10 domande intelligenti per la professione di psicologo

 

Mi chiedo da tempo: Esiste un dibattito psicologico in Italia?

Nel senso di: un dibattito sulla professione e sulla formazione professionale in psicologia?

Intendo: un sano dibattito specialistico fra addetti ai lavori; non il solito chiacchiericcio su qualche teoria para-psicologica di un secolo fa.

Da molto tempo ho l’impressione che questo dibattito non ci sia. Il che mi dispiace.

Quand’ero quasi minorenne, negli anni ’70 (mentre la Psicologia italiana non sembrava avere bisogno di una legge statale per l’Ordinamento della Professione di Psicologo) ho visto ribollire una discussione intensa su temi come: il ruolo dello psicologo; l’epistemologia della disciplina; la malattia mentale; la psichiatria; l’antipsichiatria; la validità dei test; ciò che conta nella formazione; la specificità della psicologia; e così via riflettendo.

Poi la psicologia italiana sembra essersi vieppiù assopita.

Il fatto che ben pochi si pongano delle domande sulla professione della psicologia non significa però che tutti questi quesiti abbiano trovato una qualche risposta. Direi piuttosto: il contrario.

Ho immaginato rapidamente una cospicua quantità di possibili domande, che non hanno risposta.

Ne propongo 10, dallo spessore assai vario, fra le tante che mi vengono subito a mente. Dieci è un numero arbitrario, scelto solo perché è tondo e suona bene.

Posso trovare facilmente anche molte altre questioni controverse da elencare, o posso formularle meglio e magari prima o poi lo farò; ma per il momento: accontentiamoci.

 

  1. Come mai, quando (appunto più o meno negli anni ‘70) le persone interessate ai temi delle psicologia come professione eravamo poche centinaia, il dibattitto è stato vivissimo; mentre oggi (anni ‘2000) mentre ci stiamo avviando ad essere quasi 100 mila (limitandoci solo agli iscritti all’Ordine formale) il dibattito si è svaporato?
  2. Come mai, dopo il Primo Congresso Nazionale dell’Ordine Degli Psicologi, che si è tenuto a Lecce l’1-4 ottobre 1998 (cui ho avuto anche il piacere di partecipare attivamente sin dalla Tavola Rotonda inaugurale) non c’è mai stato il Secondo?
  3. Come mai, quando gli psicologi professionisti formalmente iscritti all’Ordine sono ormai più o meno per l’85% donne, non sembra esistere alcun dibattito specifico sulla psicologa, nel senso della donna psicologo, in Italia?
  4. Come mai l’Ordine professionale di Stato per gli Psicologi continua ad esistere praticamente solo nel nostro Paese, mentre nella gran parte del mondo, e in particolare negli Stati Uniti e nei Paesi di lingua inglese (dove la psicologia è realmente, e non solo per auto-attribuzione consolatoria, una professione di successo) oltre che nella gran parte d’Europa, si preferiscono delle libere Associazioni?
  5. Come mai, persino nelle sedi più sofisticate della teoria e della ricerca psicologica italiana, viene ignorato il dibattito internazionale sulla formazione dello psicologo professionista? Per cui, ad esempio: se cito lo Shakow Report, lo Scientist–Practitioner Model o Boulder Model, piuttosto che il Practitioner–Scholar Model o Vail Model, oppure mi riferisco alla differenza tra PhD e PsyD, il massimo che raccolgo (con rare eccezioni) sono dei sorrisi perplessi?
  6. Come mai la formazione psicologica successiva alla laurea in Italia è quasi esclusivamente non post-universitaria bensì extra-universitaria, cioè lasciata a se stessa e slegata dai vincoli, dai controlli, dalle garanzie e dalla credibilità sociale che sono propri dei titoli di studio pubblici con valore legale?
  7. Come mai la maggior parte dei laureati italiani in psicologia, quando cerca di continuare la propria formazione, non trova quasi altro che una generica offerta di formazione “psicoterapeutica” sempre legata a singole teorie e asingoli gruppetti che non di rado stanno a mezzo tra la setta e il negozio; mentre quasi nessuno pensa alle innumerevoli possibilità di lavoro psicologico, non necessariamente para-psichiatrico o para-medico, che hanno fatto la fortuna della psicologia ad esempio negli Stati Uniti almeno da un secolo?
  8. Come mai in tali scuole private di psicoterapia pare sostanzialmente non sia previsto, se non del tutto formalmente, alcun lavoro di ricerca (intendo: nel senso scientifico e internazionale del termine) per i futuri professionisti?
  9. Come mai la generalità degli psicologi universitari italiani non sembra interessarsi, se non con interventi piuttosto occasionali, alla questione della professione psicologica, pur essendo essi (noi) i principali responsabili della formazione di diecine e diecine di migliaia di potenziali professionisti della disciplina, oltre che del loro Esame di Stato per l’esercizio della professione?
  10. Come mai tanti psicologi italiani (almeno dopo che si sono iscritti all’Ordine) sembrano più interessati a frenare la concorrenza di qualsiasi altro professionista, invece che non a rendere più efficace, credibile, unica e convincente per il pubblico, oltre che più soddisfacente per se stessi, la prestazione professionale propria?

 

Mi fermo, per ora. Volevo evocare le questioni solo in accenno.

Mi rendo anche conto (o almeno lo spero) di essere ingenuo, a pormi domande del genere.

Immagino che non interessino a molti, nel perplesso e spaventato (ma anche speranzoso) ambiente di quanti vorrebbero fare davvero gli psicologi.

Tuttavia: sono convinto che almeno a qualcuno possano interessare.

E comunque interessano a me, che tutto sommato sono anche uno psicologo. E che comunque mi devo occupare istituzionalmente della formazione dei miei colleghi e della sua verifica.

Ci torniamo su.

 

 

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