Psicologia della personalità e ricerca sulla personalità

 

 Felice Perussia

Psicologia della personalità e ricerca sulla personalità

Premessa al volume di Barbara Krahé: Psicologia della personalità e psicologia sociale: Verso una sintesi (edizione originale 1992). Milano: Guerini e Associati, 1994

 

Il saggio di Barbara Krahé, qui tempestivamente pubblicato in versione italiana, rappresenta un punto di riferimento importante per comprendere gli sviluppi contemporanei della psicologia della personalità. Esso descrive la ricerca personologica attuale, inquadrandola soprattutto nel suo crescente integrarsi con vari aspetti della psicologia sociale. Tale integrazione rappresenta una delle tendenze evolutive maggiormente di punta alla soglia degli anni ’90.
La natura innovativa del testo è particolarmente evidente per la cultura psicologica nel nostro Paese, dove il costrutto “personalità” forse non ha ancora raggiunto appieno quell’aggiornamento, in termini di oggetti di ricerca, di metodi e di riferimenti teorici, che invece sembra caratterizzare la disciplina nel movimento psicologico internazionale. Si assiste infatti, non di rado, ad un parziale scollamento fra il lavoro degli specialisti del settore, decisamente orientato alla ricerca innovativa, e l’immagine diffusa della disciplina, talvolta ancorata a schemi teorici ed interpretativi ormai desueti.
Per capire meglio il significato del testo, e per contribuire ulteriormente allo sforzo di sistematico aggiornamento che l’autrice efficacemente persegue, potrà allora risultare utile fornire, specie al lettore italiano, qualche cenno introduttivo di inquadramento. Tali note non vogliono certo esaurire il tema di una messa a punto della attualità personologica, ma solo disegnare uno schizzo di alcuni aspetti del quadro di riferimento in cui la disciplina si muove oggi, fornendo anche qualche indicazione bibliografica ulteriore alle molte già indicate dalla stessa Krahé.

 

Il quadro concettuale

Il dato fondamentale da sottolineare è che la moderna psicologia della personalità rappresenta ormai un campo autonomo ed indipendente di elaborazione teorica e di ricerca. Essa si trova tuttavia all’incrocio fra almeno quattro aree principali dell’indagine psicologica: la psicologia generale, la psicologia sociale, la psicometria (assessment), la psicologia dinamica. Nessuno di questi importanti settori di riferimento può essere ignorato, pena l’impossibilità di capire la peculiarità del settore disciplinare in esame.
Storicamente, la psicologia della personalità, prima di venire incorporata nella “nuova psicologia” scientifica di fine ‘800, è stata oggetto di interesse soprattutto della filosofia e della patologia, benchè in forma più impressionistica che sistematica (Watson, 1980). Il tema della persona, a partire dalla sua “invenzione” che si suole far risalire al Rinascimento, è sempre stato uno dei punti forti dell’analisi filosofica (e teologica). Un’altra disciplina che vi si è dedicata ampiamente, a partire dallo studio della definizione giuridica della personalità (habeas corpus, diritto naturale, concetto di responsabilità e di proprietà, eccetera) è stata appunto la scienza del diritto. Più di recente, alle sytrutture di personalità si è interessata particolarmente la psicopatologia ottocentesca, soprattutto attraverso lo studio dei grandi quadri psichiatrici. In tutti questi campi (filosofia, religione, diritto, psichiatria) la tradizione italiana è stata particolarmente ricca e fondativa, anche per culture diverse dalla nostra. Questo dato, tanto evidente, può essere tuttavia solo evocato, in questa sede, senza ulteriori approfondimenti.
In ogni caso, le implicazioni della psicologia della personalità sono in primo luogo filosofiche (Sanchez Bernardos, 1989). L’intitolazione dell’insegnamento relativo alla personalità, nella prima versione dei corsi di laurea italiani fino al 1984, si riferiva del resto proprio alle “Teorie della personalità”. Tale concetto, largamente diffuso nella tradizione personologica, viene generalmente presentato in una forma che ricorda da vicino quella del manuale di storia della filosofia, basato su teorie riferite ai nomi di singoli autori molto più che sulla descrizione di un sapere cumulativo derivato dalla ricerca, come avviene invece nelle scienze naturali. Ciò dipende certamente in parte dalla tipica tendenza della scienza psicologica a tenere da sempre come punto di riferimento in primo luogo gli psicologi eminenti, più che ad elencare semplicemente i risultati delle loro indagini (Perussia, 1994). In questa prospettiva, comunque, qualsiasi teorico della psicologia può essere interpretato anche come uno studioso, quanto meno implicito, della psicologia della personalità.
Lo studio scientifico della personalità, in quanto paradigma di indagine, ha acquistato però una sua identità autonoma, rispetto allo sfondo della ricerca psicologica complessiva, solo con gli anni ’30 (Burnham, 1968). I testi fondativi della materia, dal punto di vista di una sua sistematizzazione scientifica, vengono identificati in due manuali, usciti contemporaneamente, l’uno a firma di Allport (1937) e l’altro ad opera di Stagner (1937). Il primo ha acquisito una notorietà assai superiore al secondo, discretamente noto negli Stati Uniti ma pressochè ignoto in Italia (anche per il fatto di non essere mai stato tradotto nella nostra lingua).
Storicamente, la suddivisione della disciplina viene cadenzata in fasi diverse a seconda degli autori. E’ evidente comunque una struttura sequenziale comune alle diverse descrizioni. C’è chi parla di tre fasi: le macroteorie del primo novecento, le microteorie del periodo fino agli anni ’50, il rinnovamento attuale seguito alla crisi postbellica ed alla ridefinizione della psicologia connessa con il movimento culturale detto del “sessantotto” (Caprara e Luccio, 1986-1992; Caprara, 1992). Queste tre fasi vedrebbero anche la presenza di tre modelli concettuali che si sostituiscono l’uno all’altro: quello di tipo meccanicistico, quello teleologico ed un terzo, il più attuale, di impostazione sistemica. Nel primo prevale l’accento sulle cause pregresse del comportamento; nel secondo quello sugli obiettivi che il comportamento si propone; nel terzo (che vuole essere una sintesi degli altri due) quello dell’uomo come sistema ad autoregolazione che interagisce inevitabilmente con tutti gli altri sistemi coi quali entra in contatto (biologici, individuali, sociali), in connessione con i relativi concetti basali di: tempo, trasformazione, emergenza, interazione, crisi, continuità, stabilità, coerenza.
Secondo Craik (1986), le fasi storiche attraversate dalla psicologia della personalità sarebbero cinque. Si susseguirebbero dunque: il periodo della pre-identità, basato sull’analisi razionale più che sulla ricerca, connesso ai primi tentativi di definire i tipi psicologici e le strategie psicodiagnostiche; il periodo che precede la seconda guerra mondiale, con lo sviluppo di tecniche multimetodo; il periodo immediatamente post-bellico, con l’invenzione dei test personologici sia obiettivi (specie lo MMPI) sia proiettivi; il periodo contemporaneo, con la diffusa elaborazione di scale ed inventari, specie relativi a singoli tratti; il periodo attuale, di rivitalizzazione. Dal punto di vista dei metodi, Craik propone di distinguere tra: alcuni paradigmi che hanno visto un continuo sviluppo nel tempo (e cioè: il laboratorio, l’osservazione, gli inventari e la scale di personalità, le tecniche proiettive); altri che hanno subito una partenza decisa per poi scomparire quasi ed essere rilanciati solo con gli anni ’80 (e cioè: gli approcci biografici e d’archivio nonchè le indagini sul campo); altri infine (in particolare: l’osservazione naturalistica a fini di valutazione) che hanno caratterizzato i primi passi della diciplina ma sono stati ben presto abbandonati senza venire più ripresi.
Per quanto riguarda i modelli concettuali, o meglio le aree, della psicologia della personalità, c’è chi ne ha identificati quattro: “i tratti (lo studio delle differenze individuali), il situazionismo, la psicodinamica e l’interazionismo” (Endler e Parker, 1992). Altri propongono invece quattro paradigmi differenti, sempre in termini di approccio metodologico e concettuale, come tendenza emergente di fine secolo (ventesimo): cross-culturale, etnopsicologico, della ricerca di impostazione statunitense e del modello di Eysenck (Diaz Guerrero, 1992).
I manuali dedicati alla personalità vedono prevalere almeno tre linee principali di riferimento, in parte simili (benchè non esattamente coeve) alle varie stagioni della disciplina, che si susseguono in ordine di tempo. Un gruppo di manuali punta sulla proposta di teorie in qualche modo compiute e onnicomprensive. Un altro racconta la storia evolutiva delle teorie. Un terzo si propone come raccolta dei risultati di ricerca disponibili. Il primo modello rappresenta una sorta di fuga in avanti rispetto ai dati effettivamente conclamati. Il secondo si propone come un tentativo di recupero del passato, specie filosofico. Il terzo pare un modo di stare alla finestra in attesa di più chiari sviluppi.
Il dibattito che forse ha maggiormente agitato la ricerca personologica si è incentrato peraltro sul rapporto persona-situazione, ovvero sulla relazione che intercorre fra l’individuale-intrapsichico e l’interpersonale-sociale, specialmente nell’arco degli anni ’70. Tale dibattito viene fatto risalire in particolare alla pubblicazione del lavoro di Mischel (1968) che mette in dubbio, sulla base di molti dati di ricerca e di considerazioni teoriche, la natura effettivamente stabile dei tratti, promuovendo una linea di situazionismo radicale, che l’autore ha poi sottolineato non voler essere così decisa, ma che è stata interpretata da molti come tale. Una simile impostazione ha risentito certamente della propensione a fare riferimento molto più volentieri al sociale ed al politico, piuttosto che al personale ed alla volontà singola, caratteristica della temperie culturale degli anni sessanta.
Per tutti gli anni ’70 si è messa dunque in primo piano la crisi della psicologia della personalità dato che, se i tratti non esistessero, la psicologia della personalità si troverebbe priva di uno dei suoi costrutti fondativi. Tuttavia, con l’avanzare degli anni ’80, non se n’è parlato più molto anche se in effetti, come ben sottolineano Endler e Parker (1992), i motivi che davano spunto all’idea di crisi sono rimasti tali e quali. La ripresa della personologia è peraltro ricollegabile ad un recupero del costrutto relativo alla volontà-responsabilità individuale che ha caratterizzato l’abbandono di modelli di spiegazione del comportamento in termini necessariamente sociali (ovvero il ritorno al privato) tipico degli anni ’80.
Posto un simile quadro di fondo, peraltro qui appena accennato, possiamo tornare a sottolineare come la psicologia della personalità abbia molto in comune con la psicologia generale. Quest’ultima infatti presenta due facce complementari. L’una riguarda le diverse funzioni, o istituzioni, del funzionamento psichico (percezione, memoria, pensiero, emozioni, problem solving, eccetera). L’altra concerne i diversi funzionamenti del meccanismo nel suo insieme, quali si presentano nel singolo individuo. Il primo settore è sussunto nella categoria “psicologia generale” propriamente detta, l’altro nella categoria “psicologia della personalità”.
L’acquisizione ufficiale della psicologia della personalità alla psicologia generale è ben rappresentata dal fatto che in Italia, dal punto di vista dei raggruppamenti delle cattedre di psicologia, la psicologia della personalità e delle differenze individuali è attualmente collocata appunto all’interno del raggruppamento di psicologia generale. Una conferma scientifica in questo senso è ravvisabile anche nel fatto che, a partire dal 1992, nell’ambito dell’annuale convegno della Divisione Ricerca di Base della Società Italiana di Psicologia, si tiene una seduta scientifica specificamente dedicata alla psicologia della personalità (Perussia, 1992).
Un altro paradigma forte della psicologia della personalità è rappresentato dalla tradizione psicometrica, ed in genere da quella della psicologia differenziale, con cui largamente coincide. Ne è prova evidente il fatto che l’insegnamento relativo alla personalità, negli attuali corsi di laurea italiani, si intitola appunto alla “Psicologia della personalità e delle differenze individuali”. Il modello dei tratti, intesi come “i fattori interni che spiegano la costanza del comportamento attraverso una varietà di situazioni differenti” (Endler e Parker, 1992) deriva in modo diretto dalla ricerca sulla costruzione dei test (Danziger, 1990). E’ appunto a questa tradizione di ricerca, basata sulle medesime procedure di somministrazione (spesso “carta e matita”) e sugli stessi procedimenti di taratura e di elaborazione statistica, che si collega il senso di unitarietà della psicologia personologica, la cui cifra unificante, secondo Rorer e Widiger (1983), è soprattutto il richiamo ad una struttura formale ricorrentemente identica, ben al di là dei contenuti o delle teorie, spesso assai poco esplicitati.
Il nuovo modello di riferimento che definisce il settore viene fatto risalire del resto alla ripresa di interesse degli psicologi sperimentali per le differenze individuali, allo sviluppo degli studi genetici, alle opportunità permesse dallo sviluppo dei computer (Caprara, 1992). Un dato evidente della rilevanza del modello psicometrico, una volta superate le limitazioni ideologiche degli anni ’70, è fornito anche da lavori, di grande mole ed impegno scientifico e teorico, che sono apparsi di recente sulla valutazione psicologica (Goldstein e Hersen, 1990; Groth Marnat, 1990; Boncori, 1993). Anche le rassegne apparse sulla Annual Review of Psychology sono del resto quasi sempre dedicate almeno nella stessa misura tanto ai metodi ed agli strumenti di assessment (in sostanza a test e scale) quanto alla teoria ed alle ricerche su temi particolari.
Un importante punto di riferimento della psicologia della personalità è poi la psicologia dinamica. Il fatto di costituire un modello concettuale rappresentativo non giustifica tuttavia una certa tendenza alla confusione tra i due settori, tipica di una parte della cultura psicologica italiana, la quale si collega principalmente alla limitata abitudine alla ricerca.
Alcuni studiosi di psicologia amano presentarsi come promotori di un modello teorico, invece che come esperti di un oggetto di ricerca. Ciò è avvenuto spesso per i comportamentisti. Avviene non di rado anche con gli psicoanalisti. Esiste del resto una sorta di affinità elettiva tra certi oggetti e certe teorie, per cui gli studiosi ideologicamente caratterizzati da una teoria tendono a ritrovarsi anche in un oggetto di indagine. Avviene così che molti insegnamenti di psicologia della percezione siano tenuti da gestaltisti, molti insegnamenti di apprendimento e memoria da comportamentisti, molti insegnamenti di psicologia dinamica e clinica, o anche di personalità, da psicoanalisti.
La teoria psicologica più diffusa in psicologia (Perussia, 1994), e con maggiori pretese di spiegazione globale, è la psicoanalisi. Questa è anche più adatta ad una diffusione popolare in quanto, stante la sua natura più concettuale che sperimentale, chiunque ne abbia letto un po’ si sente in grado di parlarne. Inoltre, essendo questa legata al modello ottocentesco di spiegazione universale, fornisce una lettura rassicurante del mondo (in quanto si propone di spiegare ogni cosa) e si presta particolarmente all’approccio personologico, che vorrebbe appunto giungere ad una descrizione olistica. Benchè culturalmente diffusa, e molto apprezzata da una parte degli psicologi “prestati” alla psicologia della personalità, da un punto di vista storico la psicodinamica ha però sempre avuto un rilievo modesto all’interno della personologia accademica, e cioè della ricerca nel settore.
Il limite maggiore delle teorie psicodinamiche nell’area della psicologia della personalità ha riguardato la difficoltà, e spesso lo scarso interesse, a condurre della ricerca empirica. In realtà, è stato sottolineato che un impiego della psicoanalisi per rilevazioni di assessment obiettivo è certamente possibile ed anzi stimolante (Sugarman, 1991). Tuttavia, non si è fatto molto in questa direzione cosicchè il contributo delle teorie psicoanalitiche, esistenzialiste ed in genere della terza forza, peraltro più orientate all’applicazione terapeutica che alla ricerca di base, non sembra presentare quelle caratteristiche di predicibilità e di evidenza empirica che generalmente ci si attende da una psicologia scientifica della personalità (Eysenck, 1986).
Un dato evidente, per ritornare più specificamente al tema cui si ispira il lavoro della Krahè, riguarda comunque lo sforzo, o se vogliamo la spontanea tendenza, della psicologia della personalità a confrontarsi con la psicologia sociale. La questione del rapporto tra concezione della psicologia sociale come interazione tra individui o invece come prodotto della collettività, risale almeno al dibattito tra l’azione degli individui che agiscono per imitazione sostenuta da Tarde e la coscienza collettiva come determinante dei comportamenti individuali sostenuta da Comte e Durkheim. Essa sta alla base di una delle tradizioni psicologico-sociali più antiche nell’Europa continentale, e cioè della scuola francese (Perussia, 1978). Anche Kenrick (1989) fa risalire la psicologia sociale e la psicologia della personalità ad un modello originario comune, ma lo collega alla matrice anglosassone rappresentata da Darwin e dalla sua teoria biologica della selezione per adattamento.
L’interesse per un collegamento fra psicologia della personalità e psicologia sociale ha avuto un certo spazio anche in Italia, soprattutto nel senso di sottolineare la dimensione sociale della disciplina. Tale impostazione, che pone l’accento specialmente sulla personalità come prodotto della socializzazione e sugli aspetti socio-politici della formazione dell’individuo, è stata espressa, in termini più critici e di rassegna che non sperimentali, in diversi lavori di qualche tempo fa (Zavalloni e Montuschi, 1973; Del Corno e Spaltro, 1976; Salvini, 1977; Sirigatti, 1978).
Al di là di questi esempi nostrani, va peraltro notato che le riviste internazionali più rappresentative del settore si richiamano da molto tempo ad entrambe le aree disciplinari. Ciò vale per il Journal of Personality and Social Psychology, che si intitola così sin dalla sua fondazione nel 1930, nonchè per il Personality and Social Psychology Bulletin, fondato nel 1974, ovvero per il Journal of Social Behavior and Personality, dal 1986.
Sempre sul piano internazionale, ed in tempi più recenti, grosso modo a partire dalla metà degli anni ’80, il dibattito si è rinnovato, stimolando contributi da parte di numerosi autori, in sedi disparate ed in una prospettiva generalmente di rassegna critica (Kenrick e Dantchik, 1983; Rosenberg, 1983; Blass, 1984; Carlson, 1984; Gergen e Davis, 1985; Lott, 1985; Lykes e Stewart, 1986; Ryff, 1987; Biaggio, 1992). Ne è un segno evidente il fatto che sono stati dedicati a questo tema, della integrazione reciproca, numeri monografici di importanti riviste, come è avvenuto per il numero 53(6) del Journal of Personality and Social Psychology sulla integrazione della personalità e della psicologia sociale, nel 1987, ovvero per il numero 15(3) del Journal for the Theory of Social Behavior sulla riscoperta del Self in psicologia sociale, nel 1985. Molti segni di frammistione fra le due aree si possono rilevare peraltro in tanti contributi apparsi sulle altre più importanti riviste scientifiche dedicate al tema della personalità, quali il Journal of Personality, dal 1933, il Journal of Personality Assessment, dal 1934, il Journal of Research in Personality, dal 1967, Personality and Individual Differences, dal 1980, lo European Journal of Personality ed il Journal of Personality Disorders, entrambi dal 1987.
Nei fatti, l’integrazione fra le due discipline è piuttosto visibile anche nella tendenza a trattare vari aspetti della ricerca come problemi che sono contemporaneamente di psicologia della personalità e di psicologia sociale. E’ il caso, ad esempio, delle scale relative a tratti di personalità, che non appaiono facilmente separabili, in termini concettuali, dalle scale di atteggiamento. Ciò risulta evidente nel fondamentale lavoro curato da Robinson, Shaver e Wrightsman (1991), dove appunto i medesimi inventari vengono trattati tanto in termini di atteggiamento quanto di tratto.
Una delle strade, un po’ curiose, che è stata seguita nella integrazione della psicologia della personalità e della psicologia sociale è anche quella della psicologia ambientale, che peraltro si trova anch’essa a cavallo tra la psicologia generale (da cui nasce) e la psicologia sociale (con cui propende talvolta a confondersi). Il tema è complesso, e mi limito a rimandare alle testimonianze del proprio percorso di ricerca proposte da uno dei maggiori personologi “classici” del nostro tempo (Craik, 1990; Walsh, Craik e Price, 1992) e di uno dei più promettenti tra i “giovani” (Little, 1987). Il tema di fondo che viene affrontato in questa linea di indagine riguarda comunque una questione centrale della ricerca personologica, e cioè di come conciliare le tendenze strutturali insite nel soggetto (i tratti), che ne determinano in modo costante i comportamenti, con le condizioni ambientali esterne tanto interpersonali quanto fisiche (le situazioni, in termini sia obiettivi che di ambiente psicologico) le quali lo inducono ad agire di volta in volta in modo diverso.

 

Il dato operativo

Abbiamo già sottolineato che il concetto di personalità è uno degli assi portanti della teoria e della ricerca psicologica. Avviene infatti che si faccia riferimento a tale costrutto in un numero sempre crescente di lavori scientifici, come si può notare conducendo un’analisi del contenuto degli Psychological Abstracts, secondo la banca-dati PsychLit. In tale contesto, la voce personality compare, fra il 1974 ed il 1986, nell’ambito di 24.147 lavori (1.857 ogni anno in media) e, fra il 1987 e il settembre 1993, in 19.944 lavori (2.935 ogni dodici mesi in media). La frequenza relativa del termine diminuisce tuttavia leggermente con il tempo: durante il 1974 esso compare nel 7.54% dei titoli citati; durante il 1984 compare nel 7.16%; durante il 1992 compare nel 6.91%. In altre parole: sempre più lavori psicologici fanno riferimento al concetto di personalità, anche se il campo della psicologia nel suo complesso si va tendenzialmente allargando a nuovi ambiti, che utilizzano altri costrutti oltre a questo. In ogni caso: negli ultimi vent’anni, circa 1 lavoro scientifico ogni 14 si richiama significativamente al tema della personalità, mentre non sono molti gli altri temi che vedono una frequenza di citazioni tanto intensa in psicologia.
La letteratura relativa alla psicologia della personalità viene analizzata da tempo nella “cronaca psicologica” per eccellenza e cioè nella Annual Review of Psychology. All’interno di questo importante strumento di aggiornamento e di codificazione ufficiale della psicologia, la personalità ha sempre avuto un posto di primissimo piano. Già nel numero inaugurale della rivista era presente una rassegna al riguardo (Sears, 1950) ne seguirà subito un’altra l’anno dopo (MacKinnon, 1951), ed una l’anno dopo ancora (Eysenck, 1952). Fino ad oggi ne sono state pubblicate oltre una cinquantina. Per restare solo all’ultimo decennio, ne sono state dedicate molte a vari aspetti dell’area nel suo complesso (Jackson e Paunonen, 1980; Barron e Harrington, 1981; Loevinger e Knoll, 1983; Parke e Asher, 1983; Rorer e Widiger, 1983; Lanyon, 1984; Pervin, 1985; Singer e Kolligian, 1987; Carson, 1989; Wiggins e Pincus, 1992) mentre altre affrontano singole prospettive nel settore, come le sue connessioni con la teoria evoluzionista (Buss, 1991), con la genetica del comportamento (Plomin e Rende, 1991), la psicologia dell’età adulta (Birren, Cunningham e Yamamoto, 1983; Honzik, 1984; Datan, Rodeheaver e Hughes, 1987), la psicologia dello sviluppo (Collins e Gunnar, 1990), i Big Five (Digman, 1990), eccetera. Si tratta di una quantità di interventi, e di una continuità ed assiduità di monitoraggio che ha ben pochi uguali nella vasta gamma di aree psicologiche cui la rivista dedica attenzione.
Se si tiene conto di questi indicatori, l’area della personalità sembrerebbe rappresentare dunque uno dei settori assolutamente più significativi del movimento psicologico. Se si osservano i contenuti di tali rassegne si nota tuttavia una certa sensazione di incertezza e di vaghezza, di ruotare intorno, tanto che alcune di tali rassegne parlano esplicitamente di un grande sforzo che produce risultati molto vicini all’ovvietà ovvero di scarsa cumulatività dei risultati (Carson, 1989).
Una conferma di questa sensazione ci deriva da una ricerca di Barnett (1986), il quale somministra ad un gruppo di studenti il Personality Research Test, una prova di livello per verificare la conoscenza di quanto è presente in una serie di tipici manuali universitari per i corsi introduttivi alla psicologia della personalità. L’indagine evidenzia come la capacità di rispondere correttamente sia più o meno la stessa tra chi ha studiato psicologia della personalità e chi no, mentre l’unica variabile che interviene in relazione diretta col risultato è il buon livello dei voti conseguiti negli studi, indipendentemente dall’area di riferimento. L’autore ne deduce che buona parte di ciò che è contenuto nei manuali di psicologia della personalità, pure generalmente basati sulla presentazione di risultati di ricerca, può essere noto agli studenti anche solo sulla base della loro cultura e della comune esperienza quotidiana. Un’altra ricerca, di Mellor (1987), mette in luce come non vi sia una chiara correlazione fra le teorie della personalità più apprezzate e quelle meglio conosciute, nè l’inverso, da parte degli studenti di psicologia. Questi risultati possono forse essere estesi (il dato andrebbe tuttavia verificato) anche ad altri settori della psicologia, ma certo indicano una certa vaghezza nel settore, che non rende l’idea della serietà che invece è tipica della ricerca scientifica di punta.
Nel tentativo di definire quali siano i punti fermi della psicologia, Boneau (1990) chiede ad un vasto campione di autori di manuali di psicologia statunitensi di indicare i termini o concetti più importanti della disciplina (inviando loro un primo elenco provvisorio basato sugli indici analitici dei manuali stessi), e poi rimandandogli l’elenco, ulteriormente completato dal campione stesso, affinchè gli autori attribuiscano a ciascun termine un voto (tra 1 e 5) relativo all’importanza della conoscenza di ciascun singolo concetto per ogni psicologo. La graduatoria che ne deriva è strutturata anche per 10 sottosettori disciplinari. Uno di questi riguarda l’area della personalità.
Se si analizzano i 100 concetti principali relativi alla psicologia della personalità, gli unici due su cui esiste un accordo assoluto (punteggio 5.00) sono Io (Ego) e personalità. Seguono: teoria psicoanalitica (4.82); inconscio (4.75); associazioni libere (4.73); Es (4.73); tratti (4.67); motivazione inconscia (4.67); introversione-estraversione (4.64); depressione (4.60); modellamento (modeling) (4.58); apprendimento osservativo (4.58); misurazione (assessment) della personalità (4.58); formazione reattiva (4.57); meccanismi di difesa (4.55); istinti nella teoria freudiana (4.55); conflitto edipico (4.55); stadio orale (4.55); proiezione (4.55); rimozione (4.55); sublimazione (4.55); intelligenza (4.50); controversia natura-cultura (nature-nurture) (4.50); tecniche proiettive (4.50); concetto di Sè (Self concept) (4.50). Continuando nell’elenco si incontra quasi escluviamente una lunga serie di termini tipici della letteratura psicoanalitica o comunque psicodinamica, con poche eccezioni quali: teoria dell’apprendimento sociale (4.45); quoziente di intelligenza (4.33); MMPI (4.27); condizionamento classico, paura, osservazione naturalistica (4.25 ciascuno); approccio nomotetico (4.18); gemelli monozigoti (4.17); studio dei gemelli (4.17); genetica e tratti della personalità (4.09); teorie umanistiche (4.09); ricerca longitudinale (4.08); bisogno di successo (4.08); scala di intelligenza Stanford-Binet (4.08); apprendimento vicario (4.08); test di livello (4.00); approccio idiografico (4.00); socializzazione (4.00); desensibilizzazione sistematica (4.00); TAT (4.00).

 

Il caso italiano

Il panorama italiano attuale risente della effervescenza internazionale nel settore. Ciò ha permesso anche di collaborare alla costruzione di una tradizione europea. Questa è ben rappresentata dalle centinaia di studiosi riuniti nella European Association of Personality Psychology (EAPP) e nella relativa rivista, da loro (noi) pubblicata: lo European Journal of Personality. In Italia esiste comunque, con netta tendenza a crescere, una letteratura abbastanza ampia in materia. I limiti di spazio della presente circostanza non permettono una descrizione estensiva del molto lavoro condotto nel nostro Paese. Qualche citazione esemplificativa, anche limitata ai soli volumi, potrà comunque rendere l’idea di uno sforzo in vivace divenire.
Storicamente, la ricerca nazionale in tema di personalità data da lungo tempo. I primi studiosi possono essere annoverati nella schiera dei costituzionalisti, tra cui spiccano, a livello internazionale, i nomi di Lombroso e di Gemelli. La brillante partenza della psicologia italiana nel suo complesso ha subìto tuttavia una certa riduzione di intensità nel periodo fra le due guerre (Perussia, 1994), e di questa ha risentito anche lo studio della personalità.
Più di recente, anche la ricerca nostrana ha ripreso ad allinearsi con gli sviluppi più recenti della disciplina in campo internazionale. A parte i molti contributi pubblicati su riviste scientifiche, o presentati a congressi internazionali, esistono dei veri e propri manuali, come quelli di Gius e Cavanna (1978-1979) di Caprara e Gennaro (1987) di Carotenuto (1991), nonchè quello di impostazione internazionale curato da Caprara e Van Heck (1992), ovvero una disanima di carattere teorico-critica (Fiora, Pedrabissi e Salvini, 1988) ed alcune introduzioni alla materia di più contenuto respiro (Spagnuolo Lobb, 1982; Capello, 1993). Per quanto concerne le teorie, è poi di grande utilità l’antologia curata da Caprara e Luccio (1986-1992). Tutti questi lavori sembrano tuttavia collegarsi alla tradizione della presentazione di teorie della personalità, più che alla ricerca empirica.
Non mancano certo contributi italiani impostati sull’attenzione specifica alla ricerca. Fra i primi merita ricordare gli studi ormai classici sull’età evolutiva della Falorni (1970) e quelli di Andreani Dentici e Orio (1972) sul tema della creatività. In tempi più recenti si segnalano diversi interventi sul tema della aggressività nelle sue varie forme (Caprara, 1981; Caprara e Renzi, 1985; Salvini et Al, 1988), ovvero su altri aspetti della ricerca personologica come l’identità di genere (Cavallo Boggi, 1978; Del Miglio e Fedeli, 1980; Villone Betocchi, 1980), l’esperienza quotidiana (Massimini e Inghilleri, 1986), l’attribuzione causale (De Grada e Mannetti, 1988), il soggetto debole (Girard e Vecchiato, 1988), la vergogna (Battacchi e Codispoti, 1992), e via dicendo. Un’ampia esemplificazione degli interessi italiani nel settore è contenuta nel reading curato da Caprara (1988) che spazia su vari e diversi aspetti della realtà psicologica individuale, affrontati nei termini di una psicologia della personalità attenta anche alla lettura psicosociale. Tra gli argomenti affrontati in quest’ultima sede sono annoverati: il Sè, le emozioni, la motivazione, la categorizzazione sociale, l’esperienza quotidiana, l’attribuzione, i pregiudizi, l’identità di genere, il corso di vita, la famiglia, i gruppi, le organizzazioni, vari aspetti metodologici.
L’ultimo anno ha rappresentato in Italia un momento di vera e propria esplosione dei lavori sulla personalità. Anche in precedenza erano stati pubblicati studi significativi, ma mai in misura così ampia. Sono apparsi infatti rilevanti contributi su aree specifiche come quelli di Dogana (1993), di Attili (1993), di Axia (1993) e di Salvini (1993), oltre alla stesura del già citato testo introduttivo alla materia redatto da Capello (1993).
Anche il settore del personality assessment, dove pure in Italia si è avuto un buon sviluppo di ricerca ancorchè al di fuori della certificazione universitaria e cioè attorno ad una organizzazione privata (le Organizzazioni Speciali, OS, di Firenze), si è assistito ad uno sviluppo potenzialmente assai ricco. Ciò è testimoniato dalla pubblicazione di un manuale sistematico e completo sui test, prodotto esclusivamente da un autore nostrano (ma con una qualità di livello internazionale) e tenendo particolare conto della realtà culturale europea ed italiana in particolare, redatto da Boncori (1993).

 

Conclusioni

E’ evidente che il tema della personalità rappresenta da sempre un’area fondamentale della ricerca psicologica. E’ altrettanto evidente che questa si propone come uno dei settori di maggiore attenzione, in particolare, della psicologia italiana degli anni ’90. Si tratta di una situazione in divenire, sul cui futuro si sta sviluppando un dibattito molto ampio. In questa prospettiva, il lavoro di Krahè rappresenta un ottimo punto di riferimento per un aggiornamento che permetta di riallinearsi meglio con le tendenze internazionali, contribuendo anche ad un loro sviluppo.
Benchè il testo offra una notevole opportunità di ridefinizione del campo personologico, esso non può tuttavia venire considerato del tutto esaustivo (come del resto è sempre inevitabile in un lavoro scientifico). Varrà dunque la pena di esemplificare conclusivamente qualche altra area rilevante che il lavoro della Krahè sceglie di non affrontare in modo approfondito, e che potrebbe contribuire ulteriormente alla focalizzazione dello stato disciplinare attuale.
Un tema importante riguarda gli approcci “minoritari” alla psicologia della personalità o, più in generale, le analisi epistemologico-dialettiche dei fondamenti ideologici impliciti nella ricerca specifica. Il caso forse principale è quello del cosiddetto approccio femminista al tema (Likes e Stewart, 1986; Torrey, 1987; Ballou, 1990; Lewin e Wild, 1991). Qualcosa di simile avviene per le prospettive della Black Psychology (Azibo, 1990), per quelle del materialismo dialettico (Perez Lovelle, 1985; Sole Arrondo, 1987; Subbotskii, 1989) o per quelle della psicologia religiosamente orientata (Shontz e Rosenak (1988). Si tratta di letture impostate in termini spesso decisamente ideologici, ma non per questo meno potenzialmente stimolanti da un punto di vista euristico.
Un altro riguarda la psicologia dei costrutti personali, che suscita attualmente un’attenzione davvero notevole nell’ambito della psicologia della personalità in sede internazionale (e particolarmente negli Stati Uniti). Pur trattandosi di un approccio settoriale, i contributi recentemente usciti in quest’area sono talmente numerosi da non permetterne una esemplificazione in questa sede. Indipendentemente dal fatto di avere o meno fiducia nella specifica teoria, si tratta di una mole di lavori, spesso a carattere empirico sistematico, che meriterebbe un approfondimento a parte. Una eco della crescente attenzione al tema è rilevabile nella recente antologia di saggi sul tema pubblicata in Italia da Mancini e Semerari (1985).
Un altro argomento ancora, di carattere più generale, riguarda la questione della integrazione fra le teorie del funzionamento psicologico “normale” (di base) e le strategie di intervento in termini di terapia. Un’anima della psicologia della personalità si è sempre proposta di unificare la ricerca sulla patologia con quella sulla normalità. Ogni teoria psicopatologica è infatti anche, almeno implicitamente, una teoria della personalità, e viceversa. La teoria svolge la funzione di descrizione e di diagnosi, rispetto a cui la terapia rappresenta il modello di intervento. E’ evidente che, anche quando il paradigma di riferimento non viene esplicitato, qualsiasi intervento sul soggetto implica una ipotesi sui meccanismi del suo funzionamento. La tendenza all’osmosi è ben evidenziata dalla fondazione, nel 1987, del già citato Journal of Personality Disorders, che si richiama sin dal titolo a tale integrazione.
La fusione tra i due approcci pone molteplici problemi, specie dal punto di vista di una strategia di formazione che cerchi di integrarli (Lomranz, 1986), della redazione della diagnosi ovvero della valutazione degli esiti (Vane e Guarnaccia, 1989; Klein, 1993) ed in genere dello assessment connesso con l’intervento che si richiama alle diverse teorie (Widlocher, 1989; Staats, 1993). Si tratta comunque di un filone di indagine decisamente emergente.
Qualche altra area, tra quelle di rilievo, può riguardare infine il contributo francese alla psicologia della personalità, che molti studiosi sottolineano essere ormai piuttosto defilato dal quadro psicologico internazionale ma non per questo meno interessante, nonchè la ricerca relativa alla psicologia dell’attribuzione (ovvero alle teorie implicite della personalità).
Al di là di queste (ed altre) ulteriori aree innovative di indagine, il presente volume fornisce comunque una introduzione di base alla nuova psicologia della personalità da cui uno studioso aggiornato non potrà sicuramente prescindere per molto tempo.

 

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