Bambini si nasce, adulti si diventa (quando va male)

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Perussia F. – Bambini si nasce, adulti si diventa (quando va male).
Premessa al volume: Dotti L. – Lo psicodramma dei bambini: I metodi d’azione in età evolutiva. Milano: Angeli, 2002.

 

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Com’è noto: il concetto di infanzia non rappresenta un dato di fatto oggettivo, bensì un particolare punto di vista soggettivo (tra gli altri) attraverso cui leggere la nostra avventura in questo mondo. E’ stato rilevato più volte che l’età dell’innocenza (o della tabula rasa, o del buon selvaggio, o del polimorfismo perverso, a seconda dei punti di vista) è sostanzialmene un’invenzione narrativa.
In poche parole: ci sono molte epoche storiche, e culture, dove non esiste una precisa concezione dell’essere infantile come separato dall’essere umano. O, quanto meno: dove il piccolo (quello con pochi anni) non viene descritto come qualcosa di strutturalmente diverso e antagonista rispetto al grande (quello con tanti anni). A dire il vero: storicamente e geograficamente parlando, tali culture sono la maggioranza.
L’unico dato di fatto, relativo all’infanzia come età biologica, se proprio vogliamo trovarne uno, è che la maturazione fisica dell’uomo-donna si compie in un arco di tempo molto lungo, probabilmene il più lungo tra le specie che popolano la terra. In pratica: se riteniamo che un essere vivente sia compiuto solo nel momento in cui è in grado di riprodursi, allora l’homo sapiens può essere considerato un animale completo solo quando si trova nella sua condizione adolescenziale o post-puberale (diciamo che ci vuole una quindicina d’anni, successivamente alla nascita).
Naturalmente: tale sviluppo biologico non implica affatto necessariamente che si realizzi, in parallelo, una corrispondente crescita (nel senso di perfezionamento o superiorità) intellettuale o spirituale. La media dei bambini-adolescenti appare fisicamente più piccola e più debole rispetto alla media degli adulti. Ma questo non significa certo che il piccolo della specie umana sia meno intelligente o meno creativo rispetto al grande. Ci sono anzi molti indizi del contrario.
Si ritiene generalmente che una netta distinzione fra la categoria del bambino e quella dell’adulto si sia diffusa, come paradigma normale (ovvero normativo), nella cultura umana dominante in occidente, solo con la nascita del movimento scientifico ovvero con l’illuminismo settecentesco. Tra i maggiori responsabili di tale punto di vista viene ricordato principalmente Rousseau. Mentre si nota che, soprattutto con il Novecento, tale valutazione, che peraltro ha sempre dato adito a varie perplessità, ha perso molto dello smalto che le era stato dato.
L’interpretazione stadiale dello sviluppo porta dunque, secondo la Nuova Psicologia tardo-ottocentesca e le sue aspirazioni ad essere una scienza fisico-naturale, alla curiosa presunzione che distingue fra uno stato appunto infantile e inferiore (pre-logico, pre-operatorio, orale, anale, ecc; in una parola: basso) e uno stato invece adulto e superiore (saggio, razionale, genitale, riproduttivo, ecc; in una parola: alto).
La responsabilità per l’avvento di tale punto di vista viene generalmente attributa: sul piano cognitivo, alla psicologia genetica di ispirazione logico-positivista (tipicamente: Piaget); sul piano emotivo, alla psicologia dinamica di ispirazione fisio-patologica (tipicamente: Freud). Stante che la distinzione fra cognitivo-razionale (res cogitans) e fisico-animale (res extensa) è l’equivalente, sul piano spirituale (mentale), di quello che gli assi cartesiani rappresentano sul piano geo-metrico (materiale).
E’ piuttosto trasparente la stretta parentela tra la proclamazione di questa visione dello sviluppo umano e la teoria evoluzionista, quale è stata abbozzata in termini concettuali da Vico e, soprattutto, sviluppata in termini naturalistici da Darwin (d’altra parte: Piaget era un biologo e Freud un fisiologo). Il tutto è illuminato dal totem delle sorti umane progressive e dall’ideologia della inesorabilità del progresso scientifico-industriale come categoria morale e come spirito della storia, che ci guidano, ontogeneticamente quanto filogeneticamente (quali colombe in mezzo al diluvio), dalle puzzolenti paludi del primitivo alle sterilizzate vette del seconditivo.
Una parte dell’ideologia psicologica diffusasi nel Novecento dipinge dunque l’infanzia come una condizione necessaria di naturale bestialità-brutalità dell’essere umano (una specie di peccato originale) da cui occorre riscattarsi per poter crescere. Dove un simile stato di minorità verrebbe risolto in modo utile solo da quella particolare forma di rivelazione laica che è rappresentata appunto dalla scienza, dalla razionalità intellettuale e dalla capacità di manipolare la natura a fini produttivi.
Questo meraviglioso processo di crescita e di elevazione, verso un futuro e un’età sempre più dorati, non si realizzerebbe però in tutti, ma resteterebbe in qualche modo limitato (per ragioni strutturali o contingenti) ai migliori. Insomma: sono pochi gli eletti rispetto ai molti chiamati. Questi ultimi, secondo le diverse sfumature di tale visione quali si presentano nelle diverse epoche, vengono identificati nella concezione che il Vero Adulto Realizzato (termine quest’ultimo che viene dal latino res: cosa) dovrebbe avere dei bambini, degli handicappati, dei nevrotici, dei soggetti poco produttivi in genere (sul tipo dei vecchi o degli artisti), delle donne, degli animali, ecc. In sostanza: nella maggioranza delle persone.
Per tutti costoro: la condizione di perfetta superiorità intellettiva-razionale, tipica appunto del maschio razionale e di successo (sulla falsariga del magistrato-medico-filosofo di platonica memoria o dello scienziato-tecnico-imprenditore di più moderna definizione), non si realizzerebbe invece mai. Mentre la giusta pena-punizione per tale incapacità-inefficienza si concretizzerebbe nel mancato sviluppo cognitivo-emotivo, nella prevalenza del pensiero magico-superstizioso (la malattia intellettuale) e nella regressione (la malattia mentale).
Per cui, all’atto pratico: la massa degli umani rimane-ricade inesorabilmente nell’infanzia (ad maiorem rationis gloriam). Del resto: perchè vi siano dei superiori, è necessario vi siano degli inferiori; i quali facciano da pietra di paragone. Non ci sono infatti belli senza brutti, nè sani senza malati, nè i nostri senza i loro, nè qualcuno che guida se nessuno è disposto a farsi guidare, nè spettacolo se mancano gli spettatori, e così via.
E, dal punto di vista trattato in questo libro, è paradigmatico il caso degli attori: sempre considerati senza morale, senza dignità, senza patria, senza anima, scudieri del diavolo, dal corpo non civilizzato (nella loro attribuita propensione alla lascivia o alla prostituzione), spesso da seppellire (senza nome) in una terra senza consacrazione, eventualmente dopo averne confiscate le proprietà. Mentre gli illustri poeti che scrivono tragedie in versi vengono cinti d’alloro, elevati all’Olimpo delle lettere, sepolti nel Pantheon con lapidi e tombe di marmo, lasciando in eredità i loro diritti d’autore.
Il criterio che distingue gli inferiori dai superiori viene identificato soprattutto nella acquisita assuefazione al modo di costruire i segni (linguistici o logico-matematici) che celebra i rigorosi principi di quello che, da Galilei in poi, viene concepito come il libro dell’universo scritto in lingua geometrica. L’età adulta sarà raggiunta cioè nel momento in cui si otterrà una piena identificazione della mente umana, nei suoi aspetti cognitivi e sentimentali, con il testo che gli scienziati scrivono sulla natura. Dove le parole e la digitalizzazione dell’esperienza prevarranno su qualsiasi immagine. Dove la vincente civiltà consisterà nel cancellare definitivamente, grazie all’intervento di un fattivo esprit de geometrie, ogni traccia del disutile esprit de finesse.
I termini stessi che sono stati scelti per definire questa condizione aiutano a svalutare un aspetto dell’uomo definibile appunto come in-fans ovvero come colui che non parla ancora, o come fanciullo (che è sempre una diminutio capitis rispetto al fans-fantis, ovvero a colui che parla bene e a pieno titolo), o come bambino (colui che balbetta), o come adolescente (da adolesco: cresco, progredisco; ma, si noti incidentalmente, anche: ardo) ovvero colui il quale non è ancora cresciuto a sufficienza.
Mentre nel caso del ragazzo, dall’arabo raqqas (messaggero, paggio; poi sviluppatosi in: apprendista, mozzo, servo), l’accento viene posto sulla posizione intermedia in cui la lingua-testo-regola è ancora in fase di apprendimento subordinato rispetto all’adulto. Per cui questi può riferire o realizzare (a bottega) nelle forme più elementari, ma non produrre veramente, e comunque restando sempre sotto la tutela (anche giuridica, che distingue tra il bambino, incolpevole per definizione, e il minore, moderatamente responsabilizzato) delle patrie potestà.
Il non-adulto è insomma un piccolo che ha scelto-accettato-interiorizzato la strada del diventare grande, che ormai promette di esserlo, ma che ancora non lo è. Ovvero l’infantile è colui che parla una lingua insensata o poco sensata (che non ha un senso, ovvero una direzione precisa, almeno in senso produttivo) in quanto più istintiva ovvero ancora grossolana e poco comprensibile agli occhi del grande fans (che è stato a scuola e quindi ha ben faticosamente imparato a di-menticarla, cioè a togliersela dalla mente).
Tale superiorità della ragione viene dunque identificata con lo sviluppo industriale occidentale e con gli strumenti che ne hanno favorito il successo sul piano pratico: la tecnologia, la ragioneria, la statistica. Il motore immobile del mondo viene scientificamente scoperto nell’azione cieca dell’interesse-motivazione, inscritta nella vita intesa come lotta per la sopravvivenza fisica, nell’homo homini lupus, nella libido istintuale, ovvero nel gioco pubblico della domanda-offerta e nel conto corrente privato. Il massimo della saggezza viene fatto coincidere con la raggiunta capacità di rendere logica la propria efficienza operatorio-concreta e di votarsi al punto di vista economico nel campo delle emozioni (per chi ci riesce).
Dalla nascita del movimento scientifico-industriale in poi, mentre alcuni si compiacciono di tali affermazioni di principio, molto apprezzate anche dalle istituzioni pubbliche e dalle società quotate in borsa che finanziano la ricerca, secondo cui la ragione è il grande orologio del mondo, sono però successe varie cose. Tra cui, citando a caso specie tra le più recenti: il teorema di Godel, la crisi dei fondamenti, il principio di indeterminazione, la morte prematura di un sei milioni di nativi americani e di più o meno altrettanti caucasici di religione ebraica e di un buon trecentomila fra streghe ed eretici (più o meno, dato che statistiche precise non ci sono; sempre in nome di un qualche progresso che avanza), le guerre mondiali, la bomba atomica, il terrorismo, i problemi della globalizzazione o della bioingenieria, ecc, ecc.
E molti hanno ripreso (mentre altri, che non avevano smesso, hanno continuato) a pensare il bambino come una dimensione fondativa del nostro essere vivi. Dove non esiste uno stadio infantile inferiore dell’essere umano o dell’umanità, cui si sostituirebbe inesorabilmente uno stadio adulto superiore, bensì un atteggiamento originale di contatto col mondo, cui si sovrappone (piuttosto artificialmente) una lettura del mondo mediata dalle proiezioni teorico-pratiche dell’efficienza razional-lavorativa.
Pare infatti a molti che l’ideologia scientifico-tecnologico-industriale riesca in effetti straordinariamene efficace (e spesso, benchè non sempre e non automaticamente, benvenuta) nel manipolare gli oggetti, ma nel contempo si dimostri piuttosto debole nel realizzare i soggetti. Anzi: il pregiudizio che tenta di ridurre l’uomo a cosa, di rendere oggett(iv)o ciò che è soggett(iv)o, sta proprio all’origine di quel disagio della civiltà cui la scienza-efficienza dichiara lodevolmente di voler portare una qualche soluzione (essendone causa determinante).
Sul piano delle forme di esistenza, tutto ciò che il movimento razionalista ha cercato di nascondere, seppellendolo sotto il tabernacolo della produttività scientifica, torna in primo piano. E molti sinonimi dell’infantile ritrovano quella dignità cui la concezione della natura intesa come libro da leggere (e da scrivere) aveva cercato di togliere ogni cittadinanza, per la sua difficoltà (o resistenza) a tradursi in parole precise. Tutto ciò che è primitivo e che è stato catalogato come inferiore o diverso rispetto alla razionalità (nella accezione scientifica, lo ripeto: il bambino, il selvaggio, il pazzo, lo straniero, l’animale, il giocoso, il fantastico, l’onirico, lo spirituale, il sovranaturale, il religioso, il mitologico, l’artistico, il femminile, l’immediato, ecc) torna a esprimere diffusamente la sua dimensione di opportunità da sviluppare invece che di problema da risolvere (cioè: da eliminare; almeno secondo i sacri principi della pax romana).
Sul piano specifico, affrontato in queste pagine, dell’espressività performativa (diciamo: dell’espressione teatrale), la mente realizzata sulla scena esplicita modi diversi dalla parola testualizzata nei copioni. Una mandria equanime di giullari saltellanti riesce talvolta a sciogliere i nodi di quella artificiosa schizofrenia che lo show business cerca puntigliosamente (e peraltro: con scarso successo) di coltivare distinguendo, concettualmente e fisicamente, fra attore, pubblico e autore. L’espressività im-mediata delle memorie emotive si agita accanto alla re-citazione mediata dalle cerimonie testuali.
E tutto questo sta sullo sfondo del libro che hai in mano. Perchè tratta di come concretizzare i pensieri anche senza realizzare prodotti necessariamente commerciabili. Perchè prende in considerazione la condizione primitiva (prima che diventi del tutto seconditiva e civilizzata, nei limiti del possibile) dell’essere umano. E quindi, soprattutto, perchè afferra la questione (la domanda) per le corna.
Credo infatti che il modo migliore per leggere le pagine che seguono non stia tanto nel cercarvi strumenti specialistici, che pure ci sono, per utilizzare le tecniche attive di formazione personale nel caso particolare dei bambini e degli adolescenti (dei non-adulti).
Queste pagine possono dire molto di più se le si legge anche come un modo per facilitare un simile processo, di ri-forma, negli adulti (cioè nei bambini ormai piuttosto deformati e infantilizzati dalla pur utile civiltà). Perchè infatti è proprio andando all’origine, alla mente primitiva (per quanto ancora la si possa trovare dopo che molti hanno cercato di sostituirle i principi della matematica, intesa come pietra tombale delle opinioni personali), che è possibile tentare un riscatto della soggettività.
Tra i complimenti che ho ricevuto nella mia vita (capita a tutti noi, anche senza nostra responsabilità) quello che forse mi ha fatto maggiore piacere è quello di essere definito un bambino (o un ragazzino). Qualche volta ho sospettato che si trattasse appunto di un complimento, ovvero di una cortesia più che di una constatazione, ma l’ho sempre considerato un riconoscimento importante (più o meno realistico che fosse). C’è gusto infatti a credere ciò che piace credere. E questo complimento lo voglio partecipare anche all’autore, che certo se lo merita.
Ho la fortuna di conoscere Luigi (Gigi) Dotti da molti anni. Ho lavorato tante volte con lui sulle tavole di quel particolare teatro che si propone di concretizzare (azione molto diversa dal rendere oggetto) il pensiero delle persone, ovvero di portare la mente in scena e di permettere agli esseri umani di esserci. E in questo libro mi sembra di sentire l’eco del suo stile. Mi sembra di vederlo, con la sua faccia da ragazzino in gilè, mentre spinge gli altri a diventare ciò che sono, e diventa se stesso assieme a loro.
Per cui, nel tentare di rendere, in modeste parole, quello che mi sembra essere il senso profondo di questo libro, mi sento di dire, in sostanza, una cosa sola. Queste pagine sono (anche) il racconto di un bambino per dei bambini. Insomma: è un libro che si rivolge proprio a tutti noi. Buon vento.

 

 

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