Il Re del Mondo

commedia-arte-33

 

Riferimento bibliografico: Perussia F. – Il Re del mondo

Premessa al volume: Boria G., Lo psicodramma classico, Milano: Angeli, 1997, 9-16.

 

boria-psicodramma-classico-lo

IL RE DEL MONDO

A (poor?) player that struts and frets his hours upon the stage

 

Come viene ricordato all’inizio di qualsiasi manuale di psicologia, il termine persona, da cui deriva specificamente la definizione di psicologia della personalità, significa letteralmente (nell’originale latino da cui è stato ripreso) maschera teatrale.
Il nostro essere nel mondo consiste fondamentalmente di una messa in scena. L’individuo esiste, in larga misura, per il suo rappresentare se stesso in relazione all’ambiente, fisico e sociale, che lo circonda. Il nostro agire (essere attori) è, prima di tutto, dare forma alle nostre rappresentazioni intrapsichiche attraverso il loro manifestarsi concretamente, il loro farsi cosa (ovvero farsi azione) nell’ambiente fenomenico così come lo percepiamo e così come lo strutturiamo attivamente. Agire significa poi anche essere spettatori (interagenti) dell’azione altrui.
Il nostro essere viventi è azione, movimento e dinamicità in contrapposizione alla tendenza verso l’immobilità passiva che dialetticamente (in rapporto alla vita) caratterizza la staticità della morte. Per ricordare la metafora freudiana, in tutto l’universo vivente, l’azione-vita coincide con l’anentropia di Eros in quanto contrapposta all’entropia di Thanatos.
L’azione è anche messa in scena degli oggetti interni attraverso la loro collocazione al di fuori di noi, nelle cose e nell’altro. In questo senso è soprattutto proiezione e transfert. L’azione è anche messa in scena delle relazioni, risposta agli stimoli, gioco dei ruoli. In questo senso è soprattutto interazione.
Gli eterni principi costitutivi della nostra esperienza, ovvero di noi stessi in quanto figura che emerge (e può quindi essere percepita) sullo sfondo del mondo, sono lo spazio, ovvero la collocazione puntuale (cioè statica) sul piano sincronico, il tempo, ovvero la collocazione puntuale (cioè statica) sul piano diacronico e la causalità, vale a dire la fluttuante collocazione dinamica e dialettica (il livello della relazione) rispetto ai due piani precedenti. Naturalmente, nessuno di questi punti di riferimento esiste da solo, benchè possiamo sempre rappresentarceli separatamente in astratto. Come avviene per qualsiasi percezione, dove non può esistere figura senza sfondo (e viceversa) anche il tempo non esiste senza lo spazio (e viceversa).
L’unica forma di esistenza per entrambe queste (e infinite altre) bipolarità (tesi-antitetiche) è infatti la sintesi che le rende reali, che le fa essere. Figura e sfondo esistono solamente nella loro composizione dialettica (nella loro sintesi, appunto), ovvero nell’essere degli oggetti. Spazio e tempo esistono solamente nella loro sintesi reciproca, ovvero nella relazione (dinamica, cioè causale) tra di loro (negli oggetti così come mutevolmente si presentano).
La condizione umana è volontà e rappresentazione. Gli oggetti esistono solamente in quanto (ce) li rappresentiamo. E tale rappresentazione coincide con la nostra volontà, ovvero con la nostra intenzionalità orientata.
Tutto questo non è altro che fenomenologia: lo studio (la realtà) del mondo in quanto incontrato (per dirla con Metzger). E la fenomenologia, la soggettività strutturata, è l’unico modo possibile (cioè umano) di esistenza del mondo (per l’uomo), l’unico modo in cui noi strutturiamo il mondo, l’unico modo in cui il mondo ci struttura.
Questa è l’unica realtà che interessi a uno psicologo. Di nuovo: questa è l’unica realtà di sfondo che possa esistere per qualsiasi essere umano, psicologo, ingegniere, fisico, matematico, artista o quant’altro egli sia (se, per dirla con Pope, the proper study of man is mankind).

L’archetipo dell’essere

La predisposizione ad agire il mondo, a costruirlo molto più che a registrarlo, è costrutto fondativo del paradigma psicologico contemporaneo (e, per la verità, anche molto antico, benchè, magari, con altre parole).
Nella letteratura scientifica (così come in quella cosiddetta pre-scientifica) i riferimenti ad una concezione del comportamento, della percezione, della costruzione del Sè e delle interazioni sotto forma di volontà e di rappresentazione, ovvero di messa in scena, sono innumerevoli. Possono variare le parole con cui tale concezione si esprime, ma la sostanza del costrutto cambia di poco.
In psicologia generale, l’idea della natura costruttiva (da parte del soggetto) delle nostre funzioni basali di rapporto col mondo domina, per non fare che qualche esempio, la moderna concezione della memoria (vedi Neisser) così come la moderna concezione della percezione (vedi Gibson). Lo stesso succede per le emozioni, l’apprendimento e in generale il pensiero.
La versione attualmente più in voga di questo paradigma, nell’ambito della psicologia scientifico-sperimentale, è forse il concetto di “azione situata”, tanto caro al cognitivismo contemporaneo: l’idea che la persona e l’ambiente abbiano tra loro un rapporto simile a quello tra chiavi e serrature. In tale prospettiva, il soggetto è una serie di chiavi, e l’ambiente una serie di serrature. La serratura si apre solo se ci si infila la chiave giusta, ma ogni chiave segue una sua strada per trovare la propria serratura. Non c’è una gerarchia: ogni serratura è potenzialmente occasione ed opportunità per tutte le chiavi possibili; così come ogni chiave è potenzialmente occasione ed opportunità per tutte le serrature possibili.
Facendo un salto indietro (storicamente parlando), e andando, per esempio, nel campo della psicoanalisi classica, possiamo ricordare che la posizione Edipica, cardine del sistema freudiano, è appunto strutturata su di un modello teatrale. Il “complesso di Edipo” (con la sua controparte politically correct, ancorchè epistemologicamente piuttosto fiacca, del complesso di Elettra) vi è concepito come una parte (in commedia, ovvero in tragedia) che ciascuno inevitabilmente deve rappresentare (ovvero rappresentarsi) nel suo essere, o diventare, umano.
Gli archetipi di Jung vengono presentati come dei canovacci, ovvero dei ruoli, che di volta in volta (ma, per molti aspetti, anche contemporaneamente), ovvero in fasi diverse della propria vita, l’attore umano impersona (di cui l’attore umano è espressione) nella sua relazione col mondo. Gli stili di vita della tradizione adleriana sono progetti, ovvero falserighe, su cui il soggetto organizza il proprio progetto di vita tramite il quale confrontarsi nel mondo. Nè molto diverse sono le sub-personalità di Assagioli (il quale, è bene ricordarlo, benchè a molti non piaccia sentirselo dire, è stato il primo psicoanalista italiano e colui che ha introdotto Freud nella nostra cultura). Nè molto diversi sono i ruoli dell’invidioso (o’ Malamente) e del grato (o’ Amoroso) nella prospettiva di Melanie Klein.
Progredendo nel tempo, possiamo notare come il concetto di fasi stadiali dello sviluppo, tanto caro agli psicologi dell’età evolutiva, non sia altro che il repertorio di una serie di ruoli strutturati e successivamente intercambiabili su cui si organizza completamente la presenza del soggetto (bambino) nel mondo. E questo vale tanto per la nostra dimensione più squisitamente emotiva (i ruoli: orale, anale, fallico, di latenza e genitale, di freudiana memoria) quanto per la nostra dimensione più tipicamente cognitiva (i ruoli: senso-motorio, pre-operatorio, operatorio concreto, ipotetico-deduttivo, di piagetiana memoria).
E come non pensare, procedendo fior da fiore (visto che non ci sarebbe il modo nè lo spazio di ricordarli tutti in questa circostanza), a tanti altri interpreti del modello teatrale in psicologia. Che cos’è l’interazionismo simbolico, con il suo complementare etnometodologico, se non uno studio del nostro essere nel mondo in termini di dramma (azione e messa in scena), come ha splendidamente mostrato, ad esempio, Goffman? E che dire del modello transazionalista, con i suoi concetti di “gioco psicologico” (he plays many parts), di ruoli adulti, genitoriali e bambini, ovvero di copioni come elementi strutturanti della vita di ciascuno, evidenziati in particolare da Berne? Per non parlare di Bandura, della social learning theory, e dell’idea di una messa alla prova del nostro pogetto (o copione cognitivo) attraverso l’interazione con le persone, gli oggetti e le risposte-rinforzi che costantemente ci confrontano.
Da una scena all’altra, l’attore risponde alle battute che il mondo (l’altro, le cose) gli offre. Da una scena all’altra i ruoli, i copioni, i progetti, le economie esistenziali di ciascun attore interpretano continuamente le proprie risposte ai ruoli altrui, nel tentativo di riproporre continuamente e stereotipicamente la propria parte (la vecchia soluzione per nuovi problemi) e nella speranza invece di poterla spezzare, ritrovando la propria (e l’altrui) spontaneità (la nuova soluzione per problemi vecchi). Il tutto in un continuo gioco dialettico di assimilazioni e accomodamenti, ovvero nel continuo salto a nuovi paradigmi esistenziali che rivoluzionano le precedenti concezioni del nostro rapporto col mondo, nello sforzo costante (e spesso frustrato, però anche, auspicabilmente, favorito dall’eventuale intervento psicologico) di diventare finalmente ciò che si è.

Sviluppare, evolvere, cambiare

Ma azione è anche possibilità di sperimentare la realtà. L’attore, oltre che rigido e ostinato riproduttore di proiezioni e transfert, è pure vagolante ed etereo lector in fabula del mondo. L’azione è anche, per dirla con termini solo a prima vista polverosi, la costruzione dell’Io attraverso il suo porre un non-Io esterno a sè.
Attraverso l’azione, il mondo viene saggiato, costruito, rispettato. Mettendo in atto (in scena) i nostri fantasmi inconsapevoli (le rappresentazioni e le strategie cognitive, i copioni, i canovacci, i progetti di vita, gli archetipi, i giochi, le interazioni, le parti, i ruoli) noi li confermiamo inesorabilmente, ripetendo ossessivamente e ansiosamente in ogni nostro gesto, in ogni nostro giorno, quel “è pronto in tavola” di tutti gli attori falliti (rispetto a se stessi), o meglio ancora alle prime armi e in formazione.
Ma possiamo anche tentare di prendere coscienza delle parti che stiamo giocando. Possiamo anche sperimentare la consapevolezza del senso profondo e strutturale della nostra azione, la quale raramente coincide con la sua versione normalmente visibile e ripetitiva. Possiamo anche diventare spettatori (per così dire dall’esterno e scientificamente, cioè “oggettivamente”) degli stessi fantasmi (rappresentazioni e strategie cognitive, copioni, canovacci, progetti di vita, archetipi, giochi, interazioni, parti, ruoli) che normalmente ci troviamo ad agire con minima consapevolezza.
Lo psicodramma non è altro che la messa in scena di tutto questo, con la differenza, rispetto alla nostra realtà di tutti i giorni, che, grazie ad opportune tecniche di straniazione partecipante, noi siamo appunto anche spettatori del nostro stesso dramma, invece che suoi semplici attori-riproduttori di scarsa coscienza e capacità.
Ciò vale nel contesto della terapia (del lavoro di terapia) tanto quanto nel contesto della formazione (del lavoro di formazione), ammesso che sia possibile separare, nella vita, lo sviluppo, l’evoluzione e il cambiamento (la terapia) della persona dalla formazione della persona stessa.

I misteri eleusini

Solitamente, una grande nebbia avvolge il lavoro clinico in psicologia. E molta vaghezza, benchè certo minore, è presente anche nel lavoro della formazione.
Dubito che in Italia sia mai stata pubblicata la registrazione letterale di una seduta psicoanalitica. E’ molto raro che (sempre in Italia) venga pubblicata la registrazione letterale di una seduta psicoterapeutica (specie individuale) a qualsiasi posizione teorica questa sia ispirata. Il resoconto clinico è tipicamente ridotto alla rappresentazione che ne testimonia lo psicologo, alla messa in scena (scritta e verbale) del suo ricordo (fantasmatico) e della sua personale interpretazione di quanto è successo. Tra l’altro: il parere (la rappresentazione agita-vissuta da parte) del paziente-cliente non viene quasi mai preso in considerazione direttamente (al massimo: nella interpretazione-traduzione attuata dallo psicologo).
Tutto questo deriva da varie ragioni: in parte teoriche e profonde (diciamo: complessità ideologico-tecnico-relazionali); in parte collegate ad una concezione esoterica della missione psicologico-sacerdotale (la scena terapeutica come luogo mistico e iniziatico); in parte ad un corporativismo meschino (non far conoscere a possibili concorrenti i segreti della propria lavorazione); in parte al timore di essere giudicati (il confronto con possibili valutazioni altrui inteso come ostacolo frustrante invece che come occasione di progresso).
Esistono altre realtà in cui tutto questo succede molto meno. In un centro di formazione clinica statunitense (compresi molti di quelli a impostazione psicoanalitica), pur con tutti i limiti del caso, avviene normalmente che si registrino delle sedute di terapia, ovvero che le si osservino attraverso uno specchio a una via o un televisore a circuito chiuso (previo consenso informato del cliente-paziente), magari diffondendo poi le cassette registrate (a volte, ma non sempre, opportunamente schermate).
In Italia, comunque, succede assai di rado. Appare dunque molto difficile, anche per un addetto ai lavori (chi si forma all’intervento psicologico, ovvero i professionisti della materia), potersi confrontare con il lavoro altrui. La formazione è basata largamente sulle parole di chi si propone come maestro, ovvero sulla sola esperienza personale, da parte dello psicologo, di una qualche terapia (personale).
E’ quasi inutile ricordare che l’aspirante paziente-cliente, in questa situazione, si trova a dover acquistare l’intervento dello psicologo a scatola chiusa. Di fatto egli non ha modo, se non basandosi sulla testimonianza degli amici o dei libri, di valutare la terapia cui sta andando incontro. Nè la testimonianza dello psicologo (di chi glie sta vendendo il prodotto) può rappresentare da sola una fonte sufficiente e accettabile (quanto meno in termini di difesa del consumatore, e di rispetto del paziente).

La lanterna di Pitagora

E’ affascinante, ed anche emozionante, che sia proprio una delle teorie-tecniche che più ingenuamente vengono percepite dall’uomo comune come esoteriche e stregonesche (lo psicodramma, appunto) a presentarsi così spudoratamente alla luce del sole. Tale è infatti il compito che si è proposto Gianni Boria scrivendo questo libro.
Il libro rappresenta dunque un’occasione eccezionale per diverse ragioni. Ne indico qualcuna, senza prestesa di dirle tutte.
E’ la presentazione sistematica di un modello e di una tecnica di cui, nonostante il successo, non esiste una sistematizzazione di rilievo. Moreno (il pater storico dello psicodramma) non ha mai scritto niente di veramente sistematico e la gran parte dei suoi epigoni si è limitata a ripetere all’infinito (nei vari saggi) una introduzione elementare e semplificatoria ai principi generali della materia.
E’ molto aggiornato e preciso, per cui si offre ad un dibattito puntuale anche sul piano tecnico. E’ carico non solo di affermazioni generali e di principio, ma di dettagliate descrizioni e analisi di ogni passo. Contiene una ricca serie di registrazioni di sedute. E’ ben noto che si può criticare solo chi fa, poichè chi non fa, o non dice esattamente che cosa fa, non può essere giudicato se non superficialmente. E Gianni Boria non nutre davvero questa fobia del giudizio.
E’ una rara occasione per entrare direttamente nel lavoro terapeutico e formativo. I terapeuti attivi solitamente non amano, credo proprio per carattere, scrivere e teorizzare sul proprio lavoro (non lo hanno mai fatto veramente, ad esempio, nè Moreno, nè Perls nè Milton Erikson, nè tutti quelli di cui il largo pubblico non sa nulla perchè non c’è mai stato nessuno che si sia peritato di scrivere al posto loro o di registrare i loro interventi, così come è capitato, nella sostanza, a questi tre). Boria ha invece saputo e voluto farlo, forse anche per via della sua solida formazione filosofica, oltre che psicologica e clinica.
E’ l’opportunità di conoscere da vicino una delle tecniche più efficaci e più largamente riprese nel lavoro psicologico soprattutto post-bellico (in genere, senza dirlo, da tutta l’area delle dinamiche di gruppo e delle terapie attive). Nei suoi vari aspetti particolari, il modello psicodrammatico è infatti patentemente presente in larga parte dell’intervento terapeutico (specie, ma non solo, di gruppo) e formativo, anche quello che si dichiara ispirato a modelli teorici lontanissimi dallo psicodramma o addirittura suoi antagonisti. E’ quindi anche l’occasione per conoscere la versione originale di un progetto che molti suoi epigoni (consapevolmente o anche inconsapevolmente) non amano dichiarare di avere come fonte di ispirazione.
E’ il prodotto di una esperienza durata vent’anni. Gianni Boria, che, nella vita così come nella professione, ha il carisma di chi non lo vuole avere, dopo una completa formazione psicoanalitica classica, e una pluriennale esperienza professionale come psicoanalista, ha raggiunto nel 1977 il tempio di Beacon, dove Moreno aveva costituito il suo quartier generale, e si è accorto che stava andando a Damasco. Ha abbandonato, o almeno messo da parte, la psicoanalisi (dice che gli veniva sonno durante le sedute, ma non è una buona scusa, dato che l’ho visto addormentarsi anche durante una seduta psicodrammatica di cui era il direttore) e ha dedicato la sua vita allo psicodramma. Con grande soddisfazione sua personale e del movimento psicologico che ne ha ricavato importanti contributi.
In conclusione: dicono alcuni, molto saggiamente, che l’uomo propone e Dio dispone. A tale impostazione si collega anche l’ipotesi costruttivista in psicologia. Questo potrebbe essere vero. Tuttavia: attraverso lo psicodramma è possibile porre meglio la domanda: Chi è veramente il Re del mondo? Chi veramente costruisce la realtà in cui ciascuno di noi individualmente si trova immerso?
E una certa pratica psicodrammatica suggerisce di porre in una forma ulteriormente compiuta, e un po’ meno presuntuosamente, la stessa questione. La domanda cui lo psicodramma (e questo libro, con la pratica di cui è espressione) aiuta a rispondere (si fa per dire) è allora, più semplicemente: qual’è l’unica vera realtà attraverso cui il Re del mondo si manifesta?

 

boria-psicodramma-classico-lo

CC BY-NC-ND 4.0 This work is licensed under a Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivatives 4.0 International License.

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Commenti chiusi