Due parole sul sesso degli angeli

 

Felice Perussia: Postfazione

per il volume di Mary Nicotra, TranAzioni: Corpi e soggetti FtM.

 

La nostra conoscenza del mondo si dimostra, in genere, piuttosto approssimativa. Ciascuno di noi ha potuto constatare, in diverse occasioni, come ciò che in un primo tempo gli appariva del tutto bianco, oppure anche nerissimo, si è poi dimostrato essere molto più ricco di chiaroscuri rispetto a quello che pure aveva ritenuto di credere con sicurezza.
Analogamente: quello che le scienze naturali ci propongono, pur con tutta la loro sicurezza, suona a volte interessante e in tanti casi efficace. Tuttavia: le certezze rimangono poche, nonostante le apparenze e le convinzioni. Il che vale per la tradizione dell’oggettivismo bio-fisico più in generale, come anche per la ricerca sulla soggettività umana più in particolare.
Nel contempo: è forse un dato oggettivo anche quello per cui non è poi così facile sentirsi davvero sicuri di qualcosa (compresa la natura degli oggetti). Considerando che, per definizione, l’indagine soggettiva non può essere circoscritta oggettivamente; benché possa utilmente giovarsi anche di quanto la ricerca empirica può eventualmente segnalare o suggerire.
Insomma: a qualcuno potrà sorgere questo o quel dubbio (dove mai accade che nessuno ne abbia?); ma la maggioranza degli studiosi sembra essersi convinta del fatto che l’anima non sempre (o forse mai) può essere definita da un sesso in particolare. O, detto altrimenti: che in certo modo l’anima non abbia sesso. O forse, anche: che in certo modo li comprenda tutti. Pure considerando che non è detto siano semplicemente due. Dipendendo questo anche da che cosa si possa intendere con il termine stesso di “sesso”. Espressione molto ricorrente nella modernità, ma non sempre con la piena consapevolezza del caso.
Il problema, se davvero di problema si tratta, pare insomma essere tutto qui. Almeno per quanto riguarda l’anima. Naturalmente. E’ davvero così importante decidere di quale sesso tale anima sia? Ed eventualmente: Importante per chi? E per farci che cosa?
E, più ancora: è proprio così indispensabile sancire che, di anime, ciascuno di noi ne possiede una sola? O non, magari, due? Perché no? Delle quali una un po’ più maschile e un’altra un po’ più femminile? E magari anche tante altre: nella eventuale misura di sette, oppure anche di trentatre, o di un altro numero fra i tanti possibili? Tipo: l’una infantile e l’altra vetusta; l’una aggressiva e l’altra amorosa; l’una operosa e l’altra pigra; l’una sorridente e l’altra imbronciata? E così via. E così via.
Venendo al corpo, le cose sembrano cambiare almeno un poco. Stante che la natura di tale nostra realtà bio-fisica è spesso stata certificata come quella più oggettiva di tutte. Per cui piace pensare che: seppure l’identità psicologica delle persone possa risultare in effetti dalla somma di una quantità di parti anche contradditorie fra loro, la loro identità fisica debba essere per forza rappresentata da un corpo singolo e circoscritto e chiaramente qualificato anche dal punto di vista della parte che gioca in una strategia riproduttiva Secondo tale impostazione, si darebbero cioé in tutto due sole possibilità: di fare la parte del maschio oppure quella della femmina; senza altre possibili varizioni del tema.
Corpo e anima, si dice anche. Dove l’uno rappresenterebbe la natura materiale e l’altra la natura spirituale. O almeno così sosteneva Descartes, l’inventore del metodo sperimentale. Il quale metodo, perlatro, rappresenteva per lui, come per Alice, un ottimo proposito che si dava da solo, e che fortunatamente mai applicava (visto che non condusse mai un esperimento in vita sua). Corpo e anima, per l’appunto; la cui separazione parrebbe essere un principio scientifico essenziale. Dove quel tanto che si riesce a descrivere oggettivamente sarebbe il corpo, mentre tutto il resto sarebbe limitato allo spirito. Benché certo, in un lontano futuro, anche tutto questo spirito verrà sicuramente ridotto alla biologia (o almeno così lo scienziato garantisce sulla parola).
Benchè non si possa dire che le scienze naturali manchino di aspetti soggettivi. Il che pare ben dimostrato dal fatto che: quello che in una cultura (come, in parte, quella italiana) viene considerato cardine della scienza, in un’altra cultura (come, in parte, quella statunitense e quella musulmana) viene considerato un’arbitraria e blasfema oscenità. Come appunto accade per la teoria biologica dell’evoluzione (sul tipo di quella darwiniana, per intendersi), la quale tra le altre afferma ance cose sul tipo della natura ereditaria delle proprietà oggettivamente rilevabili ovvero del corredo genetico. Con tutti i suoi corrollari di cromosomi X e Y e adamantine definizioni dei corpi come appunto bianchi o neri senza incertezze, che non siano mutazioni disadattive.
Dove ciascuno dei due contendenti afferma che è l’altro a sbagliarsi, preda di superstiziose fantasie che finiscono con l’oscurare ai suoi occhi la verità naturale dei fatti. Visto che la rivelazione offerta, nei templi dai sacri libri, non è necessariamente più oggettiva della rivelazione offerta, nei laboratori dalle sacre riviste.
Discendiamo noi dalla scimmia? Difficile a dirsi. Di somiglianze, certo, se ne possono rilevare empiricamente in grande numero. Basta guardarsi attorno. In qualche caso: tali somiglianze sono pure notevoli. Tuttavia: molti ritengono si sia trattato di eventi lontani nel tempo, in presenza di numerose circostanze attenuanti, alla luce delle quali sarebbe dunque difficile o anche scorretto farcene una colpa.
La moderna scienza medica trova del tutto naturale modificare il corpo delle persone: togliere loro una parte o farne crescere un’altra, allargare il torace e restringere il bacino (o almeno i tessuti morbidi che li circondano) ecc. Tale tipo di medicina, la quale in generale (come materia) è un elemento cardine del progresso scientifico moderno, viene esaltata con calore dai programmi contenitori di gossip nella televisione. La scientificità del tutto viene confermata dalla sua elevata efficacia. Infatti: se rende così tanto denaro, dice giustamente a se stesso il chirurgo plastico estetico, allora gode della grazia divina (come già ci aveva dimostrato anche Max Weber).
E questo c’entra con le TransAzioni di cui Mary Nicotra produce testimonianza tanto penetrante in questo libro? Mi viene da rispondere: non so! decidi un po’ tu, per quello che ti senti! Ma io penso che sì.
Poiché trans-azione sarebbe appunto un’azione o scambio tra persone (nel senso di inter-personale). Così si dice infatti delle interazioni commerciali, della borsa intesa come stock exchange, oppure anche della borsa della spesa. Situazioni dove appunto le transazioni sono elemento costitutivo. Il che avviene, naturalmente, sotto l’egida spirituale di quel capitalismo in cerca di una giustificazione offerta dalla grazia divina che abbiamo appena evocato.
E tuttavia si sta parlando anche di una qualche trance. Dove non si tratta propriamente della trance classica, quella che consiste nel trans-ire (andare attraverso) bensì di una più moderna e concreta occasione di appunto trans-agire (fare attraverso). E comunque ondeggiare, ovvero muovere e muoversi e cambiare.
Dove, nel caso di quanti desiderano essere materialmente qualcosa di diverso da ciò che pare loro di essere materialmente, la faccenda si fa più complessa e drammatica. Poiché non si tratta di muoversi nel proprio mondo privato, passando dall’una all’altra fazione nell’intimo del proprio cuore. Bensì di affermare al mondo, in modo che questi non possa contestarlo altrimenti, la natura oggettiva e materiale delle proprie aspirazioni.
Questa è la grande sfida, il grande cruccio e la grande incognita. Essere diversi da ciò che si è, ovvero diversi da ciò che si crede di essere, ovvero anche da ciò che si crede gli altri credano essere di noi. Posto che sarebbe difficile affermare con sicurezza di essere qualcosa in particolare. Come quando viene chiesto al pastore, in Via dalla pazza folla: “E voi che cosa siete?”; e lui risponde, più o meno: “A parer mio nulla, Signore. A parere degli altri? Beh: quello che pensa il pubblico prima o poi si viene sempre a sapere”.
Grande problema. Non dovrebbe infatti risultare poi così difficile apparire se stessi nel proprio intimo; per così dire: con le proprie anime schierate armoniosamente a dialogare fra loro entro il mondo della propria fantasia. Ma certo non è altrettanto facile viverlo quando la vita di tali anime vuole uscire e scoprirsi e presentarsi al mondo in modo tale da essere riconosciuta secondo il proprio desiderio. Acquistare insomma un’identità esteriore, certificabile quanto una carta d’identità anagrafica.
“I wish that for just one time you could stand inside my shoes; And just for that one moment I could be you” diceva giustamente Dylan sulla Quarta strada. E alcuni, sentendosi grassi, aspirano ad essere magri. E altri, sentendosi bassi, aspirano ad essere alti. E altri ancora, sentendosi neri, aspirano ad essere bianchi. E così via. E così via. Di aspirazione in ispirazione.
E spesso: sentendosi un certo modo, si vorrebbe essere un altro modo ancora. Talvolta per un attimo. Talvolta per tutta la vita. Talvolta come una specie di curiosità. Talvolta come un bisogno disperato che contamina con il cupo colore della sua attuale impossibilità tutta la nostra esistenza.
E questo è in qualche modo un diritto, pur presentandosi spesso come una difficoltà. Poichè non è difficile cambiare il colore del proprio vestito. Poichè non è facile cambiare la forma del proprio corpo. Poichè è certo più facile sentirsi che essere, ovvero credere piuttosto che essere creduti.
Cercando di redigere un bilancio della sua condizione, Reinhardt ebbe a constatare di essere: “Una vecchia guardia di frontiera sulla fluttuante linea che divide la realtà dal sogno”. Per cui sintetizzò: “Ho trascorso l’intera mia vita su questa sottile linea di confine, contrabbandando da una parte all’altra”. Beati quelli che riescono nella difficile impresa di restare contemporanemanete sulle due facce della medaglia.
Attraversare. Difficile avventura, cui auguriamo tutta la fortuna possibile. Poiché certo viene da dire, benchè a queste parole abbiano poi fatto seguito anche inquisizioni e roghi e indici (ma certo non solo quelli): chi non ha mai peccato, scagli la prima pietra. Augurandoci che tutti, anche grazie alle testimonianze felicemente ritrovate qui, possiamo riuscire a realizzare la speranza del nostro cuore.

 

 

 

Postfazione al volume di:

Mary Nicotra – TranAzioni. Corpi e soggetti FtM: Una ricerca psicosociale in Italia. Milano: Il Dito e La Luna, 2006.

 

 

 

 

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