Identificazione di un fantasma

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Felice Perussia

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La preoccupazione ecologica è diventata ormai parte costitutiva della opinione pubblica internazionale. La condizione (post)moderna coincide con la coscienza di un ordine naturale infranto.
Ciò deriva in primo luogo dalla effettiva gravità della compromissione ambientale. La qualità intensa e penetrante dell’inquieto coinvolgimento che lo squilibrio ecologico è in grado di suscitare discende tuttavia anche dalla capacità evocativa, in termini di simbologie psicologiche profonde, che l’immagine attuale dell’ambiente suscita sul piano culturale e fantasmatico.
Per poter cogliere appieno il significato psicologico della preoccupazione ecologista occorre però astrarsi dalla concreta realtà della compromissione ambientale. Per evidenziare i contenuti mitici e simbolici della sensibilità verde bisogna per un momento dimenticarne la sostanza materiale.
L’umanità attraversa (come sempre, del resto) un momento critico. L’ambiente è una componente significativa di tale disagio, ma si presta anche, almeno in parte, a svolgere la funzione di uno schermo su cui proiettare arbitrariamente le nostre fantasie.
Noi percepiamo obiettivamente il mondo almeno quanto ce lo inventiamo soggettivamente. Il rapporto che instauriamo con la realtà è il prodotto delle nostre volontà e rappresentazioni, molto più che della sostanza ontologica degli oggetti.
Il pensiero verde è in primo luogo appunto un pensiero, e solo secondariamente intrattiene un qualche legame con i fatti. La finzione retorica che giustifica qualsiasi ideologia è quella di proporsi come lettura fredda e impersonale della realtà, e non come sua interpretazione. Ma anche la più rigorosa delle scienze si basa su convinzioni cariche di teoria.
Capire la dimensione soggettiva dell’ecologismo non significa negare il problema dello squilibrio ambientale, ma ci può aiutare a cogliere le sovradeterminazioni soggettive che vengono edificate sulla eventuale realà dei fatti.
La psicodinamica del pensiero verde consiste, in particolare, nella esplicitazione di una grande metafora, che trova negli oggetti esterni un punto di riferimento straordinariamente fertile. Tramite il richiamo all’ecosistema, l’uomo moderno può infatti esprimere fantasmi e preoccupazioni che hanno sempre fatto parte della condizione umana.
Tali fantasie basali hanno però bisogno di contesti ogni volta rinnovati, per esprimersi in termini poco riconoscibili e quindi più efficaci. La struttura dell’apparato psichico è infatti tale che i nodi più coinvolgenti del nostro rapporto col mondo possono essere espressi solo in formule mascherate, per non risvegliare ansie antiche e insopportabili.
Una analisi puntuale di quella che può essere definita come la “ragione ecologica” mette in luce la presenza di molte sfaccettature. Come avviene per tutti gli atteggiamenti che coinvolgono in modo significativo il soggetto (ciascuno di noi nella vita quotidiana), esiste sempre una stratificazione di motivi che si accavallano l’uno all’altro senza che sia possibile districarne la causa prima, o la ragione ultima.
Non mi è possibile sviluppare qui tutti questi nodi concettuali. Varrà tuttavia la pena di accennare almeno a qualcuna delle dinamiche principali, rimandando ad altra sede per un loro approfondimento.
Il richiamo ecologista è un passe-partout per molteplici recriminazioni e svariate proteste. Una delle ragioni che ne inficiano parzialmente l’efficacia sta nel fatto che, benchè si sottolinei non di rado che “bisogna sensibilizzare il pubblico”, si tratta in realtà di una scelta condivisa da tutti.
Non c’è persona o entità politica che non si dichiari, a modo suo, ecologicamente orientata. E, come avviene per tutte le scelte ecumeniche, capita che l’accordo sia riferito a concetti talmente vaghi e generici da risultare più apparenti che reali.
Al centro del pensiero verde sta la convinzione che la natura sia sempre di per sè buona, mentre solo l’azione dell’uomo può essere cattiva. E’ anzi proprio l’intervento umano la causa percepita del degrado. Ciò sembra dipendere, almeno in parte, dal fatto che l’uomo non può rifiutare di far parte della natura.
Dopo Darwin e dopo Freud, non possiamo più ignorare che la nostra costituzione è molto vicina a (se non coincidente con) quella dell’animale. La nostra coscienza appare sovracarica di pulsioni istintive e brutali.
Questa immagine “bestiale” dell’uomo risulta però assai più tollerabile se ci immaginiamo l’animale come intrinsecamente positivio e genuino, in una forma simile a quella del tipico buon selvaggio. Ed il pensiero verde propone appunto di animalizzare l’uomo nel senso di renderlo più civile.
Sotto l’egida della preoccupazione ambientale viene sviluppata un’ampia ristrutturazione dei punti di riferimento socialmente accettabili per le scelte collettive. L’identificazione del sito per una discarica, o le strategie energetiche (ed industriali) del paese, offrono la base per ridiscutere il concetto di democrazia e di diritto naturale. Per il tramite dell’ecologismo, e del rinascente localismo che se ne fa portatore, viene messa in discussione una buona parte del contratto sociale.
Mediante i referendum, soprattutto comunali, l’ecologia permette di riproporre il tema dell’autogestione e della democrazia diretta. Attraverso la negazione della autorità dei tecnici (ingegnieri e fisici sono spesso vicini all’industria, ed alle scelte nucleari), la ragione ecologica favorisce una diffusione a livello popolare di quella crisi dei fondamenti scientifici che già da tempo si è radicata nella cultura “alta”.
Il pensiero verde mostra una notevole propensione a maledire il benessere della civiltà, sottolineandone la natura tossica (il suo essere una mela avvelenata). Dichiara costantemente il proprio rifiuto di questo mondo industriale occidentale, dove anche le masse conducono una vita relativamente agiata (con comodità e sicurezze impensabili, anche per un re, non più di due secoli fa), mentre l’età media si è andata perversamente allungando.
La ragione ecologica è in parte una forma di scongiuro, finalizzato ad evitare che il benessere tanto gradevole in cui viviamo possa venire meno. L’elenco dei mali di questa nostra civiltà serve a fare la lista dei traguardi conseguiti. Il quadro della situazione viene presentato a tinte fosche nell’atavica speranza che gli dei invidiosi, vista la pochezza di ciò che possediamo, non siano tentati di portarcelo via.
L’inquietudine verde è, tra l’altro, una rivisitazione di quella preoccupazione per la pulizia che sembra avere giocato un ruolo tanto rilevante nel determinare, attraverso l’educazione che ci è stata impartita da piccoli, il nostro carattere. Il controllo degli scarichi e dei veleni è una versione civilizzata e planetaria del problema di sorvegliare le nostre feci, che credevamo di avere risolto con il dominio delle deiezioni personali. Le fognature non bastano più a nascondere le turpitudini del mondo, ed occorre trovare nuove soluzioni al diffondersi del male nell’aria.
Il pensiero verde è anche un modo per rievocare, negandolo reattivamente, un sogno di onnipotenza. Le centrali esplodono, le industrie distruggono tutto, l’abbattimento degli alberi cancella ogni traccia di vita umana.
Se non fosse evocata a fin di bene, la lugubre metafora della soppressione del nostro prossimo potrebbe ricordare la megalomania di un dittatore pazzo. Ciò che si teme nell’inquinamento è anche che questo possa dare forma ad una aggressività che sentiamo parte della nostra natura, e che non ci vogliamo (giustamente) permettere di esprimere.
Potrei aggiungere ancora molto sulla psicologia del pensiero verde, ma uscirei dai limiti allusivi di questo tipo di intervento. Varrà comunque la pena di notare, concludendo, che l’identificazione di un fantasma, quale qui ho appena accennato, può aiutare a lenire il disagio che questo produce.
Ciò che conta è non prendersela solo con il sintomo, ma capire le dinamiche sottostanti (molto più profonde e generali) che lo rendono tanto significativo.

 

Riferimento bibliografico:

Perussia F. (1989). Identificazione di un fantasma. In: Jacobelli J., a cura. Il pensiero verde tra utopia e realismo. Roma-Bari: Laterza, 142-146.

 

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