Paesaggi mentali: Natura viva con alberi

 

Riferimento bibliografico:
Perussia F., Viano R. (2002). Paesaggi mentali: Natura viva con alberi. Italus Hortus: Rivista scientifica della Società Orticola Italiana, 9(1), p.45-49.

 

PAESAGGI MENTALI: NATURA VIVA CON ALBERI

 

ABSTRACT – With the scientific progress of the ‘900 people have developed a diffused ecological sensibility. Such sensibility has aroused worry for the natural broken order, whose cause has been attributed for the more to the intervention of mankind. Environmental psychology has faced the theme, investigating the way in which the perception of the natural environment is structured, and the way in which this representation of the world springs out of subjectivity. Particularly: we note that the ecological variable, for his symbolic contents, is often a matter on which we project an existential more general uneasiness. To understand ecological sensibility it is therefore necessary to consider it like a complex system of representations, that is objective and scientific, but also, and in a remarkable way, subjective and psychological.

RIASSUNTO – Con il progresso scientifico del ‘900, specie nelle scienze biologiche e agrarie, si è sviluppata una diffusa sensibilità ecologista. Tale sensibilità ha suscitato preoccupazione per l’ordine naturale infranto, la cui causa è attribuita per lo più all’intervento dell’uomo. La psicologia ambientale ha affrontato il tema, indagando il modo in cui si struttura la percezione dell’ambiente naturale, e come tale percezione scaturisce dalla rappresentazione del mondo che ciascuno si costruisce soggettivamente. In particolare: si rileva che la variabile ecologica, per i suoi contenuti simbolici, è spesso una questione su cui viene proiettato un disagio esistenziale più generale. Per comprendere la sensibilità ecologista è dunque necessario considerarla come un sistema di rappresentazioni assai complesso, che è sì oggettivo e scientifico, ma anche, e in modo rilevante, soggettivo e psicologico.

 

Parole chiave: percezione ambientale, ecologia, immagine della natura
Key words: environmental perception, ecology, image of nature

 

Il tema delle alberate, e della loro migliore cura, ci permette di riprendere qui una riflessione che andiamo sviluppando da tempo, a proposito della dimensione soggettiva del nostro rapporto con l’ambiente fisico e naturale. Presentiamo in questa sede tale riflessione rifacendoci anche a vari testi precedenti, nostri ed altrui (riportati in bibliografia per facilitare eventuali approfondimenti), ma tenendo come riferimento specifico soprattutto il tema del rapporto che intercorre fra il soggetto e la natura, di cui il verde in generale e gli alberi in particolare rappresentano un elemento concreto particolarmente rilevante.
Obiettivo di questo breve scritto è dunque quello di evidenziare alcuni elementi della riflessione psicologica in tema di rapporto tra l’essere umano e l’ambiente che lo circonda. Speriamo che tali considerazioni, per lo più derivanti dalla ricerca sul campo, possano risultare di qualche utilità come stimolo per i colleghi che affrontano quotidianamente, nella ricerca scientifica così come nella pratica dell’intervento, il difficile compito della gestione del verde. La “questione alberate” rientra infatti, come caso particolare, nel più generale problema del verde, dell’ambiente e della sua gestione, con particolare riferimento alla dimensione umana.
Il tema del verde è caratterizzato, nel nostro tempo e nella nostra cultura, dall’elevato sviluppo delle conoscenze scientifiche che il genere umano ha saputo sviluppare, soprattutto in virtù della ricerca condotta nel campo delle scienze biologiche e agrarie. Accanto alla conoscenza ecologica scientifica si è sviluppata tuttavia anche una particolare lettura diffusa dei temi ambientali che può essere definita come sensibilità ecologista. Questa è propria del pubblico, dei cittadini in genere, molto più che degli scienziati, i quali pure ne sono in qualche modo coinvolti
La sensiblità ecologica tende peraltro a sviluparsi in termini di preoccupazione e di pericolo. La (iper)sensibilità ecologista è insomma diventata ormai parte costitutiva della opinione pubblica internazionale, in termini di preoccupazione e di timore del peggio. La condizione (post)moderna coincide infatti anche con la coscienza, o almeno con la percezione, di un ordine naturale infranto.
Tale iper-sensibilità deriva in parte dalla effettiva gravità della compromissione ambientale. La qualità intensa e penetrante dell’inquieto coinvolgimento che lo squilibrio ecologico è in grado di suscitare in noi discende tuttavia anche dalla capacità evocativa, in termini di simbologie profonde, che l’immagine attuale dell’ambiente suscita sul piano culturale e psicologico in una parte rilevante dei cittadini.
Per poter cogliere appieno il significato soggettivo della preoccupazione ecologista occorre dunque astrarsi, almeno per un momento, dalla concreta realtà scientifica della ecologia e della relativa compromissione ambientale. Per evidenziare i contenuti mitici e simbolici della sensibilità verde, bisogna cioè metterne da parte la sostanza materiale. L’umanità attraversa (come sempre, del resto) un momento critico. E l’ambiente, che è una componente significativa di tale disagio, si presta anche, almeno in parte, a svolgere la funzione di uno schermo su cui proiettare varie nostre fantasie.
C’è un settore della psiologia che ha cercato di capire meglio questo tipo di probema. Tale settore viene definito come psicologia dell’ambiente, intesa come quella parte della psicologia che si propone di studiare il modo in cui gli ambienti vengono percepiti e, attraverso le rappresentazioni che ce ne creiamo, organizzano e determinano soggettivamente il nostro comportamento.
Il presupposto concettuale di tale approccio riguarda la distinzione fra ambiente geografico e ambiente comportamentale. Secondo tale prospettiva, noi percepiamo obiettivamente il mondo almeno quanto ce lo costruiamo soggettivamente. In altre parole: il rapporto che instauriamo con la realtà è il prodotto delle nostre volontà e delle nostre rappresentazioni, molto più che della sostanza ontologica degli oggetti, pur nei limiti in cui è possibile definirla.
La ricerca sulla soggettività ambientale, ad esempio, porta in primo piano il carattere “fisiognomico” delle rappresentazioni dell’habitat. Lo studio dell’ambiente, da un punto di vista psicologico, coinvolge cioè l’analisi delle cosiddette qualità percettive di terzo grado; quelle per cui un tuono ci appare minaccioso (anche se non c’è alcun pericolo obiettivo in quel rumore) o l’incontro con una valle alpina ci risulta immediatamente tranquillizzante, anche se la vediamo solo da lontano. E’ evidente che tali connotazioni (diciamo: emotive) non sono parte “oggettiva” del paesaggio che ci circonda, ma pure vengono vissute come tali.
L’esistenza di una psicologia scientifica trova la propria giustificazione in alcuni semplici principi. Uno dei suoi assunti più fondativi, e interessanti nella prospettiva sviluppata qui, è dunque che esiste un dualismo ineliminabile tra realtà “obiettiva” (ambiente fisico) e realtà “soggettiva” (ambiente psicologico). Un altro principio rilevante è che esiste uno scarto strutturale tra la consapevolezza del proprio agire (il vissuto, la coscienza, ecc) e l’insieme dei meccanismi causali del comportamento (le dinamiche inconsapevoli e situazionali, i condizionamenti, ecc). In altre parole: noi siamo spesso convinti di agire per talune ragioni di cui abbiamo coscienza, ma, ad una osservazione più attenta e sistematica, le cause del nostro agire possono anche risultare diverse (e meno consapevoli).
Tali molteplici dimensioni del nostro essere nel mondo (oggettiva-soggettiva; consapevole-inconsapevole) sono coordinate ed integrate fra loro, tant’è che noi siamo in grado di vivere efficacemente nella realtà materiale nonostante l’incommensurabilità di questi mondi paralleli, ma non coincidenti. L’esistere del vivente avviene su tutti questi (ed altri) piani, che si rimandano continuamente dall’uno all’altro, in un gioco complesso che agisce in varie direzioni.
Ciascuno di noi costruisce dentro di sè, per il solo fatto di avere a che fare con il mondo, una complessa rappresentazione spontanea dei fenomeni fisici, geografici, biologici, ovvero filosofici, psicologici e via dicendo. Ciò avviene indipendentemente dall’avere avuto occasione di studiare questi argomenti a scuola o in laboratorio. Tale nostra modalità di interazione cognitiva con l’ambiente esterno viene spesso definita in letteratura con il termine di “scienza ingenua” (dove “ingenuo” non sta per “sciocco”, bensì per “non tecnico”).
Lo studio della scienza ingenua, che è un settore emergente della psicologia, ha affrontato vari aspetti della nostra rappresentazione spontanea della realtà fisica, e più in generale di molti temi che sono oggetto di studio sistematico da parte di discipline accademiche. Le immagini della natura, e dell’intervento su di essa, si configurano allora come casi particolari, e rilevanti, di scienza ingenua. Il vissuto di tali categorie concettuali appare allora interessante specialmente perchè si configura come un registro basale di strutturazione del nostro rapporto con il mondo.
Tutto questo insieme di ricerche giunge ad alcune conclusioni in parte ricorrenti. Tra queste: si è rilevato come vi siano delle differenze evidenti tra l’immagine della realtà che caratterizza l’uomo della strada e quella più tipica dallo scienziato. Tale diversità riguarda però solo alcuni aspetti del mondo fisico, e si è venuta a determinare solo in tempi recenti. Inoltre: l’immagine del mondo tipica dell’uomo comune e quella diffusa presso gli scienziati variano tra loro molto più per i contenuti (la formulazione letterale delle “leggi” scientifiche più condivise) che non per i processi mentali su cui si basano (i “ragionamenti” da cui nascono). Lo scienziato utilizza cioè delle fonti di informazione parzialmente diverse da quelle che sono simili per tutti gli esseri umani, più che ragionare in un modo del tutto differente.
Per quanto concerne, in particolare, il vissuto del nostro rapporto con la natura (il verde) si è poi rilevato come esista una difficoltà evidente a definire esattamente che cosa la natura sia. Sembra, in pratica, che l’uomo riesca a definire il contesto naturale, e gli eventi che vi si svolgono, solo in contrapposizione all’intervento umano. In altre parole: per il pubblico medio, basandoci su una vasta serie di ricerche empiriche, sembra essere naturale principalmente ciò che non è prodotto dall’uomo, e viceversa. Ciò significa, tra l’altro, che l’interpretazione degli eventi che coinvolgono la natura, siano essi negativi o positivi, dipende in buona parte dalla nostra percezione di ciò che è fatto dall’uomo (man made) in quanto contrapposto a ciò che invece esiste di per sè (natural).
Il soggetto ingenuo basa la propria lettura degli eventi naturali principalmente sull’esperienza fenomenica e sui mezzi di comunicazione di massa (televisione, giornali, ecc.). Il soggetto scientifico utilizza invece, in misura maggiore, i paradigmi delle discipline specialistiche ovvero i mezzi di comunicazione d’elite (pubblicazioni scientifiche, congressi, ecc.). Mentre il primo si limita generalmente ad osservare quello che gli succede intorno, il secondo compulsa piuttosto le ricerche accademiche e gli strumenti del suo laboratorio.
Può accadere che un individuo sia soggettivamente di buon umore per via di una massiccia presenza di ossigeno nell’aria, ma pensa che ciò dipenda dalla bellezza del paesaggio che lo circonda. O ancora: egli si sente fisicamente a disagio per un netto incremento dell’inquinamento, che però non necessariamente esiste materialmente ma che è stato evidenziato da un battage dei media. Questo vale per l’uomo della strada, che interagisce col mondo, pure reale, maggiormente in termini affettivi e ideologici. Ma vale anche per l’industriale, il tecnico, l’ingegnere, il medico o il biologo, che ritiene di possedere punti di riferimento più obiettivi ma che cionondimeno è anche un uomo della strada, un lettore di giornali, un soggetto (cioè un sistema interpretante).
Dal punto di vista di un’analisi del rapporto con l’ambiente, nel senso in cui questo termine è inteso dal linguaggio comune, ciò significa che la nostra rappresentazione ecologica è determinata da molti più fattori di quanti qualsiasi soggetto implicato possa avvertire. Lo stesso vale per la gestione di tale fattore ambientale. In altre parole: l’ambiente è una variabile con un rilevante contenuto obiettivo, ma che è fortemente determinata anche dalla soggettività. Per capirla, ed agire su di essa, è dunque necessario avere consapevolezza della sua inesorabile realtà di sistema obiettivo-soggettivo.
La struttura del pensiero ecologista, quale si presenta nel pubblico e quindi anche (in parte) nei tecnici e scienziati più sofisticati (che pure di tale pubblico fanno parte), può essere sintetizzata in alcuni punti. Ne indicheremo qualcuno tra quelli più significativi in questa sede.
I termini della questione ecologica sono molto indeterminati. Praticamente nessuno, lo si è già accennato, è in grado di definire in modo chiaro e univoco concetti come quello di natura, e quindi di inquinamento, di compromissione ambientale, di ecologia, ecc. Il riferimento a tale vago concetto complesso di ambiente-natura rappresenta però una dimensione molto diffusa, che coinvolge la sostanziale totalità dell’opinione pubblica. La comparsa del tema “eco” è comunque trascinante. In pratica: tutti ne sono partecipi, ma in modo assai vago.
La sensibilità ecologica si struttura fondamentalmente in termini di psicologia dell’attribuzione. Essa consiste nella classificazione di alcuni problemi sotto la voce della crisi ambientale e nella identificazione di fattori circoscritti cui attribuirne l’origine e la responsabilità. Detta responsabilità, di solito, non è autoriferita, ma proiettata su entità esterne. Queste sono indicate principalmente nelle attività industriali ma anche nell’intervento dell’umanità in genere (me escluso, assieme a quelli con cui mi identifico). Grosso modo: siamo tutti convinti (al momento attuale) che esiste una alterazione della natura e che questa è il prodotto dell’azione (della presenza) dell’uomo.
La preoccupazione ambientale poggia largamente su una elaborazione del problema originario della pulizia, e sui relativi sensi di colpa. Trova quindi alimento anche in fantasie di onnipotenza (almeno secondo la ricerca psicologica) connesse con la distruttività simbolica dei rifiuti e degli scarti in genere. In sostanza: si teme l’intervento umano perchè lo si vive, a livello profondo, come potenzialmente fortissimo e strutturalmente incontrollabile (il disastro ecologico, ovvero l’inquinamento, ovvero l’alterazione della “natura”, coincide con lo sfuggire di un potente qualcosa che sentiamo esistere dentro di noi).
L’identificazione del disagio esistenziale e delle dinamiche intrapsichiche con il problema ecologico offre insomma un eccellente supporto esterno per la elaborazione delle nostre fantasie (e delle nostre preoccupazioni esistenziali). Esso non risolve però il disagio basale del soggetto. Questi è dunque costretto a trovare nuovi spunti, in sempre nuovi oggetti, vista l’inefficacia (sempre a livello di vissuto) di quelli pretestuosamente utilizzati fino ad ora. In poche parole: l’ambiente si è sostituito, nel nostro tempo, a temi che in precedenza svolgevano una funzione simile: la inefficacia esistenziale e sociale della religione rivelata, il deterrente nucleare, la politica, la lotta di classe, o quant’altro.
Il pensiero verde è in primo luogo appunto un pensiero, e solo secondariamente intrattiene un qualche legame con i fatti. La finzione retorica che giustifica qualsiasi ideologia è quella di proporsi come lettura fredda e impersonale della realtà, e non come sua interpretazione. Ma anche la più rigorosa delle scienze si basa su convinzioni cariche di teoria.
Capire la dimensione soggettiva dell’ecologismo non significa negare il problema dello squilibrio ambientale, ma ci può aiutare a cogliere le sovradeterminazioni soggettive che vengono edificate sulla eventuale realtà dei fatti. La psicologia del pensiero verde consiste, in particolare, nella esplicitazione di una grande metafora, che trova negli oggetti esterni un punto di riferimento straordinariamente fertile. Tramite il richiamo all’ecosistema, l’uomo moderno può infatti esprimere fantasmi e preoccupazioni che hanno sempre fatto parte della condizione umana.
Al centro del pensiero verde sta la convinzione che la natura sia sempre di per sè buona, mentre solo l’azione dell’uomo può essere cattiva. E’ anzi proprio l’intervento umano la causa percepita del degrado. Ciò sembra dipendere, almeno in parte, dal fatto che l’uomo non può rifiutare di far parte della natura.
Nel contempo, sotto l’egida della preoccupazione ambientale viene sviluppata un’ampia ristrutturazione dei punti di riferimento socialmente accettabili per le scelte collettive. L’identificazione del sito per una discarica, le strategie energetiche (ed industriali) del paese, l’abbattimento di un albero ormai consunto, offrono la base per ridiscutere il concetto di democrazia e di diritto naturale. Per il tramite dell’ecologismo, e del rinascente localismo che se ne fa portatore, viene messa in discussione una buona parte del nostro contratto sociale.
Alla base della visione ecologista del mondo sta infatti, come abbiamo già sottolineato, la convinzione secondo cui tutto ciò che è naturale è per definizione buono, mentre ciò che è umano risulta cattivo. L’idea di fondo è che la realtà naturale possieda in sè una capacità di autoregolazione positiva che solo il malefico intervento dell’uomo riesce a sconvolgere.
E tale sensazione, di una natura intrinsecamente buona come in altri momenti storici era buono il selvaggio, è corroborata da un forma di animismo diffuso, dove ogni elemento della natura viene vissuto come vivo, talvolta quasi a maggior diritto dell’uomo. In tale prospettiva: poichè la natura non può compiere il male, essa viene percepita come migliore di noi, che portiamo invece nel nostro cuore proprio il seme della cattiveria (quasi un peccato originale della condizione umana). E si esprimono, con sincerità, affermazioni del tipo: i cani sono migliori dei loro padroni.
Da questo punto di vista: anche i pericoli più evidentemente naturali, come i terremoti o le inondazioni, non sarebbero di per sè elementi negativi se non vi si sovrapponesse l’intervento perverso dell’umana improntitudine. Avviene così che il verificarsi di qualsiasi catastrofe veda la immediata ricerca delle responsabilità appunto dell’uomo, nella convinzione che comunque ve ne siano (convinzione volgarizzata nel concetto di: piove, governo ladro). Uno dei vantaggi che tale immagine del mondo presenta sta nel fatto che: se la causa di molte disgrazie non sta nella natura ma nel nostro stesso errore, allora è possibile immaginare di evitare il danno con il riparare, almeno per il futuro, alla nostra mancanza.
Il che ci aiuta a fantasticare che: se il male è prodotto dall’uomo, allora è controllabile appunto dall’uomo. E il pensiero ecologista si trova inesorabilmente ad estendere sempre più la categoria dei fatti umani (per definizione: controllabili) riducendo quella degli eventi naturali (per definizione: incontrollabili). Avviene così che, in teoria, il mondo diventi sempre meno pericoloso poichè, sempre in teoria, la capacità dell’uomo di controllarlo risulta sempre più ampia. Implicita in una simile concezione è anche la convinzione sottostante che l’uomo possa tutto. Nel sottolineare quanto, della alterazione ambientale, dipende dal cattivo o mancato intervento dell’uomo, si sta prefigurando infatti un intervento dell’uomo potenzialmente onnipotente.
La natura soggettiva della compromissione ambientale si imparenta allora con il cosiddetto sintomo nevrotico, e particolarmente con la fobia. Ad esempio: il soggetto che teme, poniamo, gli ascensori (claustrofobico) non sta affatto ragionando sulla base di quello che gli è successo prima (visto, tra l’altro, che ha sempre evitato di salirci). Sta invece trasferendo sugli ascensori stessi delle ansie che nutriva già prima, per conto suo. E infatti non è in grado di descrivere con esattezza in che cosa potrebbe consistere effettivamente la gravità del pericolo che l’ascensore comporta.
Lo stesso vale, come si sarà intuito, per la scelta di abbattere un albero, magari giunto ormai alla fine del suo percorso, spesso per sostituirgliene uno in migliori condizioni. Con in più che, nell’abbattimento di una pianta malridotta, viene evocata l’idea del limite della nostra vita. Abbattere una pianta ormai allo stremo ci ricorda il tema della sopravvivenza del più forte, e con essa il timore atavico di essere anche noi ormai alla fine della strada (di essere cioè il più debole). Cosicchè nella oculata scelta di sostituire i sani ai malati qualcuno può ravvisare, per identificazione non necessariamente consapevole, una forma di eutanasia in cui non vorrebbe trovarsi ad essere coinvolto in prima persona.
L’inquietudine verde è poi, tra l’altro, una rivisitazione di quella preoccupazione per la pulizia che sembra avere giocato un ruolo tanto rilevante nel determinare, attraverso l’educazione che ci è stata impartita da piccoli, il nostro carattere. Il controllo degli scarichi e dei veleni è una versione civilizzata e planetaria del problema di sorvegliare le nostre feci, che credevamo di avere risolto con il dominio delle deiezioni personali. Le fognature non bastano più a nascondere le turpitudini del mondo, ed occorre trovare nuove soluzioni al diffondersi del male nell’aria.
Più in generale: il fattore ambiente entra insomma a far parte di tutte le fasi dell’attività umana, di tutte quelle che si potrebbero definire come arti e come opere, ovvero nell’intervento dell’uomo sul mondo. Come ogni variabile che entra nel gioco dell’attività dell’uomo in quanto faber, l’ecologia è di per sè una dimensione asettica, non diversamente dall’economia, dalla finanza, dall’ingegneria,, dall’agronomia, dalla psicologia o da quant’altro. Arriva a rappresentare un limite oppure una opportunità (una bottiglia mezza vuota o mezza piena) più che altro per il modo in cui viene vissuta e agìta.
Un portato assai rilevante dell’evoluzione epocale (lo spirito dei tempi) degli ultimi decenni è consistito però nel fatto che il fattore ambiente si è portato decisamente in primo piano. E sarebbe improduttivo, o meglio impossibile, considerarlo come un fattore estraneo all’intervento concreto dell’uomo sul mondo attraverso le proprie opere, per il semplice fatto che ne è un elemento costitutivo.
Ciò appare ovvio in teoria, ma nella pratica non lo è altrettanto. Il riferimento ecologico (il pensiero verde), dal punto di vista di chi agisce concretamente (nell’industria così come nella coltivazione), è un ostacolo (esterno) soltanto se non lo si conosce, non lo si capisce, non ci si crede, e quindi non lo si riesce ad incorporare e gestire. Il caos è anche un ordine non strutturato. Così, la cultura diffusa dell’ambiente non consiste di una malefica opposizione di principio, bensì di un modo possibile di collaborazione, se si riesce a trovarne la chiave. Poichè molti seguono la propria via, in una direzione così come nella direzione opposta, con il sincero intento di ottenere il bene.
L’opportunità che il sentire ecologico ci offre consiste nel trattare tutte le dimensioni dell’ecologismo per quello che sono, come una variabile strutturale della realtà di fine millennio, ed integrarle serenamente nella realtà globale del processo di gestione della natura. La grande forza attuale (ancorchè leggermente calante) dell’ecologismo può essere indirizzata, come avviene per l’energia solare o per quella idroelettrica, verso lo sviluppo, invece che verso la crisi.
Che l’ambiente sia una opportunità in termini di acquisizione di spazi di opinione pubblica appare evidente appunto dal passato successo dei movimenti ecologisti. L’argomento “di vendita” della purificazione ambientale ha permesso l’acquisizione, addirittura, di spazi commerciali. Lo stesso ragionamento vale per i prodotti (“torna alla natura”), ovvero per le produzioni (le energie “pulite”, la chimica “naturale”), che si sono definiti “ecologicamente”. Basti pensare, per cogliere le diverse possibilità di accompagnare invece che contrastare un movimento di opinione tanto significativo, al caso dei prodotti “eco-label”.
L’industria italiana del gas, ad esempio, con l’invenzione del fenomeno metano, ha infatti utilizzato la sensibilità ecologica a proprio favore, pur partendo da problemi di rapporto con l’opinione pubblica che erano molto simili a quelli del nucleare. E’ avvenuto così che la pericolosità del gas non è entrata a far parte della preoccupazione ecologista, e questo anche se ogni anno, nel mondo, muoiono purtroppo alcune migliaia di persone per diretta causa del gas domestico, di cui molte decine anche in Italia. Negli Stati Uniti (dove peraltro c’è molto petrolio e mancano gasdotti intercontinentali come nel nostro Paese) il metano è stato duramente ostacolato, e di fatto impedito, proprio dai movimenti ecologisti (pare strano, ma è così). E non dimentichiamo i mille esempi analoghi, come, per ricordarne solo uno, quello del motore diesel per le automobili, che al tempo venne introdotto (benchè ormai pochi lo ricordino) accompagnandolo con motivazioni di pulizia ecologica.
La variabile ecologista è prima di tutto un atteggiamento mentale, che si concretizza però in strategie efficaci operativamente, se la si riesce a capire fino in fondo. Una immagine, e più ancora una logica operativa, di impostazione ecologica, può rendere accettabile una impresa (che cosa sarà mai la “plastica biodegradabile”?), o cambiare il volto di un prodotto (“le materie prime seconde” in luogo della spazzatura). Non si tratta solo di un intelligente gioco di parole (“metano” invece che “gas”), ma di strategia operativa.
Il fatto che tutti siamo, più o meno, sensibili al tema ambientale significa che si hanno potenzialmente molti alleati. La vaghezza dei riferimenti ecologisti permette di immaginare strutturazioni fortemente innovative della questione sul tappeto (il petrolio, magari verde, vissuto come salvezza dal nucleare). La necessità di costruire attribuzioni aiuta a trovare meccanismi espiatori diversi da quelli attuali, ed a ridurre le responsabilità in loco (per cui, ad esempio, l’inquinamento deriva dalla guerra nel golfo). Le fantasie distruttive possono essere rovesciate in termini positivi (l’indifeso bambino a quattro zampe delle comunicazioni pubblicitarie che hanno introdotto il metano in Italia). Esistono interi mercati che vivono in buona parte del vantaggio ecologico, come avviene nel caso delle società che producono depuratori, delle erboristerie e delle guardie forestali, ovvero dei politici che ne controllano il sistema di assunzione, e così via.
Potremmo aggiungere ancora molto sulla psicologia del pensiero verde, ma usciremmo dai limiti allusivi di questo tipo di intervento. Varrà comunque la pena di notare, concludendo, che l’identificazione di una preoccupazione, quale qui abbiamo appena accennato, può aiutare a lenire il disagio che essa stessa produce. Ciò che conta è non prendersela solo con il sintomo, ma capire le dinamiche sottostanti (molto più profonde e generali) che lo rendono tanto significativo.

 

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