosa sproporzione tra la rilevanza culturale della psicologia e l’intervento concreto degli psicologi. Il pensare psicologicamente è ormai parte costitutiva del nostro tempo. La cultura psicologica ha infatti cambiato radicalmente la mentalità e la sensibilità della nostra epoca. Il nostro mondo è intriso di psicologismo [Jervis, 1999]. Ma l’intervento formale e professionale degli psicologi è circoscritto a un limitato ventaglio di occasioni.
In quest’ultimo secolo si è certamente sviluppata e consolidata grandemente lazione della psicologia come professione, ma più ancora si è psicologizzata la concezione della vita di tutti noi. Sono le professioni, e la gente, ad essere diventati psychology oriented, molto più di quanto gli psicologi, come professionisti, siano riusciti a intervenire direttamente nel e sul mondo. Più che servirci spesso degli psicologi, cosa che pure è avvenuta in misura crescente, siamo diventati un po tutti psicologi noi stessi.

Vivere, crescere, formare

E’ molto difficile spiegare questa maniera di pensare
a quelli che non hanno pensato in questa maniera
Richard Schechner

Nel linguaggio psicologico, così come nel parlare comune, alcuni aspetti della storia personale vengono correntemente definiti come formazione psicologica, particolarmente con riferimento al concetto di terapia. Utilizzerò dunque nel testo anche quest’ultima espressione, giusto per capirsi, benchè non sia assolutamente a questa forma linguistico-concettuale che il libro è dedicato, bensì, per certi aspetti, anche alla sua negazione o meglio al suo superamento [come cercherò di spiegare più oltre].
I termini specifici con cui mi riferirò agli attori della relazione formativa saranno dunque: soggetto e soggetto [ovvero: persona e persona]. Utilizzerò naturalmente, per restare nel linguaggio psicologico convenzionale, anche parole più familiari alla letteratura, come: individuo, personalità, paziente, cliente, terapeuta, psicologo, psicoanalista, psichiatra, professionista, medico, maestro, consigliere, ecc. Il centro focale è comunque il soggetto, o essere umano, o persona. Termini neutri.
In altre parole, come è bene chiarire sin da subito, così da fugare una parte dei possibili dubbi, questo libro, e il modello che vi viene adombrato, non è nè vuole essere un testo sulla psicoterapia. Alla luce di quanto spero di delineare con qualche efficacia nelle pagine che seguono, la psicoterapia [diciamo meglio: la teoria della psicoterapia letteralmente intesa, molto più di quanto non avvenga per la pratica terapeutica concreta] è una specie di perversione della psicologia. D’altra parte: io stesso non sono un terapeuta [nonostante le apparenze], più che altro perchè non voglio definirmi tale e non ci tengo affatto ad esserlo.
Uno dei più noti autori della fase pionieristica della nuova psicologia, nelle sue lezioni introduttive alla psicoanalisi [Freud, 1917-1933] nota acutamente che spesso, per capire la presentazione di una modalità di pensiero originale, sarebbe necessario conoscerla già. Sigismund Freud sottolinea dunque che il suo sforzo di presentazione è costretto ad un continuo lavoro di approfondimento e di semplificazione, che un po’ corre avanti e un po’ ritorna continuamente sui suoi passi.
Questo dipende anche dal fatto che egli si preoccupa costantemente di distinguere tra quanto può essere detto ad un profano che si avvicina per la prima volta alla materia e quanto invece ad un discepolo che è già al corrente di molte cose. Tanto che, per tutte le sue Lezioni introduttive, ripete spesso considerazioni del tipo “Ho sempre limpressione che a queste conferenze manchi il diritto di esistenza. Agli psicoanalisti dico troppo poco, e, in genere, nulla di nuovo; e a voi dico troppo, espongo cose alla cui comprensione non siete preparati, che non sono dunque per voi” [Freud, 1917-1933, 424].
In questa sede fa difetto tale preoccupazione, di distinguere tra i molti chiamati e i pochi eletti [temo infatti che, nella fattispecie, vi sia carenza di entrambi], ritenendo che tutti siamo più o meno nelle medesime condizioni [e comunque: questo non è un discorso elettorale]. La bella immagine a spirale testè evocata rende però bene l’idea della difficoltà a presentare un modello teorico-pratico che, come avviene tipicamente in psicologia, si basa su di un atteggiamento mentale più che su di una sequenza lineare di dati e di affermazioni concatenate. Essa vale, più o meno, per qualsiasi ideologia scientifica. Vale, naturalmente, anche per il modesto libro che hai tra le mani.
La presente descrizione del modello della forma-azione personale risente dunque un po’ meno di tale vincolo. La psicologia è diventata ormai una conoscenza relativamente diffusa e molti dei lettori di questo testo [sempre che vi siano altri, oltre a noi due] sono già familiarizzati ai modelli concettuali della disciplina. Tuttavia, rimane il fatto che, per capirne la sostanza [e soprattutto lattitudine che la caratterizza], occorre averla già un po’ presente prima di avvicinarla. La storia personale, come ogni modello scientifico, è infatti, prima di tutto, un modo di porsi o, come potrebbe dire qualcuno, una categoria dello spirito [un mood].
Preciserò anche che, da un punto di vista psicologico, mi considero per certi aspetti un freudiano puro [come credono anche molti colleghi], almeno in termini di formazione, avendo praticato il medesimo percorso di intervento psicoanalitico preciso e personale [di vera e propria psicoanalisi sistematica sotto la guida di un medico analista esperto] che ha seguito lo stesso Sigismund Freud, e cioè, come è noto, nessuno. Questo dato, che mi è capitato più volte di ricordare a colleghi ed amici, potrebbe venire percepito come un gioco di parole dal gusto paradossale. Personalmente lo considero invece una questione seria e significativa, da prendersi alla lettera [senza infingimenti], anche per le molte implicazioni epistemologiche che porta con sè. Per quanto concerne il tema della formazione personale, si può infatti dire di Schlomo Freud, per fortuna, lo stesso di Alice: “generalmente si dava ottimi consigli (benchè molto di rado li seguisse)”.
Avendo assunto ad esempio il grande pioniere di tutti noi nuovi psicologi, non ho dunque mai fatto la analisi. Non sono insomma quasi mai stato sistematicamente dal lo/la analista [se non, molte volte (ma non in modo continuativo), a cena; spesso ospite, e ne ringrazio]. Ciò è dipeso in larga parte dai casi della vita [mia e sua], avendo trovato maestri decisamente freudiani anchessi; ma anche da una mia scelta strategica [di tempo, di economia, di priorità, ecc]. Mi rendo dunque conto che, in termini di distinzione sociale, il non avere seguito qualche analista tre volte la settimana per anni [ne ho seguito in effetti qualcuno; ma abbiamo interagito con minore assiduità] mi colloca, pur nella rassicurante compagnia dell’eterno emarginato, in una condizione psicologicamente discutibile.
Ho dunque percorso una mia storia psicologica classica ma non lussuosa, per dirla con Torstein Veblen, e soprattutto non dispongo di una formazione psicoanalitica diversa da quella di Schlomo Freud. Gli amici che lo desiderano potranno dunque interpretare, gratuitamente, questo libro anche in termini psicodinamici; stante che possono farlo anche comportamentisticamente, cognitivisticamente, esistenzialistico-umanisticamente, o conformemente a qualsiasi altra mente di loro gradimento.
Ho peraltro svolto una lunga attività di forma-azione personale altrui [o almeno: spero; e comunque ci ho provato], per lo più con una pluralità di persone. Mi è anche capitato di avere di fronte un interlocutore solo per volta, ma si è trattato dell’eccezione più che della regola [un minimo di seguito, devo dire, non mi è mai mancato; a Dio piacendo]. Anche questo, lo capisco, mi potrebbe abbassare in quella scala della distinzione sociale, che una parte degli psicologi si è costruita. Un professionista d’élite non potrebbe godere infatti, per la contraddizion che nol consente, di molta popolarità.
Tengo dunque a precisare che non sono [mai] stato [per davvero] un analista, nel vero senso della parola, prima di diventare altro, e che ho avuto molti padri teorici ma nessuno in particolare [Laio incombe] cui ispirarmi. Direi che sono sempre stato, ahimé, niente di più [e niente di meno] che un semplice soggetto tra gli altri.
Durante il lavoro di studio e di stesura legato a questo breve libro [così come in altri casi consimili] ho provato continuamente la sensazione, penso condivisa da molti estensori di testi [articoli, libri, tesi, ecc], così come da molti lettori [anche se magari non scrivono], di inseguire una meta che si allontanava ogni volta che mi pareva per un attimo di arrivarle vicino [un po’ come in quei sogni dove non si arriva mai al punto, eppure non ci si sveglia (preciso, per gli enigmisti: non si tratta di un mio sogno ricorrente, almeno che io sappia, mentre dormo)]. Di libro in libro, di citazione in citazione, di bibliografia in bibliografia, di absract in absract, non ho fatto altro che svolgere un filo di Arianna che però, a differenza di quello che sarebbe successo a Teseo, non mi ha permesso affatto di uscire dal labirinto.
Sono anzi ancora quì a percorrerlo, con molte speranze ma anche con il sospetto che il senso di tutta la faccenda non stia affatto nel raggiungere l’uscita [come è noto, alla fine di tutta la storia, il povero Teseo venne buttato giù da una rupe; sia pace allanima sua!]. Se vogliamo, penso piuttosto che sarebbe meglio non arrivare mai a tale uscita che, per dirla con il poeta, mi – e anche: vi – potrà portare la prima notte di quiete, che è anche l’ultima.
La storia personale mi ricorda piuttosto la volenterosa e inesauribile azione del tessere e del dipanare i nodi al telaio [Penelope insegna]. Credo peraltro che questa immagine possa rendere l’idea, ovvero fornisca una possibile rappresentazione efficace [tra le altre], di alcuni concetti che sono basilari in questo libro: la deriva semiotica, la mimesi, lessere-al-mondo come racconto e come teatro, lo specchio, la riflessione, lauto-referenzialità, la forma-azione personale, la continua costruzione e ricostruzione di una storia infinita, e via dicendo.
La strada della conoscenza [o almeno del tentativo di capire un po meglio] è una conversazione continuamente interrotta, poichè consiste nell’accumulare grandi quantità di idee, la cui sintesi attraverso i libri ci permette soltanto di definire grossolanamente un gradino su cui appoggiarsi per raggiungerne un altro [ma quale altro? e partendo da quale?]. Come nelle sabbie mobili: uno mette un piede su qualcosa, il piede affonda, allora si appoggia credendo di venirne fuori, e si ritrova più impantanato di prima [anche quando arriva Tarzan a salvarti, può capitare di ricaderci].
Il seguito alla prossima puntata. Anche se, per citare una delle mascotte di questa ricerca [Alice, per chi non lavesse ancora capito]: “Il resto la prossima volta” – “E’ la prossima volta!”.
In effetti, l’idea del soggetto ha avuto una lunga storia in cui i modelli di ricerca si sono costruiti di volta in volta un proprio ideale umano, senza che l’ideale successivo [nonostante tutti gli sforzi di Thomas Kuhn] riuscisse davvero a scalzare il precedente. La STORIA della PSICOLOGIA è poi sempre stata ricca di metafore sulla persona e sulla sua mente, che possono essere ritrovate anche nella letteratura fictional [Kearns, 1987], oltre che nella saggistica a sfondo intellettuale e scientifico più in generale.

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Storia del soggetto esiste anche in questa versione:

 

Molti approfondimenti sul tema in: Perussia, F. (2015). Storia della Psicologia: Manuale di scienze della mente. Milano: Psicotecnica Amazon.

Per capire meglio la psicologia, si veda anche l’omonimo sito: StoriadellaPsicologia.it

 

 

 

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