L’inossidabile efficacia delle chiavi a stella

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Felice Perussia

Sulla inossidabile efficacia delle chiavi a stella

(Prefazione)

 

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Alcuni studiosi hanno ritenuto di definire il Novecento come il secolo (anche) della psicologia. Si può, infatti, dire che, fino ad un centinaio di anni fa ovvero più o meno fino all’ultimo quarto dell’Ottocento, quasi non esistessero se non con testimonianze molto marginali, almeno ufficialmente, né psicologi né loro clienti (persone o istituzioni che fossero) né cattedre né facoltà di psicologia nelle università.
Mentre durante il ventesimo secolo si può calcolare che, nel mondo, i clienti delle molte forme di psicologia siano stati nel complesso almeno le diecine e diecine di milioni, che gli operatori definibili più o meno come professionisti della psiche (o simili e affini) siano stati anche loro qualche milione e che i dipartimenti ovvero le cattedre relative allo studio della soggettività antropologica siano state migliaia e migliaia e i corsi di laurea centinaia e centinaia almeno.
Tale idea, di un Novecento inteso come culla delle psicologie, può suonare però vagamente realistica solo a patto di restringere il termine “Psicologia” alla sola sperimentazione in laboratorio ovvero al tentativo accademico di costruire una scienza della mente che avrebbe voluto essere simile alla fisica. Tale manifesto scientifico delle buone intenzioni biologico-organiciste della psicologia ha, infatti, permesso alla riflessione sulla mente e sulla soggettività di diventare una disciplina con pretese di oggettività e di esattezza molto radicata nelle università di tutto l’Occidente.
E’ accaduto peraltro che tale tentativo abbia funzionato ben poco sul piano pratico delle applicazioni della psicologia stessa, pur avendo permesso alla disciplina di perseguire a parole il fascinoso quanto perverso esercizio intellettuale di tentare una riduzione simbolica della persona umana a macchina nervosa astratta dalla coscienza soggettiva. Per cui, in effetti, sono in pochi quelli che considerano il Novecento come il secolo della psicologia solo per via dei modesti risultati raggiunti dalla ricerca scientifica in laboratorio sulla mente o sul sistema nervoso.
Secondo altri studiosi, il Novecento sarebbe invece il secolo delle psicologie, poiché in tale periodo si sarebbe realizzato un processo di professionalizzazione della disciplina. Come abbiamo già ricordato, ancora alla fine dell’Ottocento si può dire che quasi non esistessero psicologi professionisti (o qualcosa del genere), mentre al momento presente si può valutare che non meno di un milione di persone nel mondo, ma secondo molti indizi almeno il doppio (se non di più), trovi a vario titolo buone fonti di sostentamento dichiarando il concetto di psiche come punto di riferimento per il proprio modo di operare.
Tale processo di professionalizzazione delle psicologie è però assai meno chiaro e definibile di quanto alcuni non amino credere. I sindacati degli psicologi, che praticamente solo in Italia hanno tentato quella forma corporativa chiusa e finalizzata alla riduzione della concorrenza che cerca di definirsi come un Ordine reso sacro dallo Stato, raccolgono nel mondo (quando ci sono) soprattutto degli accademici oppure persone dalle formazioni tanto diverse quanto poco “psicologiche”, almeno nel senso formalmente scientifico o accademico del termine.
Mentre, restando al solo caso dell’Italia, la preparazione universitaria specialistica in psicologia, tutta impostata sulla descrizione dei risultati della ricerca in laboratorio con a contorno alcune piccole e timide aggiunte di filosofia e di metafisica psicopatologica, pur rappresentando l’unico e obbligatorio viatico per poter assurgere al sindacato statale degli psicologi, non ha mai veramente formato nessuno, se non molto potenzialmente e teoricamente, ad una eventuale applicazione sicura e professionale della disciplina.
Né l’etichetta di “Scuola psicoterapica” sovrapposta a qualche master post-universitario privato, che la legge vuole impostato sul piano formale più o meno negli stessi termini dei corsi universitari pur non pretendendone lo stesso rigore nei contenuti, ha potuto realizzare davvero una categoria professionale che sia in grado di operare, con una certezza paragonabile a quella della medicina (che alcune di tali formazioni si sforzano penosamente di scimmiottare), in un qualche senso concreto sullo sviluppo della persona.
La conseguente surreale categoria autocratica dello “Psicoterapeuta professionista”, tutta italiana e di fatto assente dagli usi professionali così come dagli ordinamenti giuridici degli altri Paesi del moderno mondo occidentale (posto che in Oriente non se la immaginano nemmeno), permette la costruzione nei concorsi pubblici di posti riservati a quanti siano affiliati all’Ordine stesso, ma garantisce solo molto vagamente e sommariamente, oltre che solo nominalmente, la qualità di quello che viene somministrato dagli affiliati stessi.
Secondo una terza chiave di lettura infine, il Novecento sarebbe invece il secolo delle psicologie principalmente in virtù dello sviluppo di una serie di tecniche empiriche per lo sviluppo psicologico ed esistenziale del soggetto ovvero per la formazione personale della persona. E questa prospettiva appare certamente la chiave di lettura più realistica per il presunto secolo (anche) della psicologia, purché tuttavia si mettano a fuoco almeno un paio di dettagli importanti.
E’ infatti successo che, spesso ma non sempre utilizzando il medesimo ombrello della Psicologia, gli sperimentalisti si siano occupati delle illusioni ottico-geometriche, i filosofi del senso della vita e gli iscritti all’Ordine di costruire posti di lavoro che fossero riservati ai membri della loro confraternita.
Parallelamente a tali pur lodevoli sforzi, e nonostante questi, si sono sviluppate però anche molte pratiche applicative del rapporto con la soggettività, ovvero molte psicotecniche, assai più ricche, sofisticate ed efficaci di quanto l’apparenza accademica non possa far pensare. Tali pratiche sono cresciute spesso senza alcun particolare riferimento all’Ordine degli Psicologi o ad altre analoghe congregazioni, bensì sulla base dell’esperienza scientifica, della conoscenza empirica e dell’approfondimento filosofico.
Va sottolineato però, in primo luogo, che tali pratiche e tali competenze non sono affatto un prodotto della ricerca scientifica nata nel contesto accademico tedesco a partire dalla fine dell’Ottocento, come recita uno dei più classici argomenti di vendita degli psicologi novecenteschi.
Al contrario, gli strumenti per operare in questa direzione discendono direttamente dall’esperienza dei medici (e affini), ovvero dei sacerdoti e degli operatori delle professioni d’aiuto (come si direbbe oggi), che operavano intensamente almeno dal Settecento e per tutto l’Ottocento: in Francia, in Austria, in Italia, in Svezia e in tanti altri Paesi dell’Europa e del mondo.
Tutti questi modi per operare, e relativi modelli di riferimento concettuali, sono a loro volta una filiazione diretta e puntuale dal lavoro condotto nei secoli precedenti dagli “operatori di salute”, variamente intesi, di tutto il mondo. E più in generale da una tradizione plurimillenaria che continua ad essere ben radicata nella pratica quotidiana della psicologia latamente intesa, pur se mascherata sotto le parole di sapore oggettivista che il rito scientifico contemporaneo richiede necessariamente per fornire patenti agli ordini professionistici.
Un secondo aspetto da sottolineare, oltre alla natura assai antica di una pratica che i principi del marketing professionale novecentesco hanno invece voluto prospettare come giovanissima, è che le psicotecniche, ovvero i modi efficaci di formazione e di crescita della persona, hanno ben poco a che fare con le psicoterapie (almeno con quelle intese nel senso modernamente para-medico del termine; benché non certo in quello originale di therapeia).
Le pratiche di sviluppo della psiche possono infatti risultare efficaci anche nel caso della vera e propria malattia mentale, ma generalmente solo come importanti elementi di supporto ad un intervento che nella sostanza è per sua natura medico e che quindi richiede una competenza biologica la quale generalmente manca o è del tutto carente nelle professioni d’aiuto. Questo, naturalmente, se parliamo di “malattia mentale” e se vogliamo proporci come “medici psicoterapeuti” nel senso biologistico della parola.
Ma la generalità di quanti si rivolgono ad un operatore psicotecnico, sia egli nella sua formazione uno psicologo o un assistente sociale o un medico o un counselor o un filosofo o un sacerdote o un formatore o quant’altro, non soffrono affatto di una malattia mentale. Mentre l’operatore che di loro si occupa non pretende affatto di stare somministrando un farmaco o una qualche altra forma di “medicina” nel senso contemporaneo del termine.
Va ricordato infine che per le psicotecniche è avvenuto qualcosa di molto simile a quanto si è verificato nel caso delle innumerevoli teorie che le psicologie del Novecento (e con esse, almeno in parte, le sociologie, le antropologie, le filosofie, le psichiatrie ecc) hanno voluto proporre. Le quali teorie sono a grandi linee molto simili tra di loro (e non di rado pressoché identiche) almeno agli occhi del medio lettore, pur cercando di differenziarsi (dal punto di vista degli autori) ciascuna con parole e dichiarazioni di originalità. La cui principale ragione d’essere sta nella speranza di distinguere il proprio prodotto rispetto a quello offerto dai professionisti concorrenti, sul piano intellettuale e scientifico ma più ancora sul piano delle strategie di politica accademica e commerciale.
Avviene cioè che le tecniche variamente riconducibili all’arte della mente (le psicotecniche appunto) prendano i nomi più diversi pur essendo generalmente in stretto legame di parentela tra di loro, ovvero che i più diversi autori vogliano proporsene come gli unici e veri padri (da non confondersi assolutamente con i ciarlatani concorrenti) nonostante si tratti sempre della stessa famiglia di pratiche.
Così, per non fare che un paio di casi tra le migliaia possibili, Lewin inventava nel Novecento come valenze quelle che Messmer inventava nel Settecento come attrazioni. Così Moreno congegnava gli stessi psicodrammi, e Perls le stesse sedie calde, che Janet o Sand attuavano un secolo prima. Mentre Freud scopriva la revivificazione del trauma che Ribot realizzava con maggiore efficacia qualche decennio prima e tanti altri molto prima ancora. E così via.
Avviene insomma che la hall of fame della psicologia “scientifica” contemporanea sia affollata anche di scienziati la cui maggiore originalità consiste nell’avere appena inventato il modo di accendere il fuoco o anche la ruota o, in qualche caso più avanzato, l’ombrello. Il che non è male, visto che si tratta di tecniche utili ed importanti, ma suona un po’ grottesco e non aiuta a capire il senso profondo e la complessità storico-epistemologica di questi usi così come dei loro derivati.
Anche le tecniche psicodrammatiche appartengono in qualche modo a una tradizione del genere, fatta di pratiche millenarie cui vengono sovrapposti cento cappelli diversi nella storia, pur restando sempre le stesse. Solo che la tradizione detta psicodrammatica si trova oggi a farlo con assai maggiore modestia ovvero maggiore saggezza di tante altre.
Questo non vale certo per le millanterie di Jacob Nissim Levy (dallo pseudonimo molto teatrale e mediterraneo di “Moreno”) il quale assembla più o meno consapevolmente (ma certo non dichiaratamente) la tradizione dell’ipnotismo francese e della memoria emotiva di Ribot, ma soprattutto il lavoro di Janet, di Golfaden, di Stanislavskij e di Evreinov, per suonarsi la tromba come “profeta dello psicodramma”. Ma vale senz’altro per la pratica quotidiana e concreta di questo importante filone psicotecnico.
E di tale saggia tradizione concreta è appunto eccellente erede e testimone proprio il lavoro di Antonio Zanardo, che qui viene finalmente, quanto felicemente, pubblicato.
Nella competente prospettiva di Zanardo, le tecniche psicodrammatiche non pretendono infatti di rappresentare chissà quale innovazione rivoluzionaria che cancellerà ogni altra eventuale concorrenza epistemologica o commerciale. Né pretendono di rappresentare la medicina universale per ogni patologia riconducibile ad una qualche malattia mentale.
Al contrario: si propongono come una eccellente tecnica da conoscere e da usare, con tutta la serena tranquillità di uno strumento efficace nella sua concretezza (senza alcun bisogno di sparate mistico scientifiche), per aiutare le persone a sviluppare le proprie potenzialità e le proprie migliori inclinazioni, soprattutto nella vita quotidiana, nelle relazioni e nel lavoro, attraverso interventi di formazione e di counseling ovvero di aiuto e di presa in carico, intesi nel senso più ampio del termine.
Nell’opera di Antonio Zanardo è infatti evidente l’obiettivo, tanto prudente quanto efficace, di presentare in forma sintetica e chiara il decantato di una lunga pratica che ricorre nelle professioni di conforto alla quotidiana esistenza della persona, la quale tradizione viene attuata da così tanto tempo e con i nomi più diversi, ma che trova nella terminologia e nell’inquadramento psicodrammatico un’ottima sintesi; tra le altre, ma ai primi posti fra queste.
Non si tratta certo dell’unica modalità possibile di attuazione delle psicotecniche. Ma ne rappresenta una bella ed assai utile rappresentazione, secondo una prospettiva che è particolare ma anche molto ricca di suggestioni e di operatività, grazie alla quale potersi cimentare nell’affascinante sforzo di affiancare l’altro per aiutarlo a divenire se stesso (e noi con lui).
E Antonio Zanardo riesce molto efficacemente in questo sforzo, puntuale nella sua apparente semplicità: presentare un quadro sistematico delle psicotecniche di taglio drammatico in modo chiaro, efficace, che risulta utile a chiunque abbia scelto di operare nell’affascinante sforzo di aiutare le persone a vivere e a svilupparsi.

 

 

 

Riferimento bibliografico:

Perussia F. – “Sulla inossidabile efficacia delle chiavi a stella”. Prefazione al volume: Zanardo A. – Action Methods nella formazione: Approcci e strumenti per la gestione di piccoli e grandi gruppi. Bologna: Pardes, 2007.

 

 

 

 

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