Introduzione alla psicologia della vita quotidiana

 

 

Riferimento bibliografico:
Perussia F., “Introduzione alla psicologia della vita quotidiana”. In: Perussia F., a cura, Materiali di psicologia sociale e della personalità, Vol.1, Torino: Celid, 1997, 7-42.


Felice Perussia

Introduzione alla psicologia della vita quotidiana

 

 
 AbstractAn introduction to the psychology of everyday life – A preliminary survey has been droven on how psychology faces the every-day-life issue. Various theoric references have been identified: these may be followed for a first systematic approach. Among these, we briefly analysed the contributions about: basic-research; field phenomenology; naïve psychology; personality psychology; etho-biological paradigm; symbolic interactionism; critic theory; philosophy of science; social psychology; anthropological, historical and sociological approaches; motivation and learning psychology; public-opinion and consumptions study; analysis of possible sources which to draw data from. Altogether, the outcome is a stimulating and rich picture, though very magmatic and still in making.

 

Premesse


I modi in cui il movimento psicologico si esprime sono principalmente tre: l’analisi razionale (costruzione di teorie), la ricerca (raccolta di dati quanto più possibile oggettivi) e l’intervento (modificazione di situazioni con il fine di produrre un cambiamento). Un primo obiettivo della disciplina è quello di raggiungere (attraverso l’analisi e la ricerca) la conoscenza del comportamento e delle dinamiche intrapsichiche del soggetto (descrizione dei contenuti e dei processi). Un secondo obiettivo è invece quello di stimolare (attraverso l’intervento applicativo) il verificarsi di nuove condizione negli individui e nei gruppi, sempre in relazione alla loro soggettività (terapia, sviluppo personale, formazione, comunicazione, ecc).I due punti di riferimento (ricerca e azione) sono strettamente connessi fra di loro, anche se possono venire messi in atto dagli psicologi in modo relativamente indipendente. Si può di fatto produrre della ricerca senza specifici fini di intervento. Così come si può intervenire senza avere esplicitato nel dettaglio i riferimenti teorici su cui ci si basa.I modelli concettuali che avvicineremo brevemente in queste pagine introduttive rappresentano un insieme piuttosto variegato e relativamente contradditorio. Si riferiscono alla realtà soggettiva così come si presenta spontaneamente, ma partono da questo oggetto comune di interesse per sviluppare interventi divergenti. Si va dallo sforzo di quantificazione puntuale di tale soggettività, in un contesto che si vorrebbe ateoretico, fino al rifiuto del dato empirico in quanto presunta espressione della volontà di quantificare la natura della realtà (considerata ontologicamente irriducibile a un dato), passando attraverso svariate gradazioni di impiego del contesto quotidiano come prova di teorizzazioni a largo respiro o come dato da presentare senza definirne più che tanto il quadro teoretico.La psicologia della vita quotidiana, cui si accenna nelle pagine che seguono, risente quindi di un’impostazione affatto particolare, che discende da una scelta attuata fra una grande gamma di opportunità concettuali cui è possibile di fatto attingere. Esistono cioè varie modalità per affrontare il problema. In questa sede, ho scelto di perseguirne una in particolare.Poichè la psicologia della vita quotidiana ha come oggetto la generalità dei comportamenti e dei pensieri che l’uomo esprime di volta in volta nell’arco della sua biografia, potrebbe apparire come una riedizione della psicologia in genere. Essa ha infatti come oggetto di studio il comportamento, il pensiero, le interazioni e cioè i temi della ricerca psicologica nella sua totalità. Ciò che in particolare distingue lo studio psicologico della vita quotidiana è però il fatto di riferirsi ai contenuti piuttosto che ai processi. La psicologia della vita quotidiana non si propone come un modo diverso per definire la psicologia in genere, bensì come un suo strumento, limitato e attualmente poco sviluppato, ma potenzialmente molto utile.La psicologia, nei limiti in cui è definibile, consiste soprattutto nello studio dei processi di pensiero che sottostanno al comportamento, ovvero dei comportamenti che il pensiero produce in virtù dei suoi processi. In quanto tale, si confonde con lo studio delle funzioni di base, con l’identificazione dei processi cognitivi, con la storia (individuale e collettiva) dell’integrazione tra motivazioni di base e referenti identificati come adeguati al loro soddisfacimento, ovvero, secondo alcuni, con l’evoluzione del rapporto tra principio del piacere (espresso nel pensiero primario-infantile-magico) e riscontro di realtà (che da luogo al pensiero secondario-adulto-razionale).La psicologia della vita quotidiana studia soprattutto le modalità secondo cui tale meccanismo si struttura concretamente. E’ il punto di partenza della ricerca sui processi, non un suo sostituto. Essa si propone di definire qual’è il pensiero e il comportamento attuale del soggetto, al di fuori del laboratorio, in modo tale da poterne dedurre, attraverso un successivo inquadramento nella teoria dei processi, le dinamiche sottostanti.In sostanza: è lo studio della psicologia in vivo. Cerca di partire dalla immediatezza del rapporto con la realtà per dedurne eventualmente a posteriori le ragioni, invece che di costruire a priori una realtà circoscritta, specie tramite la situazione del laboratorio, per verificare se noi siamo in grado di prevederne gli sviluppi (attraverso il controllo delle variabili che vi intervengono).La ricerca di laboratorio, una volta constata la complessità delle variabili in gioco, ne isola la maggiore quantità possibile cercando di sorvegliare tutte le restanti. La ricerca sulla vita quotidiana tenta il percorso contrario: lasciare tutte le variabili così come sono trovando il modo di elencarne dettagliatamente il maggior numero, eventualmente per cercare di ridurle a un numero minore.La psicologia della vita quotidiana non rappresenta un approccio antagonista rispetto al laboratorio bensì una sua integrazione. Una disciplina complessa come la psicologia si trova nella necessità di strutturarsi in una serie di sottosettori che forniscano ognuno il proprio contributo al quadro globale.Esiste una certa tendenza da parte di ciascuna disciplina a interpretare il mondo sulla base della propria specificità. In modo analogo, le diverse sotto-discipline faticano a evitare la ricorrente tentazione di spiegare qualsiasi oggetto di indagine secondo i propri criteri. In questo lavoro non mi sforzo di produrre nuove riduzioni disciplinari, ma semplicemente di fornire un quadro di riferimento parziale.In quanto psicologia dei contenuti, la psicologia della vita quotidiana viene messa a confronto con diversi problemi. Il primo riguarda la rappresentatività dei contenuti di coscienza per uno studio della soggettività. L’individuo esprime il proprio vissuto del mondo, ma potrebbe non essere pienamente consapevole del proprio stesso pensiero. Si tratta del mai sopito dibattito sull’introspezione, ovvero sulla possibilità per ciascuno di noi di descrivere completamente ciò che gli passa per la testa.Esiste infatti un problema di comparabilità fra le rappresentazioni e la realtà. La costruzione delle rappresentazioni mentali parte infatti dalla percezione di dati di fatto. Se, ad esempio, un soggetto culturalmente definito (poniamo: il cittadino italiano) esprime mediamente un particolare vissuto della propria dimensione corporea (si sente in sovrappeso), è utile conoscere anche quali sono i dati obiettivi, nei limiti in cui possono essere determinati, su cui basa questa sua valutazione (il suo peso reale, il peso medio di altri individui a lui simili per qualche aspetto). Ciò fornisce un utile quadro di riferimento per identificare la struttura della “biologia ingenua” del soggetto, e in particolare offre la possibilità di identificare i criteri di normalità e di anormalità cui quel soggetto spontaneamente si riferisce.Per una corretta valutazione dei dati disponibili occorre dunque tenere conto di numerosi fattori, messi ampiamente in luce dalla ricerca psicologica relativamente al problema delle autovalutazioni, cioè delle valutazioni espresse dal soggetto su se stesso. Occorre essere infatti sempre molto attenti alla distinzione tra comportamenti (ciò che ciascuno realmente fa), atteggiamenti (ciò che uno pensa di fare) opinioni (le valutazioni che ciascuno esprime rispetto a ciò che fa o che pensa si dovrebbe fare). Occorre distinguere tra i dati testimoniati direttamente dal soggetto (ciò che dice di fare o di pensare) e quelli effettivamente testimoniati dalla osservazione del soggetto stesso attuata dall’esterno (ciò che egli sembra effettivamente fare, le sue reazioni fisiologiche, ecc). In particolare: occorre tenere conto del problema della desiderabilità sociale, che spesso può rappresentare un elemento caratterizzante le risposte che l’individuo fornisce su temi connotati da una dimensione morale (ciò che sta bene fare, ciò che ci si aspetta uno faccia, ecc) ovvero che vengono fornite di fronte a terzi (l’intervistatore o lo sperimentatore).Per non presentare che qualche esempio, di carattere generale: è possibile che il soggetto fornisca dichiarazioni sui doveri dei genitori, sui propri atteggiamenti sessuali, o sul proprio reddito che non necessariamente coincidono con “i fatti”. Tutto ciò conferma, peraltro, la natura relativa della realtà, specie quando la si osserva da un punto di vista psicologico. Inevitabilmente: la realtà quotidiana è fenomenica e mutevole, per cui non c’è speranza di ridurla a qualche cosa di assoluto e di stabile. Un possibile antidoto all’eccessivo relativismo, cui potrebbe indurre un simile approccio, è comunque rappresentato dallo sforzo, tipico della ricerca scientifica, di comparare dati di origine diversa e di mettere a confronto le dichiarazioni del soggetto con misurazioni di tipo esterno e oggettivo. Uno dei portati fondamentali della ricerca psicologica è del resto quello secondo cui, seppure la realtà è soggettiva, tale soggettività non si esprime però a caso bensì secondo delle regole relativamente costanti e identificabili.Prima di affrontare operativamente i contenuti della psicologia della vita quotidiana (obiettivo che è successivo rispetto agli scopi di questa introduzione), è necessario definirne concettualmente e teoreticamente lo statuto. Sulla materia esistono infatti varie ipotesi e poche descrizioni sistematiche. Una definizione teorica, apparentemente un po’ in contrasto con il carattere pragmatista della disciplina, non risulterà affatto pleonastica. Solo comprendendo i presupposti epistemologici di questo approccio è infatti possibile svilupparlo in una prospettiva euristicamente produttiva.Il concetto di vita quotidiana in psicologia viene definito in primo luogo dal modo e dalle occasioni in cui gli psicologi utilizzano questo termine nei loro scritti. Una prima definizione dell’argomento consisterà dunque, almeno in prima battuta, nella prospezione delle varie forme in cui il concetto dieveryday, ovvero di vita quotidiana, viene impiegato nel lavoro di ricerca. Il corpus dottrinale che ne deriva appare dunque costituito da una serie disparata di contributi, che tuttavia sembrano confluire omogeneamente in un quadro comune. Ne fornisco qui di seguito una sintesi parziale che spero sia sufficiente a evocare il modello di approccio.La definizione del modo in cui gli psicologi hanno affrontato il tema della quotidianità è una premessa necessaria alla identificazione puntuale dell’oggetto del loro lavoro. La vita quotidiana è infatti un tema di ricerca apparentemente molto evidente ma che in realtà non risulta per nulla facile da definire. In prima approssimazione, ma con la consapevolezza che una risposta più appropriata al problema è proprio lo scopo di un lungo lavoro rispetto al quale questa introduzione può rappresentare solo un inizio, posso proporre che la psicologia della vita quotidiana sia quella parte della ricerca sul comportamento che si occupa di definire le modalità secondo cui i processi psicologici interni al soggetto trovano la propria espressione (e reificazione) nella realtà.In questa sede (lo ricordo, ancora una volta, introduttiva quanto relativamente rapsodica e necessariamente incompleta) mi limiterò dunque a sottolineare che la ricerca sulla vita quotidiana si occupa di definire ciò che avviene nell’esperienza “normale” dei soggetti, più che di spiegare i processi in base a cui le cose avvengono proprio in questo modo. La psicologia della vita quotidiana è in primo luogo una fotografia del chi e del cosa, eventualmente deldove e in parte del come, ma solo in secondo istanza si propone di servire a una ricostruzione (e magari una previsione) del perchè.

 

Modelli di riferimento


Apparentemente, nella tradizione psicologica (soprattutto italiana ma anche internazionale), esiste solo marginalmente un settore di ricerca specifico che si richiami al campo della vita quotidiana. E’ difficile trovare qualche testo che contenga, come progetto strategico di approccio, un esplicito richiamo alla quotidianità. Può dunque apparire curiosa l’idea di redigere un testo, ancorchè di dimensioni contenute e in forma di note preliminari, per una materia che forse non c’è. L’apparenza, tuttavia, inganna.La psicologia della vita quotidiana si trova in una condizione non dissimile da quella di altri settori della psicologia. In Italia, ad esempio, l’insegnamento universitario ufficiale della psicologia applicata rappresenta un fatto raro, così come è raro che si pubblichino libri o manuali intitolati all’argomento. Ci sono però molti insegnamenti ufficiali, nei corsi di laurea, che affrontano il campo di quello che generalmente si intende per psicologia applicata, anche se solo in pochi casi l’insegnamento tenuto si definisce formalmente come dedicato appunto alle applicazioni della psicologia. La scarsa presenza di una definizione formale non significa tuttavia che tale approccio disciplinare non esista o non trovi un suo ampio spazio anche nella nostra realtà culturale.In modo analogo, pur non esistendo apparentemente una tradizione sistematica relativa alla psicologia della vita quotidiana (e nessun insegnamento universitario in materia), la disciplina esiste, anche se forse richiede di essere meglio inquadrata e, per certi aspetti, rifondata istituzionalmente. Benchè non vi siano che modesti riferimenti formali alla psicologia della vita quotidiana, questa permea talmente il movimento psicologico contemporaneo che, ad esempio, Mantovani (1995) dedica le prime parole del primo capitolo (intitolato peraltro: “La nuova scatola nera: le situazioni quotidiane”) del suo importante volume sui nuovissimi sviluppi della ricerca cognitivista (specie in relazione al costituirsi delle realtà virtuali) proprio ad affermare che “le situazioni della vita quotidiana sono attualmente al centro dell’attenzione nella ricerca psicologica” (1995, p.17). Per capire il senso di tale ormai pervasiva presenza è opportuno sottolineare una serie di debiti teorici, e di ricerca, che tale approccio contrae con altre tradizioni limitrofe.Sul piano storico, le ricerche classiche significative sono molte. Un titolo che viene subito alla memoria è naturalmente il lavoro di Freud (1901) sulla psicopatologia della vita quotidiana. Si tratta però di un riferimento più apparente (per via del titolo) che sostanziale. In quel saggio, infatti, il riferimento alla vita quotidiana è un’occasione per dimostrare l’utilità del riferimento psicoanalitico per una comprensione di molti nostri atti apparentemente marginali e poco significativi molto più che un tentativo di sviluppare una teoria psicologica della quotidianità.Andando più indietro, e con riferimento a una psicologia della vita quotidiana in senso più generale, la nostra attenzione si rivolge agli Stati Uniti. In quel contesto culturale l’origine della psicologia della vita quotidiana viene spesso identificata con il pragmatismo di Peirce, di James e di Dewey (cioè con l’origine storica della psicologia statunitense) ovvero col loro porre l’accento sulla natura concreta dell’esperienza umana e sull’empirismo scientifico quale criterio metodologico fondamentale (Adler e Adler, 1980). Come immediata conseguenza di tale prima impostazione emerge anche il lavoro di Cooley (1902), fortemente incentrato sulla natura soggettiva della costruzione della realtà e sulla struttura della società come insieme di abitudini mentali che trovano una parte rilevante delle loro ragioni nella natura adattativa ed evolutiva delle interazioni e delle rappresentazioni sociali in una prospettiva sostanzialmente darwiniana.La ricerca sulla vita quotidiana è collegata, oltre che al pragmatismo, anche alla Scuola di Chicago, che si definiva volentieri come scuola ecologica della fenomenologia sociale. Ai suoi riferimenti concettuali accennerò più avanti a proposito dell’interazionismo simbolico. In questo ambito sono stati prodotti alcuni studi estensivi sulla quotidianità che hanno utilizzato spesso metodi qualitativi e in particolare l’osservazione partecipante. Tra gli interventi più o meno ispirati a tale tradizione, si ricordano, a titolo di esempio, quanto meno le ricerche classiche di Thomas e Znaniecki sul contadino polacco (1918-1920), quella di Wirth (1928) sul ghetto, quella di Thrasher (1927) sulle bande delinquenziali giovanili, quella di Whyte (1943) sulla vita a Little Italy, quella di Becker e Altri (1960) sulla comunità degli studenti di medicina, quelle di Lynd e Lynd (1929, 1937) su Middletown, quella sul soldato americano del gruppo di Stouffer (1949-1950), quella sulla personalità autoritaria di Adorno et Al (1950), e molte altre.Un contributo decisamente significativo è stato poi sviluppato nell’ambito delle indagini demoscopiche (opinione pubblica, comunicazioni di massa, marketing), a partire soprattutto dalle rilevazioni di Gallup. Tali indagini si propongono di rilevare gli atteggiamenti e i comportamenti diffusi presso la popolazione, fornendone un quadro quantitativo e analitico (con scarso interesse per una contestualizzazione teorica dei vari temi affrontati). L’approccio di Gallup persegue soprattutto scopi pratici finalizzati alla identificazione di punti di di riferimento obiettivi per le scelte politiche e imprenditoriali che coinvolgono i cittadini. Esso contiene tuttavia un potenziale di conoscenza notevole, quanto in genere piuttosto sottovalutato dalla psicologia accademica ufficiale.Una lunga tradizione nel senso qui delineato ci viene testimoniata anche dal mondo culturale francese. Si possono ricordare gli studi sul campo di Quetelet (1835), che fonda la statistica come rilevazione empirica di comportamenti diffusi, per continuare con le ricerche clinico-sociali (ante litteram) di Emile Zola, che raccoglieva sistematicamente dati, con il metodo dell’osservazione partecipante, su quegli ambienti sociali che poi avrebbe descritto nei suoi romanzi, fino a quelle di Chombart De Lauwe (1956) sulla vita quotidiana degli operai parigini. In tale prospettiva, la psicologia della quotidianità si inscrive nell’importante dibattito teorico che contrappone Tarde (1890), sostenitore della natura individuale e quindi riconducibile al concetto di imitazione interindividuale dei comportamenti collettivi, a Durkheim (1895), che invece tratta il comportamento quotidiano come realtà sociale sovraindividuale che esiste in sè al di là del riferimento ai singoli individui (Perussia, 1978). Le tesi di Durkheim, dal nostro punto di vista, sono ben rappresentate soprattutto dal suo lavoro sul suicidio (1897).Altri contributi generali sulla psicologia della vita quotidiana sono quelli di Sorokin e Berger (1939), Lefebvre (1968), Douglas (1970), Chapin e Stuart (1974), Joynson (1974), Brofenbrenner (1977, 1979), Cohen e Taylor (1978), Douglas e Altri (1980), Shiffman e Kanuk (1983), Beauvois (1984), Norman (1988), e molti altri. In questi, il tentativo di definizione dell’homo quotidianus si confonde principalmente con il dibattito sull’epistemologia della ricerca sociale e con lo studio della condizione quotidiana per eccellenza che caratterizza il nostro secolo, e cioè con la condizione di vita urbana.Per un’altra esemplificazione recente, benchè precedente l’ampia ristutturazione della ricerca psicologica che si è andata sviluppando per tutti gli anni ’70 e ’80, può essere utile un accenno a ciò che Franklin e Kohout (1973) hanno catalogato sotto la voce di psicologia sociale della vita quotidiana. I concetti di fondo cui si ispirano i contributi da loro raccolti sono quelli: di fuzzy set, di contesto naturale, di compresenza (all’interno di una singola situazione) di una quantità sostanzialmente incontrollabile di variabili intervenienti. Dal punto di vista dei contenuti, l’oggetto di studio è particolarmente variegato e relativamente occasionale, dato che nel testo si affrontano temi assai disparati quali: i pregiudizi verso le donne, l’aggressività, l’obbedienza all’autorità, il noviziato nella prostituzione, le relazioni sociali dei non vedenti, il reclutamento dei manifestanti per un corteo, il contagio isterico, l’attrazione fisica nelle prime fasi del corteggiamento.Un’altra utile esemplificazione, questa volta di origine completamente italiana, può essere rappresentata dal lavoro sulla vita quotidiana sviluppato nell’ambito del Progetto Finalizzato Medicina Preventiva del Consiglio Nazionale delle ricerche a cura di Conte e Miceli (1984). I temi affrontati dagli autori vanno dalla scopistica all’autovalutazione, all’abitare, ai conflitti tra genitori e figli, alla solitudine, al sentirsi aiutati, ai conflitti di ruolo nel rapporto medico-paziente, all’esperienza psichiatrica. In italiano esistono anche vari altri lavori utili come primo riferimento (Dogana, 1976; Calvi, 1977; Girard, 1980; Giasanti e Jedlowski, 1982; Meroni e Vecchia, 1984; Ragone, 1985; Frontori, 1986; Massimini e Inghilleri, 1986; Campedelli, 1988; Farbè e Sacco, 1995, ecc).Che cosa eventualmente intendere come psicologia della vita quotidiana in un senso molto attuale può essere desunto dall’esame del recente lavoro di Argyle (1992) sull’argomento. I vari capitoli del libro sono infatti dedicati ai seguenti temi: la conversazione, le relazioni sociali, il lavoro, il tempo libero, gli atteggiamenti e i comportamenti religiosi, l’aggressività e le relazioni intergruppo, le classi sociali, la salute, la salute mentale, la felicità. Per un riferimento ancora più recente, il lavoro di Gulotta e collaboratori (1995) appare ricco e stimolante, quanto vario nelle aree comportamentali che analizza, che vanno, per non fare che qualche esempio qui e là: dalle tecniche dell’intervista all’analisi del contenuto, dal conflitto all’influenza sociale, dalla menzogna all’ipnosi, dalla spazzatura ai disastri naturali, dagli auguri di Natale al fare il bagno, e via dicendo.Secondo Weigert (1981), l’idea di vita quotidiana è un concetto tipico dell’epoca moderna, che manca quasi totalmente nel pensiero classico greco-latino così come nella tradizione medioevale e in molte culture non occidentali. L’idea di una trattazione specifica della vita quotidiana si basa, secondo l’autore, su di un paradigma concettuale che persegue uno sforzo di razionalizzazione della condizione sociale e del significato della vita, quale viene espresso nella dialettica costante fra Sè e Società. I suoi contenuti riguardano, in particolare: la strutturazione soggettiva dello spazio e del tempo; la costruzione di unità significative della vita individuale; l’attualizzazione del Sè mediante comportamenti in forma di recitazione ripetuta attuati in situazioni concrete; l’interazione con gli altri soggetti, i quali vengono percepiti e interagiti nella prospettiva di un altro Sè. La metafora della quotidianità proposta dall’autore è quella di un meccanismo automatico, che opera continuamente per conto proprio e in cui l’individuo non può fare a meno di venire coinvolto, anche se può non rendersene conto.Il vivere quotidiano del soggetto viene analizzato in termini di situazioni, motivazioni, interpretazioni, fantasie, attese e intenzioni, che rappresentano anche l’oggetto principale della ricerca sulla quotidianità. Altre modalità attraverso cui la quotidianità dell’individuo trova espressione sono la dinamica del potere e lo strutturarsi della società in classi, le quali rappresentano il risultato finale, e continuamente mutevole, delle negoziazioni situazionali. La quotidianità consiste allora nella costruzione di un sistema di fiducia nella pregiudiziale di realtà, ovvero nella concretezza del mondo dato-per-scontato come oggetto di conoscenza e di osservazione naturalistica. L’agire quotidiano costruisce un sistema di credenze, in termini di psicologia ingenua, relativo alla fondatezza della scienza, della religione, della magia quotidiana, dei riti, delle celebrazioni, della famiglia, dei mezzi di comunicazione di massa, e via dicendo. La chiave di volta, per collegare la nostra vita reale a una teoria della vita quotidiana, è identificata nel riferimento alla biografia, che agisce come mediatore fra le occasioni di ciascuna storia individuale da una parte e le condizioni storiche, culturali, sociali in cui essa ha luogo dall’altra.La vita quotidiana, sempre secondo Weigert (1981), può essere utilmente studiata solo se si tiene conto di alcune sue caratteristiche fondamentali, e cioè che: “1) La vita quotidiana è una realtà data-per-scontata, che fornisce unbackground indiscusso di significato per la vita di ognuno; 2) La vita quotidiana è un contesto sociale plausibile e un mondo personale credibile attraverso cui ciascuna persona ricava un senso di sè come vivente una biografia reale; 3) La vita quotidiana è nello stesso tempo il punto di partenza empirico fondamentale e il tema di riferimento finale per comprendere la vita umana e la società come realtà naturali; 4) Per cui, la vita quotidiana non può essere conosciuta solo passivamente o obiettivamente, ma deve anche essere criticata e interpretata attivamente e soggettivamente così da poter essere adeguatamente capita” (p.37).In sostanza, sviluppando ulteriormente i temi proposti da questo autore, il comportamento quotidiano può venire concettualizzato come la modalità concreta secondo cui l’individuo trova la propria realizzazione e reificazione, nonchè il proprio limite, nei gesti singoli dell’esperienza diretta col mondo. La vita quotidiana è la traduzione in atto del potenziale psicologico del soggetto. L’analisi del comportamento quotidiano è lo studio delle modalità secondo cui gli infiniti mondi possibili dell’individuo si sostanziano concretamente in un essere-nel-mondo unico, ancorchè costantemente in divenire e di volta in volta mutevole.In base a un simile punto di vista, il riferimento alla quotidianità rappresenta una tendenza che crescentemente si diffonde nella ricerca sull’uomo del nostro tempo. La crisi dei fondamenti, e il connesso abbandono delle grandi teorizzazioni globali del XIX secolo, ha infatti spostato l’attenzione di molti studiosi dall’analisi delle categorie astratte e generali della conoscenza allo studio delle modalità secondo cui la volontà di sapere si esprime in termini immediati. Poichè i grandi modelli onnicomprensivi dell’ermeneutica idealistica e positivistica appaiono tutto sommato esageratamente astratti, alcuni ricercatori hanno scelto di indirizzarsi all’analisi di fenomeni sempre più elementari e circoscritti, rivolgendosi dunque a una ricerca parcellizzata e di dettaglio. Altri, affrontando invece i temi della quotidianità, preferiscono correre il rischio dell’approssimazione e tentare la strada di un approccio più ampio, ancorchè relativo a classi relativamente circoscritte di atti, affrontate senza porsi rigidamente il vincolo di controllare rifgorosamente ogni variabile (nella convinzione, peraltro, che spesso non sia possibile farlo, pena la perdita di significatività di ciò che si sta cercando di studiare).All’affermarsi dell’interesse per la vita quotidiana ha contribuito anche il rilievo che viene attribuito in termini crescenti a temi come quello dei bisogni ovvero del privato, che rappresentano uno sforzo di adeguamento della ricerca scientifica in psicologia ai temi della politica e del contratto sociale. L’attenzione al quotidiano si propone cioè anche come volontà di attribuire al pubblico (al cittadino) un ruolo di primo piano nella ricerca. A tale intenzione, in qualche modo “democratica”, si affianca una relativa insoddisfazione per la condizione del laboratorio, giudicata sempre di grande interesse, ma non sufficiente da sola a comprendere la realtà dell’uomo “concreto” o “reale” quale si esprime spontaneamente nel contesto naturale.

 

Una disciplina in formazione


L’approccio psicologico alla vita quotidiana utilizza un po’ tutti gli strumenti di analisi che sono stati sviluppati in psicologia. Non coincide tuttavia con la Psicologia nel suo insieme. I vari modelli teorici della ricerca sulla soggettività rappresentano un punto di riferimento epistemologico e concettuale, ma non sono il contenuto specifico della disciplina. Ne forniscono una giustificazione teoretica, ma ne rappresentano la ragione e la premessa piuttosto che la concretizzazione.La psicologia della vita quotidiana segue una prospettiva decisamente interdisciplinare, oltre che trasversale rispetto alla psicologia stessa. Sarebbe naturalmente difficile, per motivi di spazio e di opportunità, presentare in questa sede tutti i contributi teorici significativi, psicologici e non, da cui la psicologia della vita quotidiana trae la propria ragione d’essere e il proprio statuto scientifico, e di cui nello stesso tempo rappresenta una parte. Ciò appare tanto più vero se si considera che una sistematizzazione della disciplina è lungi dall’esistere, e anzi questo testo si propone appunto come un modesto contributo in tale direzione. Varrà tuttavia la pena di indicare una serie di momenti della ricerca scientifica recente che hanno contribuito alla costruzione di un approccio compiuto al tema.Descriverò dunque brevemente alcuni dei modelli principali, tra gli altri, che si dimostrano particolarmente utili a concettualizzare la quotidianità del soggetto. Si tratta, in sostanza, di una selezione basata maggiormente sulla storia di questo stile di approccio e sulle concettualizzazioni sviluppate da chi se ne occupa, piuttosto che di una rassegna completa delle modalità possibili. Tenterò inoltre di fornire alcune esemplificazioni del modo in cui i vari modelli teorici risultano in relazione con il concetto di quotidianità.L’elenco che propongo è certamente incompleto, ma rappresentativo di una atmosfera culturale. Per ciascun paradigma di riferimento presenterò dunque alcuni temi classici. Va peraltro sottolineato che le singole voci vengono qui semplicemente evocate, e non certo riportate per esteso in tutta la loro complessità e profondità, rimandando ai testi citati, e a successive occasioni di studio, per una loro più compiuta descrizione e comprensione.La distinzione tra i diversi settori della ricerca, psicologica e non, è necessariamente arbitraria. Le diverse discipline si sovrappongono in larga misura, e una loro suddivisione nasce solo in parte da ragioni euristiche, mentre è spesso derivata anche da motivi di natura squisitamente accademica. Lo stesso oggetto viene di fatto studiato sotto denominazioni diverse, che si collegano a chiavi di lettura teorica differenti, ma che in parte sono semplicemente variazioni su di uno stesso tema. L’unico punto di riferimento comune è quello del vissuto e della soggettività come realta attuali, al momento dato (qualcosa di molto vicino al cosiddetto quì e ora). L’esplicitazione del singolo paradigma concettuale ha dunque un valore relativo.Rispetto a questo insieme di modelli la psicologia della vita quotidiana intrattiene rapporti che potremmo definire di scambio. Per un verso ne ricava ipotesi interpetative e di approccio metodologico, per un altro verso fornisce loro una base di dati con cui confrontarsi. La psicologia del quotidiano, come tema di ricerca interdisciplinare più che come disciplina autonoma, rappresenta un oggetto di studio e nel contempo un riscontro di realtà.

 

Ricerca di base


Il principale modello teorico di riferimento della psicologia della vita quotidiana è la psicologia intesa come ricerca scientifica di base. In questo senso, il punto di riferimento imprescindibile della teorizzazione è il dato rilevato empiricamente. Tale dato viene raccolto senza uno scopo specifico di applicazione. Si tratta infatti, nel caso della ricerca di base, di definire gli scenari di riferimento secondo cui il soggetto costruisce la propria rappresentazione del mondo.E’ importante disporre di teorie interpretative del modo in cui questi scenari si costruiscono. E il lavoro di rilevazione sul campo offre notevoli potenziali di applicatività. Ma la giustificazione epistemologica di un settore specifico, denominato appunto vita quotidiana, relativamente autonomo rispetto alle molte suddivisioni già esistenti in psicologia, discende dalla volontà, e dalla possibilità, di fornire una fotografia dei processi mentali e comportamentali al momento dato (di nuovo: lo hic et nuncdell’evento).La psicologia della vita quotidiana si giova certamente di modelli teorici ampi e sofisticati, alla luce dei quali leggere i dati raccolti sul campo, ma non può coincidere con questi. La riflessione, l’elucubrazione, l’interpretazione, l’analisi, devono basarsi sulla rilevazione sistematica del dato in condizioni quanto più possibile naturali. Ciò vale tanto di più in quanto l’oggetto stesso di questa scienza è appunto la scienza spontanea (ingenua) del soggetto. Nonostante il suo elevato potenziale di applicatività, la psicologia della vita quotidiana è essenzialmente una forma di ricerca di base.Il concetto che meglio definisce, in forma sintetica, questa disciplina è quello di “validità ecologica”. In molta della psicologia generale contemporanea il riferimento alla validità ecologica rappresenta il leit motiv più ricorrente, mentre il termine “vita quotidiana” viene generalmente utilizzato come un suo sinonimo. L’idea di fondo della validità ecologica, nella ricerca di laboratorio così come nell’approccio alla vita quotidiana, si lega alla diffusa impressione che la situazione sperimentale rappresenti uno strumento di fondamentale utilità, ma non una modalità definitiva. Uno dei principali obiettivi perseguiti dall’approccio ispirato alla cosiddetta validità ecologica si collega alla considerazione secondo cui, se si vuole evitare di occuparsi di “pseudo-problemi”, occorre essere costantemente disposti sia a dimostrare la estensibilità delle scoperte di laboratorio al mondo quotidiano esterno, sia a verificare nel laboratorio le molte idee che insorgono durante l’osservazione della quotidianità (Baddeley, 1981).Secondo tali interpretazioni, la situazione sperimentale può rappresentare talvolta l’introduzione di una variabile ulteriore rispetto alla situazione naturale, una variabile che può anche essere deformante. L’oggetto studiato in laboratorio è sì riferito a persone reali e a situazioni che si verificano nella realtà, ma con l’aggiunta della variabile laboratorio, che di norma non fa parte dello scenario soggettivo in cui l’individuo struttura le proprie reazioni (quotidiane). L’esperimento è una situazione in vitro, di grande utilità scientifica, ma che non coincide con la realtà abituale del soggetto.La comunicazione, piuttosto che l’aggressività, studiate in una situazione di controllo delle variabili esterne (il laboratorio appunto) non coincide con la comunicazione, piuttosto che l’aggressività, quali si esprimono spontaneamente nella turbolenta vita “normale” delle persone. Il laboratorio rappresenta allora uno strumento fondamentale per isolare alcuni aspetti del tema indagato, ma non ne esaurisce tutte le sfaccettature. Serve da mezzo di contrasto per evidenziare processi poco visibili nel fuzzy set del mondo, ma non è esattamente il mondo. La situazione sperimentale non è infatti in grado di verificare tutte le variabili, e può dunque trarre giovamento dal confronto con le situazioni incontrollate (cioè naturali).In altre parole: ciò che avviene quando nessuno ti vede, o quando non sai di essere visto, o quando non sei osservato da un tecnico-giudice (lo psicologo sperimentatore) può essere diverso da ciò che avviene in presenza di un apparato sperimentale. Inoltre: l’apparato stesso può rappresentare, specie per quanto riguarda comportamenti determinati in buona parte da fattori culturali e relazionali, una variabile strutturante specifica e molto significativa. Lo studio della vita quotidiana vorrebbe essere invece uno studio delle situazioni così come si presentano in un contesto naturale e spontaneo. Da questo punto di vista, esso si collega anche al concetto di “azione situata”, tipico della psicologia cognitivista contemporanea (Suchman, 1987; Vera e Simon, 1993; Mantovani, 1995).Tale concetto di immediatezza e spontaneità viene attualmente definito dalla ricerca psicologica di base, lo abbiamo già detto, con il termine di validità ecologica, ovvero, con espressione che viene spesso utilizzata quale suo sinonimo, di quotidianità. A tale impostazione si collega l’idea di una psicologia che, sempre impostata in termini di ricerca scientifica soprattutto di base, possa risultare in qualche modo pratica.Si è parlato dunque, con una notevole frequenza che è costantemente cresciuta nell’arco degli anni ’80, di tali situazioni appunto quotidiane, dando luogo a una serie di articoli e volumi che, già a partire dal titolo, esplicitano tale riferimento alla situazione quotidiana.Sarebbe impossibile fornire il quadro completo di un universo tanto variegato, ma anche solo un accenno a qualcuno tra questi mostra come si sia parlato, ad esempio (sempre con esplicito riferimento alla quotidianità sin dal titolo), dieveryday language (Psathas, 1979), piuttosto che di everyday reasoning (Barker, 1981), di memory in everyday life (Gruneberg, Morris e Sykes, 1988; Davies e Logie, 1993), di situazioni quotidiane (Mantovani, 1995), di verbal behavior in everyday life (Weintraub, 1989), di errori di ragionamento (Gilovich, 1991), di pensiero magico (Codet, 1987), di senso morale quotidiano (Sabini e Silver, 1982; Stebbins, 1993; Killen e Hart, 1995), di emozioni (Oatley e Duncan, 1994), di humor (Freckmall, 1994), di sadomasochismo (Chancer, 1982), di perversioni (Meyers, 1992), di comunicazione (Orletti, 1983; Leeds-Hurwitz, 1989), di ruoli e di drammi (Perinbanayagam, 1987; Landy, 1993), di tempo (Robinson, 1977), di geografia (Hanson e Hanson, 1993), di consumi (Mackay, 1997) e di psicopatologia dei consumi (Dogana, 1972), di psicologia sociale (Argyle, 1992), di everyday problems (Wegman, 1984), di everyday cognition (Rogoff e Lave, 1984; Lave, 1988; Poon, Rubin e Wilson,1990), dieveryday explanation (Antaki, 1988), di everyday life reporting (Harrington, 1997), di everyday living(Martin e Osborne, 1989), di everyday understanding (Semin e Gergen, 1990), dieveryday lying and deception (Lewis e Saami, 1993), di personal storytelling in everyday life(Miller, 1995), di everyday phisics (Howe, 1993), di everyday psychiatry (Schoneman et Al, 1993; Taylor, 1993), di architecture of everyday life(Newman, 1995), di health in everyday life(Saltonstall, 1993), di supportive structures of everyday life (Horelli e Vepsa, 1994), di everyday psychotherapy (Lomas, 1993), di terror and everyday life (Lake Crane, 1994), di delusions of everyday life (Shengold, 1995) e via dicendo ancora molte volte. Tutti questi lavori, e molti altri che si potrebbero citare in aggiunta, fanno per lo più riferimento ai processi mentali “in azione” (working intelligence) e in genere al pensiero come attività pratica e cognizione quotidiana.A tale impostazione si collega anche l’approccio dell’intelligenza artificiale e in particolare lo studio delle routines di elaborazione mentale. Una strutturazione concettuale del tema è stata fornita pure attraverso il concetto di piani o progetti di azione, ovvero di comportamento “concreto”, sia nella versione di Miller, Galanter e Pribram (1960) sia in quella di Schutz (1962-1968).Affontando il tema della memoria quotidiana, ad esempio, Harris e Morris (1984) insistono costantemente su alcuni semplici concetti, che coincidono in sostanza con quelli ricorrenti nello studio della vita quotidiana in genere, riassumibili, per usare più o meno le stesse parole degli autori, nel riferimento ad: aspetti pratici, aspetti applicati, situazione al di fuori del laboratorio, ambiente naturale ovvero autentico. Dal canto suo, Windisch (1985), nel suo tentativo di inquadrare il complesso dell’approccio ecologico alla ricerca sulla quotidianità, si basa principalmente sui concetti di naturalità e di parlato.Per continuare con questi esempi, tipici della ricerca più recente, possiamo ricordare la contrapposizione, operata da Poon, Rubin e Wilson (1989), tra laboratorio da una parte e real-life world setting, ovvero modalità di approccio ai problemi complessi, dall’altra. Stanko (1990), piuttosto che Essed (1991) o Nofsinger (1991), utilizzano il termine “quotidiano” (riferito, nel loro caso, al tema della violenza, a quello del razzismo e a quello della conversazione) come espressione che definisce la normalità, l’abitudinarietà e la ricorrenza di un comportamento. Nel testo di Zerubavel (1991) la vita quotidiana sembra venire identificata con qualsiasi cosa che avviene da sola, che non è stimolata artificialmente, che insomma non è la conseguenza di una provocazione intenzionata da processi comportamentali esterni allo scenario in cui si presenta spontaneamente (e in particolare non è condizionata dalle strategie sperimentali del ricercatore).La ricerca di base sul problem solvingquotidiano e spontaneo viene intesa allora come uno sforzo per rianalizzare la psicologia cognitiva di tutti i giorni (Sinnott, 1989). In tale prospettiva, il riferimento alla quotidianità significa soprattutto occuparsi di quello che il soggetto fa normalmente, intendendo con normalmente il risultato del processo attraverso cui il nostro sistema vivente si adatta alla realtà con il fine di sopravvivere e di interagire con l’ambiente circostante nel modo più efficace possibile. I punti di riferimento della ricerca diventano allora, in particolare: le modalità spontaneamente messe in atto per affrontare problemi mal strutturati (i più volte citati, e ricorrenti, fuzzy set), la risoluzione di problemi interpersonali, le strutture temporali estese come scenario di riferimento del comportamento, i problemi interconnessi per blocchi a molte variabili affrontati contemporaneamente ai valori cui ci si riferisce per risolverli, nonchè le possibili soluzioni prodotte, ovvero l’analisi del rapporto tra il ricercatore e il partecipante alla ricerca.

 

Fenomenologia sul campo


La psicologia della vita quotidiana, come in letteratura è stato sottolineato in varie circostanze (specie con riferimento alla rappresentazione cognitiva del mondo fisico ovvero alla psicologia ambientale), consiste di un’estensione del concetto di ricerca psicologica come fenomenologia alla generalità dei dati comportamentali. In questo senso, essa può rappresentare un allargamento alla situazione di campo, e cioè a quello che anche operativamente si chiama field, di quella che è stata definita fenomenologia sperimentale, nel senso indicato da Kanizsa (1983) piuttosto che da Gibson (1979).Alla base di questo approccio si pone la classica distinzione tra ambiente fisico-geografico e ambiente psicologico-comportamentale, sviluppata in particolare da Koffka (1935), secondo cui il soggetto vive in un mondo fisico per certi aspetti obiettivo, ma costruisce le sue rappresentazioni, e mette in atto i suoi comportamenti, in un mondo psicologico sostanzialmente soggettivo. Le concrete strategie cognitivo-comportamentali del soggetto si basano cioè sulla sua interpretazione del mondo più che su di una presunta realtà delle cose.Secondo tale prospettiva: un qualsiasi comportamento, ad esempio il costituirsi dei valori politici piuttosto che il comportamento elettorale che ne cosegue, non deriverebbe tanto dalla obiettiva realtà dei dati sociali (indici economici, vantaggi personali, considerazioni da homo economicus in genere) quanto piuttosto dalla rappresentazione che il soggetto se ne fa (ipotesi sul futuro, valenze emotive). Analogamente: la scelta dei capi di abbigliamento da indossare non deriverebbe tanto dalla loro natura materiale (ad esempio dalla loro capacità di conservare e riscaldare il corpo) quanto piuttosto dalla loro immagine e rappresentazione (il fatto di esserestatus symbol in un determinato contesto sociale, ovvero di costruire una apparenza del proprio corpo particolarmente adeguata agli ideali del soggetto) nonchè da predisposizioni basali dell’uomo (desiderio di protezione, pudore, ecc).I grandi autori classici dell’analisi fenomenologica si collocano ai confini della ricerca psicologica, ma vengono spesso annoverati tra i riferimenti fondativi della disciplina. Tra di essi, a puro titolo di evocazione, possiamo indicare, dopo Kant e Schopenauer: Husserl, Merleau-Ponty, Heidegger e Schutz. A questi forse si può aggiungere, in una prospettiva allargata alla dimensione culturale, il concetto di “forma elementare” dei fenomeni di cui parla Durkheim.Nella prospettiva di questa tendenza, che rappresenta anche la base filosofica fondativa di una parte della psicologia generale contemporanea, ciò che conta, nello studio dell’uomo, è il vissuto del soggetto, il suo rapporto diretto col mondo (ciò che Metzger chiama “incontrato”), la rappresentazione immediata della realtà così come essa si presenta. Secondo questi autori, e in base a questi principi, la ricerca psicologica deve allora evitare di spezzare il senso globale dell’esperienza attraverso la sua riduzione a variabili troppo circoscritte e delimitate.L’approccio fenomenologico alla vita quotidiana tenta insistentemente di analizzare il fluire dell’esperienza in termini di soggettività, di intersoggettività, di ricerca e attribuzione del senso. Il lavoro dello psicologo consiste allora nel ricercare una estensione di questi modelli, originariamente prodotti nell’ambito della riflessione filosofica, alla realtà sociale (Natanson, 1970; Psathas, 1973; Luckman, 1978).Mackie (1985), rifacendosi esplicitamente a molti degli stessi autori che abbiamo appena citato, propone un punto di vista radicalmente fenomenologico, dove la vita quotidiana viene affrontata come costruzione della identità, dell’individualità e dell’esperienza, come autenticità, concezione del mondo, essere nel mondo, costruzione della conoscenza e della razionalità. E’ una psicologia della conoscenza, della ricerca di un significato, dove hanno cittadinanza soprattutto i concetti di rappresentazione, percezione, ambiente soggettivo e vissuto.Non è facile sintetizzare in poche parole tale approccio, che generalmente preferisce il linguaggio metafisico ed evocativo della filosofia a quello descrittivo e per certi aspetti riduttivo delle scienze naturali. In esso, comunque, la quotidianità è il mondo dato-per-scontato dal soggetto, il modo in cui esso appare immediatamente, la realtà come costruzione autonoma dell’individuo, nella prospettiva del suo personale progetto esistenziale, piuttosto che come puntuale e automatica registrazione di una struttura ontologica dei fatti.

 

Psicologia ingenua


Lo studio della vita quotidiana, da un punto di vista psicologico, è concettualmente legato anche alla prospettiva della psicologia ingenua. I comportamenti, gli interessi e le opinioni messi in atto nella pratica di tutti i giorni sono cioè una delle modalità secondo cui meglio si esprime la scienza ingenua del soggetto, in relazione ad aspetti del Sè, della interazione e della ideologia. La valutazione “spontanea” degli eventi in condizioni ecologiche, e la identificazione dei nessi causali che li legano, rappresentano una estensione al mondo degli oggetti degli studi sulla percezione interpersonale.Il termine di psicologia ingenua è stato utilizzato in particolare da Heider (1958), nell’ambito teoretico della psicologia della Gestalt. L’assunto che ne sta alla base riguarda la natura in qualche modo ovvia del nostro incontro col mondo, il fatto che, in qualsiasi momento, noi percepiamo i fatti che ci circondano come dotati di una loro realtà evidente, di un loro chiaro significato. Se riflettiamo su tali dati di realtà, nutriamo naturalmente una serie di dubbi sul loro senso profondo, e tuttavia ci comportiamo nei loro confronti come se avessimo dei punti di riferimento precisi per valutarli.Nel caso della percezione interpersonale, ad esempio, si sviluppa una analisi ingenua dell’azione in termini di caratteristiche disposizionali dei soggetti, di identificazione dei fattori significativi offerti dal contesto, di definizione della capacità specifica degli individui, di qualità (personale o impersonale) del rapporto di causa-effetto tra gli eventi. In base a questi meccanismi ciascun individuo costruisce una valutazione immediata delle situazioni e delle loro cause, in termini di attribuzione di un ruolo preciso ai diversi attori.Nel caso dei comportamenti e dei valori, e quindi dei fatti quotidiani in genere, ciascun individuo organizza dentro di sè una vera e propria teoria generale del mondo che si basa in parte su di una riflessione razionale, nonchè sulla cultura e sull’apprendimento pregresso, e che in parte nasce dalla percepita evidenza delle cose. Noi possediamo delle specie di teorie per qualsiasi evento e per qualsiasi aspetto della vita. Può trattarsi di una vera e propria ideologia, o semplicemente di una vaga sensazione, ma abbiamo un’idea interpretativa per tutto ciò che ci circonda.Il processo vale in tutti i sensi. Così come ci pare ovvio che gli eventi possiedano una loro intrinseca evidenza, allo stesso modo riteniamo che l’osservazione degli eventi ci fornisca una consapevolezza delle loro leggi. In vitù del caratteristico errore dell’osservatore, noi pensiamo che le cose siano così come appaiono. E riteniamo spontaneamente che osservarne l’apparenza ce ne fornisca una conoscenza immediata e convincente.La psicologia della vita quotidiana studia le reazioni ingenue del soggetto a contatto immediato con la realtà, ovvero studia lo psicologo ingenuo (ciascuno di noi, nella vita quotidiana) nel momento in cui osserva la realtà che lo circonda, e con cui si trova necessariamente a interagire.E’ interessante, ad esempio, che la gran parte (83%) di un campione rappresentativo di statunitensi adulti ritenga che la semplice esperienza della vita quotidiana fornisca a chiunque un buon training in psicologia (Wood, Jones e Benjamin, 1986). Analogamente: l’osservazione di un campione di scaffali proposti sotto la voce “psicologia”, in diverse librerie commerciali non specializzate degli Stati Uniti, ha messo in evidenza come la gran parte dei testi lì catalogati trattano temi relativi al self-help e alself-improvement, specie nel senso di fornire semplici criteri per affrontare i problemi che si incontrano nella pratica di tutti i giorni (Shaffer, Moore e Johnson, 1983).La psicologia della vita quotidiana è un’estensione dello studio psicologico sull’attribuzione, in quanto ordinary explanationdel comportamento interpersonale (Antaki 1981; Gulotta 1982; Hewstone 1989), al campo della immagine di sè e delle regole generali relative alla interazione e ai valori culturali. Lo studio della soggettività quotidiana permette di identificare, nei limiti del possibile, le regole secondo cui gli individui, in un momento dato e in un contesto culturale specifico, organizzano spontaneamente la propria rappresentazione immediata del mondo, la propria Weltanschauung.La definizione degli atteggiamenti e dei comportamenti “normali”, come modello di base della quotidianità, si collega infine alla definizione di patologia in quanto modalità appunto a-normale, e quindi al concetto basale di distribuzione gaussiana, ai test mentali e alla loro teoria. Identificare i criteri medi secondo cui il soggetto struttura la propria esistenza nella vita di tutti i giorni permette infatti di identificare meglio anche i criteri attraverso cui stabilire la ricorrenza e l’eccezionalità (relative) di ciascun comportamento e di ciascun valore.Per fare un solo esempio, tra i molti possibili, possiamo rilevare che il fatto di stabilire quale percentuale della popolazione soffre di insonnia, e quali caratteristiche socio-anagrafiche possiede, può aiutare a capire meglio se la difficoltà a prendere sonno da parte di un individuo (ad esempio: un paziente in psicoterapia) rappresenta un preciso sintomo individuale o se invece può essere definito, almeno per certi aspetti, come un fenomeno tipico di gran parte dei soggetti appartenenti alla sua stessa tipologia di vita.

 

Psicologia della personalità


La vita quotidiana è il luogo di costruzione e di espressione della personalità, dove le infinite variabili specifiche della persona e quelle specifiche delle situazioni si organizzano nella unicità del singolo individuo e del singolo atto comportamentale. Sono proprio le situazioni incontrate nel corso della vita di tutti i giorni che rappresentano il banco di prova e il punto di riferimento per affrontare lo studio del rapporto fra stabilità e cambiamento nel comportamento individuale, che rappresenta uno degli obiettivi centrali della psicologia della personalità nella sua versione scientificamente più attuale (Krahé, 1992).Nella psicologia della vita quotidiana sono coinvolti molti temi classici della psicologia della personalità quali, ad esempio (rifacendosi al classico Mischel, 1973): i processi di adattamento dell’individuo alle situazioni della vita, lo studio delle differenze individuali, lo studio dello sviluppo, del successo e del fallimento esistenziale, della normalità e anormalità ovvero della devianza, della strutturazione delle emozioni nel contesto del sistema sociale e culturale, dell’attività mentale latente, della stabilità e dell’evoluzione del comportamento.Alla luce di una definizione delle ricorrenze che intervengono nella vita quotidiana è possibile sviluppare un approccio sistematico ad alcuni dei temi attualmente più dibattuti nell’ambito di questo settore della psicologia. Tra gli altri: il problema del rapporto tra persona e situazione, il problema del rapporto tra variabili individuali e variabili sociali, lo studio dello sviluppo individuale e della socializzazione.La quotidianità rappresenta il tipico banco di prova della contrapposizione fra gli psicologi situazionisti, secondo cui sono le circostanze di volta in volta presenti al momento dato che determinano il comportamento dell’individuo seguendo modalità costantemente mutevoli, e i sostenitori della esistenza di tratti di personalità, secondo cui sono piuttosto le disposizioni basali del soggetto (i tratti, appunto) a guidare con regolarità e omogeneità le sue riposte pur al variare delle situazioni.Per inciso: un forte mediatore del matrimonio in atto tra psicologia della personalità e psicologia sociale sembra essere il riferimento alla psicologia ambientale, ovvero alla percezione dell’ambiente, in virtù della già citata costante vocazione ecologica, che ne è anzi la ragione fondativa, di questo settore disciplinare (Baron e Boudreau, 1987; Perussia, 1994). Il fatto appare tanto rilevante da coincidere addirittura con la biografia scientifica di parecchi autori rilevanti della psicologia contemporanea della personalità, nati scientificamente come psicologi ambientali e successivamente passati appunto, in termini più espliciti, al campo personologico (tra gli altri, in particolare: Craik, 1990; Walsh, Craik e Price, 1992; Little, 1987, 1989).E’ proprio partendo dalle situazioni apparentemente incongrue della vita quotidiana che Freud, come già abbiamo ricordato, sviluppa una delle sue argomentazioni più efficaci sulla possibilità di dimostrare l’esistenza di una determinazione non consapevole, ma a suo modo razionale e per certi aspetti comprensibile, del comportamento. Sono le transazioni ricorrenti nella vita quotidiana (i giochi) che stanno alla base della evoluzione della psicoanalisi proposta dall’analisi transazionale di Berne.Lo studio della vita quotidiana, in questa prospettiva, si propone come indagine sulla personalità “concreta”. I fatti di tutti i giorni, i comportamenti e le opinioni relativi ai temi di attualità, possono essere affrontati come una delle modalità attraverso cui l’unicità idiografica del soggetto si estrinseca in atti e pensieri, ed essere visti nel contempo come una delle modalità attraverso cui si esprime la definizione nomotetica delle regole, benchè secondo modalità precarie e mutevoli, che presiedono alla regolarità diffusa dei comportamenti.La vita quotidiana è il contesto in cui si esprime la personalità del soggetto, permettendoci di indagarla in termini di daily experience attraverso i resoconti, i diari personali, gli eventi, le motivazioni, le emozioni, le strategie cognitive, i temi, gli obiettivi e i sintomi della vita di tutti i giorni. A tale approccio si collega il problema della misurazione ed elaborazione statistica di tali costrutti. L’insieme degli eventi quotidiani diventa così una specie di lungo elenco di item per un test di valutazione della personalità in azione. Di tale strategia di ricerca è un’ottima testimonianza, ad esempio, un recente numero monografico delJournal of Personality (Tennen, Suls, Affleck 1991).

 

Paradigma eto-biologico


Lo studio delle interazioni quotidiane può trarre molte indicazioni dagli sviluppi della ricerca etologica, e in genere dalla biologia del comportamento. Questa, nata come indagine sulle popolazioni animali, ha fornito vari spunti di analisi anche per il comportamento dei primati umani. Dal punto di vista della psicologia generale, i contributi principali dell’etologia si configurano attualmente come indicazioni utili ma solo parzialmente estensibili al caso dell’uomo, specie in termini di psicologia comparata, anche se esistono dei lavori specificamente di etologia umana.La validità ecologica presenta molte continuità con la validità etologica, nel senso della osservazione senza interferenze in contesti naturali, ovvero della ricerca qualitativa supportata da criteri di rilevazione sistematica. Le metodologie di esame del comportamento animale spontaneo, e i paradigmi interpretativi che ne derivano, rappresentano un modello particolarmente utile se si riesce a estenderlo al caso dell’uomo. Ciò vale specialmente per la psicologia dello sviluppo.I concetti di adattamento, di selezione per la sopravvivenza, di vantaggio riproduttivo, possono risultare molto utili per capire alcune ragioni non evidenti che determinano l’affermarsi di certi comportamenti e di certi valori piuttosto che di altri. In tale prospettiva, la strutturazione attuale della vita quotidiana può essere interpretata anche come effetto della selezione e della lotta per la sopravvivenza, nel senso ormai classico proposto da Darwin o in quello più recente di Hinde. Il modello della selezione dei comportamenti e dei valori come strumenti per realizzare un migliore adattamento degli individui in termini di maggiore capacità di sopravvivenza della specie sta del resto alla base anche di una parte del modello funzionalista, assai diffuso nella ricerca sul comportamento quotidiano.Il paradigma biologico è particolarmente utile ad analizzare, nel soggetto, anche le determinanti genetiche e l’ereditarietà, in modo da poter separare queste componenti, di natura predisposizionale, dalle componenti legate invece alle situazioni. Tale opportunità, che si lega allo studio della genetica del comportamento (molto attuale in psicologia della personalità), fornisce contributi rilevanti ai tentativi di risoluzione della classica antinomia psicologica che contrappone ciò che è innato a ciò che è appreso. La vita quotidiana offre numerosi spunti in questa direzione.Lo studio delle opinioni sulla scelta del partner, sugli stili amorosi, sul matrimonio, sulla quantità ideale dei figli o sull’aborto, ad esempio, possono fornire indicazioni utili per capire la rappresentazione soggettiva delle strategie riproduttive messe in atto nel mondo contemporaneo. Qualcosa di simile può avvenire anche con lo studio del comune senso del pudore, mentre il giudizio sulla liceità o meno di comportamenti violenti o criminali in genere, in determinate circostanze, può aiutare a capire i modi di strutturazione, e di contrattazione, dell’aggressività nella nostra cultura.Esiste poi una letteratura di impostazione esplicitamente psico-biologica che si propone di affrontare appunto i temi della quotidianità. Ad esempio: nel lavoro di Tupper e Cicerone (1991) esplicitamente dedicato alla neuropsicologia della vita quotidiana, l’introduzione si apre facendo riferimento alla “comprensione dei problemi neuropsicologici nella vita di tutti i giorni” ovvero all’idea di “una scienza più ecologica” che si proponga di affrontare i “bisogni pratici” e “le situazioni del mondo reale”. In questo sforzo interessante, e in parte fondativo, la dimensione fisiologica, e le sue determinanti, vengono affrontate come strumenti significativi di comprensione anche di comportamenti che appaiono molto più soggettivamente che non biologicamente determinati.Sempre in tema di approccio alla quotidianità attraverso modelli biologici, possiamo ricordare ad esempio il saggio di Chelunc (1985), anch’esso di ispirazione neuropsicologica, dove si parla di valutazione delle competenze pre- e post- trattamento, di ruolo del paziente, di effetti della riabilitazione cognitiva e delle sue risorse. Mendlewicz e Van Praag (1983), dal canto loro, trattano gli aspetti del ritmo biologico connessi al comportamento e alla psicopatologia. Nelson, Bandura e Goldman (1990) analizzano le fluttuazioni stagionali dei comportamenti di base come modelli di organizzazione della vita sia nell’animale sia nell’uomo, in particolare per quello che concerne i seasonal affective disorders(SAD), forse legati alle psicopatologie bipolari. Thorneycroft (1987) mette in luce, con numerosi e interessanti esempi, il fattore di stagionalità che struttura, spesso senza che ne siamo consapevoli, molti aspetti della vita quotidiana, come il ritmo dei decessi di soggetti umani piuttosto che l’acquisto di immobili. Buss (1994) utilizza il modello darwiniano per studiare le strategie di scelta del partner, sia nel contesto delle close relationships in genere sia con riferimento agli obiettivi riproduttivi.L’efficacia del modello eto-biologico, dal punto di vista trattato in queste pagine, nasce principalmente dalla opportunità di studiare il comportamento quotidiano sulla base di modelli interpretativi che vanno al di là sia dell’autocoscienza del soggetto sia delle sue determinanti psicologiche inconsapevoli. Attraverso l’inquadramento dei gesti quotidiani in uno scenario di riferimento più ampio, e cioè facendo riferimento allo sviluppo filogenetico, è possibile capire meglio le scelte comportamentali attraverso il riferimento a variabili di orgine extra-psicologica ma che trovano nella strutturazione della soggettività uno strumento di organizzazione particolarmente efficace.

 

Interazionismo simbolico


L’analisi delle interazioni rappresenta uno dei contributi più sistematici della psicologia allo studio della vita quotidiana (Blumer, 1969). Esso discende in primo luogo, come già abbiamo accennato, dalla tradizione pragmatista di Peirce, James e Dewey, ovvero da George Herbert Mead (1934) e quindi si collega al lavoro di Blumer (1969) e al fondamentale lavoro di Goffman.L’influenza di Mead sulla cultura americana va ben al di là del problema della vita quotidiana, arrivando a definire in modo significativo tutto il quadro delle scienze umane e sociali di questo secolo. Il suo lavoro, peraltro raramente pubblicato da lui stesso in forma sistematica ma che anzi ci è giunto principalmente attraverso pubblicazioni postume, ha messo l’accento su alcuni concetti, oggi ormai largamente condivisi, benchè non sempre in termini consapevoli, da molti ricercatori. Tra questi, merita ricordare in accenno: la realtà centrale del mondo sociale, pure attraverso gli atti e la soggettività del singolo; la funzione primaria del linguaggio nello strutturare simbolicamente e pragmaticamente la realtà; la natura interpersonale del Sè, che si esprime principalmente in termini di ruoli; la funzione centrale del tempo.Il maggiore rappresentante contemporaneo dell’interazionismo simbolico è probabilmente Erving Goffman che, sin dal suo primo testo (1959) e poi nei molti lavori successivi (ad esempio: 1963, 1971), si preoccupa appunto di studiare la vita quotidiana come rappresentazione. E’ difficile sintetizzare in poche parole l’affascinante e vivace lavoro di questo autore. Il suo modello interpretativo principale può tuttavia essere ricondotto al tema di base secondo cui il comportamento del soggetto viene interpretato come un costante sforzo per adeguare i propri progetti individuali a un copione drammaturgico implicito, che il contesto sociale propone come particolarmente efficace per la sopravvivenza ovvero per il successo delle strategie individuali.La vita quotidiana può venire indagata allora come una performance teatrale, attuata sulla scena di tutti i giorni, dove ogni personaggio non può fare a meno di interpretare una parte, recitata a soggetto ma all’interno di un canovaccio culturale, che è complementare a quella degli altri attori (di tutti gli altri indidividui con cui il singolo interagisce, in concreto e simbolicamente). La definizione del sè si sviluppa attraverso le successive interpretazioni di ruoli, in collegamento con quanto ciascuno riesce a esprimere di proprio ovvero a quello che gli altri interpretano della sua azione, ovvero ancora a quello che l’attore percepisce delle parti interpretate dai soggetti con cui si trova a interagire. La realtà è data per scontata, ma solo nel senso in cui viene dato per scontato il canovaccio attorno a cui si dipanano le vite di ciascuno.Il dibattito successivo su Goffman (Ditton, 1980) ha sottolineato, come punti chiave della sua proposta teorica, in particolare: la maschera, il concetto di Sè, la costruzione sociale della realtà, le interazioni, le strategie, i copioni, la recitazione. E’ un contesto in cui le apparenze, intese come rappresentazioni e percezioni, si confondono decisamente con le realtà (soggettive). La vita ha un significato, e proprio quel significato, solo in quanto noi, e il nostro contesto di interazioni, glie lo attribuiamo di momento in momento.Il modello dell’interazionismo simbolico si è sviluppato, particolarmente nel periodo post-bellico, nella teoria dei ruoli, nello studio delle interazioni comunicative e nella teoria dei sistemi, oltre che nell’analisi delle transazioni e nello studio delle interazioni quotidiane come giochi ripetitivi. Ha ricavato molto dalla scuola interazionista anche il paradigma della costruzione sociale della realtà di Berger e Luckman (1966), nonchè il concetto di sociologia come studio della dimensione sociale della vita quotidiana.Per non fare che qualche esempio, possiamo notare che le modalità secondo cui viene rappresentata la giustizia piuttosto che i rapporti di lavoro possono fornire una utile descrizione dei principi generali in cui si strutturano appunto i ruoli nell’ambito di interazioni significative. Analogamente: capire che cosa ci si aspetta da un marito, o quali sono le caratteristiche dell’amico ideale, può aiutare a definire le rappresentazioni di ruolo diffuse nella nostra cultura.La prospettiva drammaturgica si è sviluppata anche in una prospettiva psicoterapeutica e di esperienza per la crescita personale. Il modello drammaturgico ha trovato infatti una propria strutturazione operativa nel movimento dello psicodramma (Moreno,1946, 1947; Moreno e Moreno Toeman, 1946), basato sulla dimostrata possibilità di ristrutturare più efficacemente i propri ruoli, abitualmente agiti secondo moduli stereotipali nella vita quotidiana, attraverso una loro messa in scena opportunamente organizzata da uno psicologo che dirige il soggetto (divenuto protagonista della propria vita, seppure in un contesto di semirealtà) verso soluzioni più consapevoli, nuove e creative (De Leonardis, 1994; Boria, 1997).

 

Teoria critica


Tra gli studiosi che maggiormente hanno affrontato l’esame della vita quotidiana si annoverano, paradossalmente, quelli che ne hanno fondato in modo più netto il rifiuto teorico. La scuola cosiddetta della “teoria critica”, come rifiuto dello status quo istituzionale, è stata infatti, almeno in Europa, la principale ispiratrice dell’analisi teorica della quotidianità.La teoria critica è una filosofia materialista-dialettica a vario titolo marxiano ma mediata da una profonda complessità intellettuale di sapore anche fenomenologico-esistenzialista. E’ un atteggiamento di pensiero per definizione orientato al cambiamento, ma in termini teorici più che politici, e comunque non decisamente “di sinistra” nè “di destra”, che si collega in particolare alla tradizione della scuola di Francoforte (da Adorno e Horkehimer a Benjamin). Tale corrente teorica si è molto occupata della vita quotidiana, che ne rappresenta anzi uno degli oggetti di analisi più qualificanti, considerandola principalmente come il prodotto di rapporti di forza economici (capitalistici) che adempiono alla funzione di impedire, attraverso lo sfruttamento del più debole da parte del più forte, lo sviluppo dell’esistenza individuale a favore dell’alienazione produttivistica (Lefebvre, 1968).La teoria critica della cultura interpreta le rappresentazioni sociali come espressioni del prevalere dell’interesse egoistico e dell’ideologia, ponendo in primo piano il benessere materiale, come feticcio dell’affermarsi della società industriale, sopra a qualsiasi altro sviluppo delle qualità (soprattutto intellettuali) della vita. In tale contesto “la vita quotidiana è il mondo dato per scontato” e l’idea di vita quotidiana “corrisponde al vissuto del tempo come entità omogenea (…) il tempo della ripetizione, della vita materiale come banalità triviale, come insieme assurdo e volgare di routines” (Jedlowski 1986, p.7).Secondo gli autori legati alla teoria critica, la vita quotidiana viene fatta coincidere con il “senso comune”, con il consumo, la sussitenza, lo sfruttamento, la tecnologia, la razionalità e il privato, ovvero in genere con gli aspetti considerati più banali dell’esistenza e con gli atteggiamenti conservatori. Tali istanze alienanti e mistificatorie, espresse appunto nella presunta mediocrità del quotidiano, vengono contrapposte, soprattutto negli anni ’60 e ’70, alla creatività, alla fantasia e in genere alle potenzialità di realizzazione e di progresso attribuito al sociale e alle sue opportunità di sviluppare un cambiamento verso il mondo nuovo dell’integrazione collettiva. L’intervento critico consiste allora nel mettere in discussione questo assunto, basato sulla ovvietà di un mondo quotidiano considerato come falsa coscienza, per lo più con l’obiettivo di modificarlo (Brown, 1973).Il quotidiano viene avvicinato come un “dramma uniforme” (Conti e Romano, 1979) e l’analisi degli stili di vita si traduce inesorabilmente in una critica dello status quo (Habermas 1979). La vita di tutti i giorni diventa il falso riferimento della rete di miti e di ideologie che costituiscono la funzione della società come sistema di condizionamento del pensiero sociale, come repressione, burocratizzazione, discriminazione, manipolazione. La vita quotidiana (Maffesoli, 1979) diventa non-senso del sociale, accettazione del destino, messa in scena, maggioranza silenziosa, prosaicità, insignificanza, ripetitività, produttivismo, gioco del concreto, apparenza. Il fantastico quotidiano è la finzione della realtà. Il tragico è sentimento di un ciclo, simulacro, teatralizzazione.La dimensione soggettiva della quotidianità viene letta per contrasto rispetto ad altri paradigmi, considerati per definizione preferibili. Essa rappresenta il consolidamento istituzionale contrapposto allo stato nascente della creatività innovativa (Alberoni, 1968). Alla luce del presupposto sessantottesco secondo cui “il personale è politico”, l’uniformità conformista delday-by-day viene posta in antitesi con il potenziale rivoluzionario attribuito all’uomo nuovo della promessa marxista. Questa lettura si richiama frequentemente al modello pessimista della personologia psicoanalitica e in particolare al concetto di disagio della civiltà espresso dall’ultimo Freud (1929) come rinuncia alla genuinità delle pulsioni primitive per favorire le necessarie limitazioni reciproche della vita in collettività. Concetto efficacemente ripreso, nella versione che meglio può interessarci qui, nel lavoro di Marcuse (1964, 1966).La quotidianità viene dunque percepita da molti intellettuali essenzialmente come il luogo dell’alienazione, in cui si esprime la natura repressiva della civiltà (Caccamo De Luca 1979). Ciò dipende anche dal fatto che il quotidiano rappresenta il luogo della concretezza, e quindi necessariamente del limite, rispetto alla fantasia e alla creatività. Quotidianità è Principio di Realtà, per dirla ancora con Freud, contrapposta alla grandiosità della fantasia e del Principio di Piacere. Quotidianità è il luogo della banalità prosaica e materiale, contrapposto all’eleganza del pensiero astratto e intellettuale. La quotidianità è una gabbia da cui tentare in tutti i modi di fuggire (Cohen e Taylor, 1978). Il soggetto alienato è rappresentato essenzialmente dalle masse eterodirette che vengono descritte come folla solitaria (Riesman, 1950), come uomini dell’organizzazione (Packard, 1956), come donne espropriate della propria diversità (Smith,1987), e in genere come proletariato e piccola borghesia rispetto a cui l’intellettuale si propone come mente pensante e appunto critica.Il rilievo della quotidianità diventa la testimonianza della perdita di peso delle grandi teorizzazioni onnicomprensive dell’ottocento, che lasciano spazio a microteorie di piccolo cabotaggio. Nella semplicità elementare di quello che avviene ogni giorno si perde la complessità delle letture profonde del reale. E nel contempo acquista di peso il concetto di “mondo privatizzato” (Brittan, 1977), l’idea della individualità e del singolo come attore della storia (Derber, 1979).In generale, comunque, lo studio della quotidianità viene fatto coincidere, in tale prospettiva, con un intervento di natura oppositiva. Non interessa tanto studiare la vita di tutti i giorni, quanto piuttosto cambiarla. Il quotidiano, in quanto staticità, viene cioè negato a favore del cambiamento, in quanto eccezionalità. Invece che studiare la gente, si preferisce adoperarsi, di solito a tavolino, per favorire l’avvento del proletariato, o meglio l’avvento di una concezione intellettualizzata di quest’ultimo. L’approccio della teoria critica alla vita quotidiana è fondamentalmente di natura morale, e spesso moralistica.In non pochi dei testi appena citati, il riferimento alla vita quotidiana è piuttosto vago e generico, nel senso che la quotidianità viene fatta coincidere con l’essere-al-mondo in senso lato. Inoltre: la metodologia applicata dalla teoria critica consiste solo raramente di rilevazioni empiriche. La ricerca viene concepita essenzialmente come esame razionale di presupposti teorici e il dato quantitativo viene avvicinato con diffidenza, in quanto espressione di quella stessa macchina mistificatoria e oggettivante che si vuole invece contrastare.La ricerca sul quotidiano viene insomma fatta coincidere con la sua giustificazione. E il rifiuto del quotidiano significa rifiuto della società classista, alienante, reificata (Deleuze e Guattari 1972). Rifiutare lo studio “fotografico” della quotidianità significa, per gli epigoni della teoria critica, rifiutare la parcellizzazione dell’uomo, la sua riduzione a gesti elementari, meccanici, parziali.Le rilevazioni empiriche sui comportamenti, sugli interessi e sulle opinioni del pubblico non vengono dunque interpretate come un potenziale di democrazia, come fanno quasi tutti gli esponenti del movimento per l’opinione pubblica, da Gallup a Luzzatto-Fegiz, bensì piuttosto come giustificazione implicita del potere e quindi come complicità con questo. La teoria critica, pur ponendo la vita quotidiana al centro della propria attenzione, si rifiuta di analizzarla con gli strumenti di un approccio empirico, oggettivante e scientifico, poichè questo viene giudicato come fondamentalmente autogiustificatorio.Da un punto di vista più prosaicamente (forse) oggettivista, possiamo notare, quanto meno, che anche il concetto di falsa coscienza può essere capito meglio (e in termini relativamente più “democratici” in quanto più attenti al parere altrui, oltre che al proprio) se lo si definisce in termini quantitativi. Rilevare se la tendenza delle persone è quella di sentirsi soddisfatti oppure no della propria vita, o definire quali sono le cause percepite del proprio livello di soddisfazione (o insoddisfazione), aiuta a capire meglio in che cosa consiste il sentimento dell’alienazione, quanto meno per il vissuto quotidiano del pubblico (anche se forse non per il mondo degli intellettuali spiritualisti che se ne fanno portavoce). Una simile considerazione potrà apparire ingenua a qualcuno, ma se non altro è un tentativo di ragionare sulla base dei fatti (ovvero sulla loro rappresentazione soggettiva empiricamente determinata) più che sulle loro immagini soggettive sviluppate dai singoli studiosi.

 

Filosofia della scienza


La teoria critica si è in parte rivitalizzata, nell’ultimo ventennio, attraverso il moderno sviluppo della filosofia della scienza e la crescita del cosiddetto pensiero debole. Secondo molta della epistemologia contemporanea, il pensiero quotidiano è la situazione in cui meglio si può documentare la tesi generale dello scienziato come soggetto inesorabilmente condizionato dalle proprie teorie più che dalla pretesa evidenza dei fatti, ovvero dell’uomo come scienziato necessariamente ingenuo. Il pensiero senza fondamenti (Gargani, 1978), che si esprime nella quotidianità ma che può essere ritrovato costantemente anche nell’operare dello scienziato più sofisticato, è la prova del carattere relativo delle rappresentazioni scientifiche.L’ingenuità spontanea dell’uomo-in-situazione (Tullio-Altan, 1971, 1974) può essere considerata il modello originario della curiosità scientifica. Studiare le modalità secondo cui questa si esprime in termini immediati offre l’opportunità di definire un’ermeneutica più realistica di quella che alcuni sistemi scientifici autopropongono (forse con ecessivo trionfalismo) per se stessi. In tale prospettiva la filosofia della scienza tende a presentarsi come psicologia della scienza (Laudan, 1977) nel senso che l’azione dello scienziato viene percepita come un caso particolare del processo di problem solvingtipicamente studiato dalla ricerca psicologica classica, specie gestaltista e cognitivista. Essa può trovare inoltre utili spunti di riflessione nel concetto di uomo come “scienziato ingenuo” (Kelly, 1955), in quanto soggetto costantemente preoccupato di controllare il corso degli eventi in cui si trova coinvolto sviluppando previsioni attendibili sui loro meccanismi.I valori, le opinioni, e anche i singoli comportamenti di tutti i giorni, rappresentano allora la forma elementare (il grado zero)della conoscenza umana quale si esprime in assenza (o meglio: in limitata presenza) delle regolamentazioni della realtà implicitamente sottese ai modelli scientifici codificati. Lo studio del pensiero ingenuo, e delle sue teorizzazioni poco strutturate, permette di evidenziare l’approccio naturale alla complessità.Ad esempio: la rappresentazione diffusa della salute, e dei motivi che la determinano ovvero la insidiano, è una buona esemplificazione della biologia, o della medicina, ingenua tipica del nostro tempo. Lo stesso vale per i modi quotidiani del risparmio o per la valutazione degli aiuti internazionali, che testimoniano della teoria economica diffusa presso il pubblico dei non specialisti.La filosofia della scienza tende oggi ad avvicinare le strategie epistemologiche dello scienziato a quelle dell’uomo comune, e a utilizzare l’analisi delle une per comprendere anche le altre. La ricerca sulla psicologia della vita quotidiana può dunque risultare utile a completare i dati su cui operare, poichè affianca alle strategie di ricerca degli scienziati (relativamente note in quanto solitamente pubblicate e descritte nel dettaglio) una descrizione sistematica delle interpretazioni espresse dall’uomo comune. Queste ultime sono state spesso evocate sulla base di ipotesi a tavolino, e possono invece, attraverso l’indagine empirica, venire definite in termini (relativamente) più obiettivi.

 

Psicologia sociale


Lo studio della psicologia della vita quotidiana coincide in parte con la ricerca in psicologia sociale, a sua volta molto legata alla psicologia della personalità, specie per quanto riguarda temi quali la costruzione del Sè, le rappresentazioni sociali, le interazioni quotidiane. Questo settore della psicologia fornisce anche un importante contributo metodologico, in termini di strumenti e di tecniche, sia per la rilevazione sia per l’analisi dei dati.E’ nella psicologia sociale che hanno trovato una sistemazione particolarmente brillante le ricerche sulla pubblica opinione, gli studi quantitativi sulle relazioni interpersonali, l’analisi dello sviluppo della personalità nel contesto culturale. La psicologia sociale si è occupata tuttavia più spesso dei processi che non dei contenuti. Ha cercato di indagare, ad esempio, le dinamiche della leadership, ma solo di rado si è proposta di fotografare quantitativamente l’effettiva diffusione degli stili di influenza nei gruppi naturali. Ha indagato le relazioni duali, ed i loro meccanismi, ma attribuendo un rilievo limitato allo studio dei tipi effettivamente diffusi di relazioni amicali e di scelte interpersonali.Proprio l’analisi della vita quotidiana offre allora una opportunità di rendere questi studi, talvolta giudicati un po’ astratti, più concreti di quanto non avvenga in laboratorio (Conti e Romano, 1976). Ad esempio: identificare sistematicamente gli usi del tempo libero, piuttosto che la fruizione dei mezzi di comunicazione di massa, potrà aiutare a verificare meglio le teorie e gli studi sperimentali sul comportamento in situazioni strutturate liberamente. Produrre un censimento dei comportamenti devianti, e delle loro immagini sociali, aiuterà a inquadrare meglio le teorie sul rapporto fra normalità e devianza nonchè quelle sulla strutturazione dei gruppi sociali allargati.In questa direzione si sono mossi molti studiosi, producendo anche dei testi a carattere manualistico di notevole interesse (ad esempio: Franklin e Kohout, 1973; Antaki, 1981; Furham e Lewis, 1986; Argyle, 1992; Gulotta, 1995). Fra le aree più rappresentative della ricerca psicosociale contemporanea in tema di vita quotidiana paiono altresì specialmente interessanti le indagini che affrontano il tema della comunicazione in genere e particolarmente quelli legati all’analisi della conversazione.

 

Antropologia, storia, sociologia


La psicologia della vita quotidiana ricava la sua legittimità scientifica, oltre che molti spunti e modelli interpretativi, dalla generalità delle scienze umane. Anche molti degli studi già citati possono essere collocati solo con una certa forzatura nell’ambito di questa o quella disciplina, appartenendo tutti a uno sforzo di comprensione dell’uomo in azione che non può essere circoscritto a un modello concettuale rigidamente definito. Il riferimento alla quotidianità e alla pratica è una scelta diffusa ben al di là della ricerca psicologica. Ne possiamo rilevare ancora altri prototipi in ordine sparso.Ad esempio, la lettura etnometodologica (Garfinkel 1967; Mehan e Wood, 1975; Cicourel, 1973; Psathas, 1973; Schutz e Luckmann, 1973; Turner, 1974; Giglioli e Dal Lago, 1983; Suchman, 1987) si sforza di coniugare il funzionalismo con la fenomenologia attraverso il concetto di people’s methods, ovvero delle modalità spontanee attraverso cui la razionalità applicata costruisce continuamente un mondo e una società funzionali alle proprie necessità secondo schemi più sofisticati di quanto possa apparire a prima vista. Tale razionalità “pratica” non coincide con quella scientifica, ma in qualche modo vi somiglia, anche se nei termini di un efficace dilettantismo. Attraverso l’etnometodologia, originariamente sviluppata a partire dallo studio delle società cosiddette primitive, è possibile talvolta rilevare le strutture relativamente universali di queste regole generali di organizzazione del mondo, le quali sottostanno all’azione umana in modo parzialmente indipendente dal tipo di contesto sociale e culturale in cui si manifestano.Un altro concetto che sta a cavallo di diverse scienze umane è quello di “personalità di base” (Kardiner, 1939; Kardiner, Linton, Du Bois e West, 1945; Linton, 1945), intesa come punto di incontro tra la dimensione individuale intrapsichica e quella socio-culturale interpsichica, dove la natura individuale della personalità si trova ad agire nei limiti tracciati dal contesto culturale (dalla lingua, dagli usi, dalle ideologie) analogamente a come l’organizzarsi della cultura e della società dipendono dai limiti specifici dell’individuo (dalla sua predisposizione a essere condizionato, dai suoi archetipi, dalle sue strutture biologiche e motivazionali). L’uniformità del quotidiano, nella prospettiva antropologica della personalità di base, perde la sua natura di drammatica alienazione per diventare semplicemente la cornice di normalità di un agire medio che non è necessariamente mediocre. La personalità di base diventa il mediatore tra la dimensione individuale, centrifuga, e quella collettiva, centripeta, e rappresenta il prodotto sia dell’adattamento alla vita in collettività sia dello sviluppo di opportunità d’azione attraverso il confronto con gli altri. Rappresenta ciò che vi è di generale ovvero di condiviso tra i soggetti, in quanto minimo comune denominatore della loro unicità e individualità ma anche del loro essere sociali e interagenti.Sempre in questa direzione si muove la recente, e ormai consolidata, tradizione di ricerca storica che parte dai fin troppo citati Annales, attraverso l’accento che gli autori di tale corrente pongono sulla vita materiale e sulla dimensione sociale nella ricostruzione degli eventi. Oggetto rilevante di questo approccio minimalista alla storia sono, ad esempio secondo la ricca miscellanea di Gardner e Adams (1983), le cose comuni, la vita quotidiana, passata o presente, i fatti più prosaici e il privato. Tale storia sociale, detta anche microstoria, è certamente legata all’influenza delle scienze umane e sociali, e si è particolarmente affermata nel clima politico che, dagli anni ’60 in poi, ha portato in primo piano il rilievo delle masse rispetto a quello delle élite. Nel suo riferirsi alla costruzione soggettiva del proprio ambiente, lasocial history viene allora identificata con un modello di analisi che in buona parte è psicologico o quanto meno psicosociale.La vita quotidiana permette anche, tra l’altro, una verifica in concreto della presenza di strutture universali della cultura secondo il modello, ad esempio, di Levy Strauss o dei formalisti russi. Tale modello si collega alle modalità naturali di espressione del linguaggio, e quindi all’analisi linguistica e allo studio delle strutture comunicative.

 

Psicologia della motivazione e dell’apprendimento


Alla base della psicologia della vita quotidiana si trova un assunto fondamentale che deriva dallo studio della motivazione. Secondo tale prospettiva, esiste una separazione decisiva tra la pulsione-spinta, come fattore che fornisce l’energia di base all’azione del soggetto, e le modalità di soddisfacimento materiale di tale bisogno, che si riferiscono a un oggetto concreto (tra i molti possibili) attraverso cui la pulsione viene soddisfatta. E’ il modello psicoanalitico dell’oggetto come gratificatore sempre parziale, ovvero del costruirsi dell’Io come sistema di adattamento ai “fatti”, attraverso la funzione plasmante del Principio di Realtà che trasforma il narcisismo primario in possibilità di sopravvivenza. E’ il modello generale della motivazione, come moneta emozionale relativamente sempre uguale e indeterminata che può essere spesa in comportamenti gratificatori di volta in volta diversi.Allo studio della motivazione, la psicologia della vita quotidiana fornisce il riscontro delle modalità generali secondo cui, al momento dato e nella società data, l’insieme indistinto dei moventi basali degli individui trova una sua effettiva realizzazione in una serie specifica di oggetti e di valori cui ancorarsi. Definire ad esempio i punti di riferimento giudicati come fondamentali per la propria soddisfazione di vita, piuttosto che gli oggetti materiali verso cui si nutre una maggiore propensione all’acquisto, fornisce un punto di partenza molto utile alla comprensione dei meccanismi motivazionali e delle loro interazioni.La teoria della motivazione viene completata dal modello dell’apprendimento. Questo, come è noto, viene generalmente riassunto nella sequenza: attivazione, segnale, comportamento, rinforzo. E lo studio della quotidianità può fornire il quadro reale (ecologico), nel caso del soggetto umano, secondo cui generalmente si presentano tutti e quattro questi aspetti nella vita al di fuori del laboratorio. Può aiutare a cogliere i modelli di attivazione (ad esempio: quanto spesso e in che circostanze si sentono impulsi di fame), i segnali (come vengono classificati i cibi secondo le categorie spontanee diffuse nel pubblico), i comportamenti (che cosa si mangia effettivamente e quando), i rinforzi (quali cibi vengono considerati gratificanti, e in base a quali strategie di gratificazione).

 

Opinione pubblica e Consumi


A questo punto potremmo rilevare che esiste già una forma sistematica di analisi psicologica della vita quotidiana, utile nella prospettiva delineata in queste pagine, anche se si presenta sotto un nome differente e relativamente ostico per il ricercatore psicologico di base. Parlo della ricerca sulla psicologia delle scelte economiche, dei comportamenti di consumo e dell’opinione pubblica in genere.Su questi temi esiste una ricca letteratura pubblicata (per non ricordare che qualche esempio recente: Pitts e Woodside, 1984; Juster e Stafford, 1985; Brinberg e Leutz,1986; Umicker-Scbeok, 1987; Foxall,1990; Mullen e Johnson, 1990; Robertson e Kassarjian,1991). Ma molto maggiore è il contributo non pubblicato.La ricerca sui comportamenti “di mercato” rappresenta il polo applicativo estremo dell’indagine sulla vita quotidiana. Essa viene condotta generalmente in un contesto relativamente povero di riferimenti teorici espliciti, anche se ovviamente ricco di una dimensione teorica implicita che viene data per scontata in quanto largamente condivisa dalla comunità degli operatori. Si tratta peraltro di un enorme corpus di dati che sono cresciuti in un certo senso da soli, senza grandi discussioni teoriche e senza farsi notare.La ricerca detta di mercato è il contesto di studio della soggettività entro il quale viene raccolto l’insieme di dati empirici in assoluto più ricco di tutta l’indagine psicosociale. Sulla base di una lunga frequentazione diretta del settore, mi sentirei infatti di affermare con sicurezza che non esiste quasi comportamento, atteggiamento o opinione, per quanto marginale, strano o curioso esso sia, che non venga sottoposto con una certa regolarità al monitoraggio della ricerca (privata). Ogni giorno, in Italia e nel mondo, vengono condotte centinaia di rilevazioni sugli aspetti più diversi della vita quotidiana, sulla base di campioni altamente rappresentativi e di metodologie non meno rigorose (anzi, spesso, più rigorose) di quelle utilizzate in università.Sull’indagine di mercato esistono peraltro molti stereotipi negativi, oltre che molta ignoranza (dovuta a mancanza di esperienza diretta). Gli attori di tale lavoro di ricerca sono spesso professionisti di alto livello. A questa attività si dedicano, o si sono dedicati, privatamente quasi tutti i più bei nomi della ricerca scientifica universitaria nel campo della psicologia e della sociologia, anche molti di quelli più “puri” e “insospettabili”. La solidità scientifica del sistema è dunque molto elevata.Chi ha conoscenza di questo settore sa che gli oggetti della ricerca sull’opinione pubblica sono molto più ampi e “astratti” di quanto si creda. Questo tipo di indagine è una delle aree maggiormente combattute dai fondatori della teoria critica. Tale opposizione discende dalla convinzione secondo cui la psicologia dei consumi si occupa della reificazione dell’esistenza, in quanto trasformazione degli elementi ideali in oggetti (Baudrillard, 1968, 1970). Solo che, nella realtà quotidiana, l’oggetto della ricerca di opinione e di marketing è molto più spesso un tema di base (ad esempio: l’impatto dei media, la condizione giovanile) che non un aspetto strettamente concreto-applicativo (ad esempio: il consumo del tale detersivo). Il suo oggetto d’elezione non è infatti il singolo comportamento elementare di consumo, di per sè interessante ma relativamente poco utile sul piano strategico, quanto piuttosto la costruzione, da parte del pubblico, della immagine di sè, e del rapporto con gli altri, attraverso la scelta degli oggetti d’uso, di quelli simbolici, e degli stili di vita.E’ inoltre curioso notare che anche molti esponenti di rilievo della teoria critica (valgano per tutti Adorno e Horkeimer) hanno vissuto buona parte della loro vita professionale conducendo ricerche di mercato (lavorando, ad esempio, al Radio Project a New York). Anche Lewin, uno dei fondatori riconosciuti della psicologia sociale, si è occupato costantemente di ricerca motivazionale e ha sviluppato il suo concetto di ricerca-azione nel medesimo contesto concettuale, e con gli stessi committenti, della ricerca applicata alle strategie di mercato. E in generale la psicologia sociale, o almeno quella di matrice nordamericana, ha ricavato dal mondo della ricerca sull’opinione pubblica e sulla comunicazione, per lo più in connesione con le strategie di marketing, molti strumenti di ricerca, molte informazioni, molte occasioni di sviluppo scientifico e anche molti finanziamenti per gli studiosi più conosciuti e stimati.Va poi sottolineato che i campioni e le metodologie normalmente in uso nella ricerca d’opinione e di mercato sono talmente più ricchi e sofisticati della media ricerca universitaria in psicologia sociale, specie in Italia, che il confronto è quasi privo di senso. Nella indagine sull’opinione pubblica non esiste proprio il campione fatto di studenti universitari, o il sample of convenience. Non è pensabile che scelte imprenditoriali o politiche le quali possono coinvolgere investimenti dell’ordine di molti miliardi, ovvero la vita di milioni di persone, avvengano sulla base delle risposte fornite da 50 matricole di psicologia intervistate a lezione, come spesso avviene invece nella ricerca universitaria.La psicologia dei consumi è mal vista da una parte della tradizione accademica principalmente per le sue presunte intenzioni manipolatorie. Uno dei grandi miti da cui è circondata è riconducibile a quello, di derivazione psicoanalitica, secondo cui il comportamento è determinato principalmente da motivazioni inconsapevoli, che però il ricercatore sarebbe in grado di capire attraverso la sua ricerca, per cui ci sarebbe la possibilità, per l’astuto intellettuale che sa, di aggirare la volontà e la coscienza dei soggetti operando appunto su tali determinanti inconsce. Questa dimensione, particolarmente accarezzata negli Stati Uniti, è stata rappresentata, ad esempio, da intraprendenti autodidatti che si proponevano come esperti nella manipolazione del pubblico (Cheskin, 1957, 1959). Queste stesse argomentazioni, relative alla capacità della psicologia di manipolare gli altri, sono state del resto utilizzate anche da John Broadus Watson che, come è noto, una volta lasciata l’università dopo avere fondato il comportamentismo scientifico, passò a occuparsi di pubblicità e di marketing “vendendosi” al mondo industriale proprio sulla base delle proprie dichiarate capacità manipolative (Buckley, 1982).L’approccio tendenzialmente manipolatorio alla psicologia della vita quotidiana è stato stigmatizzato in alcuni concetti chiave della psicologia sociale moderna, che abbiamo già citato, quale quello della “folla solitaria” e alienata che è pronta ad affidarsi a qualsiasi autoritario fornitore di senso sociale (Riesman 1950), o quello dei “persuasori occulti” proposto nella fortuna monografia di Packard (1956), ovvero quello, teoreticamente più sofisticato, di “uomo a una dimensione” (Marcuse 1964).Attorno alla psicologia dei consumi si sviluppa insomma un dibattito parallelo, o speculare, a quello della teoria critica, ma a un livello generalmente più pragmatista oltre che spesso, ma non sempre, più ingenuo. Il tutto si gioca sulla fantasia di fondo che sia possibile controllare con facilità il pensiero degli individui. Per gli uni ciò rappresenta una opportunità di successo imprenditoriale da utilizzare senza pregiudizi, per gli altri si tratta di una malefica volontà dei potenti a dominare le coscienze. In entrambi i casi quella che domina è la teoria del complotto, da attuare o da scongiurare, in cui il capitalismo, in quanto espressione della razionalità che sa controllare le emozioni, può, nel bene e nel male, dominare la gente (intesa variamente come proletariato o come classe media) attraverso arti occulte e vagamente stregonesche. Entrambe queste fantasie si sono storicamente scontrate col misero fallimento di infinite iniziative, che si proponevano appunto di manipolare il pubblico, le quali non hanno sortito alcune successo.E’ interessante notare che il modello tentativamente manipolatorio della psicologia dei consumi si collega di fatto proprio a quella idea di conoscere il mondo per cambiarlo che rappresenta un caposaldo della teoria critica, ma viene osteggiato proprio dagli autori più “critici” per il fatto che questo cambiamento sembra potersi attuare solo attraverso la manipolazione, e comunque in una direzione diversa da quella che i critici vorrebbero riuscire a realizzare.Concettualmente distinta dalla psicologia dell’opinione pubblica e dei consumi, ma ad essa strettamente imparentata, è la psicologia economica su cui esiste, almeno a partire dal fondamentale contributo di Katona (1951), una bibliografia ormai notevole ed assai aggiornata (Gaunert e Olander, 1989; Maital, 1988; Van Raaij, Van Veldhoven e Warneryd, 1988; Furham e Lewis, 1986; Baxter, 1988; Earl, 1988; Albanese, 1988). Questa si occupa di temi simili a quelli della psicologia dei consumi, ma nel tentativo di definire una teoria psicologica del comportamento economico nel suo complesso, piuttosto che una descrizione circoscritta delle singole scelte di consumo, di fruizione o di scambio.

 

Fonti


Le fonti da cui ricavare informazioni sulla psicologia della vita quotidiana sono molteplici, data l’ampiezza dei temi che possono ricadere sotto questo titolo. Ci sono in particolare numerose riviste scientifiche, soprattutto di psicologia della personalità, di psicologia sociale e di opinione pubblica, che riportano dati in questo settore. Tale letteratura comprende analisi di impostazione molto variabile, che vanno dallo studio teorico, talvolta assai elegante ma anche del tutto a tavolino, alle ricerche con un disegno sperimentale sofisticato ma piuttosto circoscritte dal punto di vista del campione, alle rilevazioni ad ampio raggio ma teoreticamente poco fondate. Ci sono insomma: quadri teorici brillanti ma astratti, indagini molto puntuali ma basate su campioni di convenienza, rilevazioni demoscopiche di base che non vogliono essere coinvolte in quadri interpretativi a elevato contenuto teorico.La fonte tipica per avere dati sui comportamenti, gli interessi e le opinioni della vita quotidiana è rappresentata comunque dalla ricerca sistematica nell’area della psicologia sociale e dei consumi.Esiste in effetti una vera e propria miniera di materiale conoscitivo non sfruttato. Negli archivi degli istituti di ricerca e delle agenzie di pubblicità, nonchè di molte imprese private e ministeri, ovvero in pubblicazioni fuori commercio che non raggiungono praticamente mai gli istituti universitari nè il pubblico degli studiosi in genere, giacciono milioni e milioni di informazioni sui più disparati comportamenti della gente nella vita di tutti i giorni, sulle loro opinioni, sulle loro attese, sulle loro scelte. Si tratta spesso degli stessi temi di ricerca sviluppati nelle riviste scientifiche, o degli stessi problemi conoscitivi che si incontrano nella pratica professionale, ma senza che la gran parte dei ricercatori e degli operatori abbia la consapevolezza della loro esistenza.Questa miniera è parzialmente inaccessibile, o comunque difficilmente consultabile, perchè i dati sono spesso di proprietà dei committenti e dei finanziatori, i quali non desiderano che vengano pubblicati, e perchè gli stessi ricercatori privati non sempre si rendono conto del loro valore, o non hanno il tempo e la voglia di occuparsi della loro divulgazione. Se si ha l’opportunità di poterli consultare, è possibile tuttavia ottenere un quadro della situazione particolarmente ricco e diversificato.

 

Conclusioni


A conclusione di queste note introduttive, è possibile rilevare come la psicologia della vita quotidiana rappresenti un campo di studio particolarmente stimolante e complesso, oltre che ricco di riferimenti teorici e di dati da cui partire, di cui tuttavia non appare ancora ben definito il profilo.Poichè questo settore di indagine affronta sostanzialmente qualsiasi evento della vita degli individui alla luce delle più disparate ipotesi interpretative e partendo dai dati più vari, esso appare vastissimo, oltre che non separabile chiaramente dalla prospettiva psicologica in senso generale. Nello stesso tempo, la forte parcellizzazione degli studi, connessa alla crescente specializzazione della scienza e alle rigide suddivisioni sotto-disciplinari che derivano dalla struttura organizzativa dell’università (specie in Italia), tendono a oscurare le potenzialità di un approccio così esplicitamente olistico e interdisciplinare.Ho comunque provato, essenzialmente a puro scopo di introduzione didattica, a definire qualche punto di riferimento su cui appoggiarsi. Rimando quindi ad altre occasioni un approfondimento del tema, che ne mostri anche tutte le potenzialità concrete, mentre spero di non essere risultato troppo semplicistico o troppo velleitario in questo tentativo pure ancora molto approssimativo. 

 

Riferimenti bibliografici

 


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RiassuntoIntroduzione alla psicologia della vita quotidiana – Viene condotta una rassegna a carattere introduttivo sui modi in cui la psicologia affronta il tema della vita quotidiana. Vengono identificati vari riferimenti teorici cui ricorrere per un primo approccio sistematico. Tra questi, vengono bremente analizzati in particolare gli apporti forniti da: la ricerca di base; la fenomenologia sul campo; la psicologia ingenua; la psicologia della personalità; il paradigma eto-biologico; l’interazionismo simbolico; la teoria critica; la filosofia della scienza; la psicologia sociale; gli approcci antropologico, storico e sociologico; la psicologia della motivazione e dell’apprendimento; lo studio dell’opinione pubblica e dei consumi; l’analisi delle possibili fonti cui attingere dati. Nel complesso, ne esce un quadro ricco e stimolante, ma ancora molto magmatico e in formazione.

 

 

 

 

 

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