Counseling immaginativo

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Felice Perussia – PREFAZIONE a

Renzo Rocca e Giorgio Stendoro: Counseling con l’intervento della Procedura Immaginativa. Roma: Armando, 2006.

 

Therapeia. Parola antica, che in greco indica specificamente l’attidudine del prendersi-cura. Dove il prendersi cura, ovvero l’essere al servizio (di qualcuno), nel suo senso originale non si riferisce alla malattia fisica, bensì al disagio psicologico.
Il verbo greco Therapeuo indica il servire così come l’assistere. Therapeuo è: curo, mi occupo, venero, servo, coltivo, formo. Therapeia è: servizio, cura, culto. Dove Therapon è anche il ministro, il sacerdote, il servo del Signore o degli Dei.
Therapeia è quindi l’arte del curarsi-di, dell’occuparsi-di. Insomma: Therapeia significa prendersi cura dell’esistenza e della condizione umana di qualcuno, ovvero coltivarla e renderla più efficace.
L’equivalente inglese moderno di Therapeia è: cure, heal, worship. Ovvero, nel significato più antico: servire, aiutare, accudire e rendere servizio; ma anche, nel senso più moderno: curare, riportare alla salute. Tipicamente è: servizio reso alla persona nei momenti difficili.
La parola counseling, dal canto suo, deriva dal verbo latino consulo-consulere (o consulto-consultare, che è lo stesso), il quale definisce l’atto del: consultare, consigliarsi, esaminare, avere cura, darsi pensiero, interrogarsi, considerare. Il counseling anglosassone è in sostanza equivalente al latino consultatio: consultazione.
Il termine Counseling Psicologico non è dunque che la versione moderna, scientificamente rinnovata e teoreticamente più consapevole (alla luce delle moderne conoscenze sviluppate dalla psicologia, soprattutto in questi ultimi due secoli), di quell’antica attitudine, che si propone di realizzare la Therapeia per il tramite delle psicotecniche realizzate attraverso la consultatio.
E infatti, anche all’interno del movimento psicologico si va radicalmente modificando la concezione di quella che è stata a lungo chiamata “psicoterapia”. E’ sempre meno diffusa tra i colleghi la pretesa di curare una malattia mentale, nel senso dell’azione di un medico che aggiusta una patologia ricostituendo lo stato di salute del paziente, a favore di un intervento che si propone piuttosto di accompagnare l’altro sulla propria strada evolutiva, attraverso un percorso di crescita che solo l’altro stesso può conoscere o riconoscere.
Ho già sviluppato in altre sedi, cui mi permetto di rimandare per un’analisi più dettagliata del tema (Perussia F., 1994:.”Psicologo: Storia e attualità di una professione scientifica”; Torino, Bollati Boringhieri; Perussia F., 1999: “Cent’anni dopo: A che cosa serve la psicologia?”; Milano, Guerini; “Regia psicotecnica”, 2005; Milano, Guerini), un tentativo di definire, sulla base di risultanze prodotte attraverso indagini sistematiche, il quadro di fondo che caratterizza l’intervento psicologico contemporaneo.
In questa sede voglio solo ricordare che anche la ricerca sugli esiti dell’azione psicologica mette in evidenza come, in linea di massima, l’efficacia dell’intervento detto psicoterapeutico risulti essere maggiore rispetto a quella prodotta da nessuna terapia o dall’aiuto informale offerto da non specialisti (amici, parenti, interlocutori della vita quotidiana). Il differenziale tra i miglioramenti con intervento (psicologico) e miglioramenti senza intervento (psicologico), pare tuttavia essere, nella maggior parte di casi, significativo sì, ma forse non così eclatante quanto si tendeva a sbandierare un tempo.
Un altro fatto evidente, sempre rilevato attraverso indagini sistematiche, è che la gran parte degli psicologi non produce diagnosi, quando prende in carico un individuo, se non nel senso che sviluppa delle ipotesi personali sulle sue caratteristiche (e se le tiene per sé). In sostanza: il tipo di intervento che lo psicologo organizza è determinato principalmente, e in modo ricorrente, dalla sua teoria-tecnica di riferimento e non varia in modo significativo da un cliente all’altro.
Lo psicoanalista freudiano colloca comunque il paziente sul lettino e lo fa associare. Il bioenergetico lo induce comunque ad esercizi di rievocazione corporea. Il seguace dello psicodramma lo fa agire comunque da protagonista di una scena. E via dicendo. Con modeste variazioni, il sistema di approccio utilizzato non dipende tanto dalla diagnosi (che generalmente non viene prodotta o si limita ad un colloquio di presa in carico), quanto dalle convinzioni dello psicologo e dalle tecniche di cui ha competenza e capacità per via della specifica formazione ricevuta.
Un ulteriore dato infine, tra i molti che potrebbero essere ricordati qui, riguarda l’emergere delle psicotecniche eclettiche e/o integrate, nella pratica molto prima che nella teoria, pur nel richiamo frequente di molti psicologi a scuole e psicologi eminenti. Benché vi siano alcune teorie storiche di riferimento (il linguaggio ed il codice della psicoanalisi, in senso lato, sono frequenti nel gergo psicologico), la maggioranza degli psicologi attivi, come dimostra ancora una volta la ricerca sistematica, dichiara di utilizzare nel proprio lavoro, molto più che un modello teorico preciso, un tipo di approccio eclettico (modelli che variano da un caso all’altro) oppure integrato (un misto di modelli vari ricostruiti in una visione unitaria del singolo professionista).
Tutto questo per dire che si va sempre più affermando la convinzione secondo cui, nello sviluppo della persona, quella che si ritiene possa contare di più è la capacità autopoietica del soggetto. Ovvero: si è sempre più convinti che sia lui il motore primo della propria crescita.
Si affermano dunque forme attive di intervento, dove il soggetto che soffre diventa attore e protagonista della sua stessa evoluzione, dove lo psicologo è il catalizzatore, lo stimolo, l’occasione (per l’altro che incontra) di trovare dentro di sé le proprie risorse.
Lo psicologo si trova allora a svolgere principalmente una funzione di facilitatore, di méntore, e quasi di allenatore, per la naturale capacità di crescita del soggetto. Il suo compito è quello di permettere, all’individuo che gli chiede aiuto, di aiutarsi da solo, attraverso procedure di esercizio (ed esercitazione) della propria soggettività che gli permettano di superare i disagi che le vicissitudini della sua evoluzione personale hanno eventualmente prodotto in lui.
Nello stesso tempo, l’esperienza che a lungo è stata chiamata psicoterapeutica (in ossequio a un modello stereotipale della medicina che non appartiene affatto allo specifico della psicologia) acquista un valore diverso e nuovo. Se, in un certo senso, è necessario essere definiti malati per venire curati, basta invece esistere come esseri umani per fruire utilmente di un intervento di crescita personale, che può eventualmente essere definito anche come counseling.
Le psicotecniche utilizzabili per stimolare tale crescita personale, possono essere molte. La Procedura Immaginativa ne rappresenta un esempio davvero molto interessante. Il lavoro di Rocca e Stendoro ne fornisce una eccellente presentazione, conformemente alla tradizione della psicologia attiva post-bellica, basata sopratutto sui casi avvicinati in vivo (sul seminario di formazione) molto più che su una rigida e pedante costruzione teorica. E si tratta di una conoscenza in continuo divenire, che ogni volta, passo dopo passo nel lavoro clinico, edizione dopo edizione nello sforzo del tradurre in libri, trova nei due brillanti Autori occasione di prendere nuova e sempre più efficace forma.
Ciascun soggetto è genitore e formatore di sé stesso, secondo criteri che soltanto lui può conoscere, anche se spesso può giovarsi dell’incontro con l’altro per rendersene conto meglio. Le procedure che il movimento psicologico va costruendo o affinando, e di cui la nuova edizione del Counseling di Rocca e Stendoro rappresenta un esempio intelligente e generoso, potranno aiutarlo davvero in questo difficile, quanto promettente percorso.

 

Prefazione di Felice Perussia al volume di Renzo Rocca e Giorgio Stendoro: Counseling con l’intervento della Procedura Immaginativa. Roma:  Armando, 2006.

 

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